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E adesso? Londra prova a dare un’unità di misura al costo della Brexit

Cameron si dà tre mesi per trovare un sostituto e gestire il negoziato con l’Ue. Le colpe del Labour e il Regno a pezzi.

24 Giugno 2016 alle 20:26

E adesso? Londra prova a dare un’unità di misura al costo della Brexit

David Cameron (foto LaPresse)

Milano. La Brexit è una realtà, il 51,8 per cento degli inglesi l’ha votata, e adesso? Dopo 43 anni di matrimonio, il Regno Unito ha deciso di lasciare l’Unione europea, il processo inizierà nel momento in cui formalmente Londra deciderà di ricorrere all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che regola le cause di divorzio. Da quel momento ci sono due anni di tempo per negoziare le clausole, che sono tante e delicate (esempio: gli inglesi restano nella gestione dei dati condivisi per combattere il terrorismo, sì o no?), dopo di che il Regno dovrà lasciare la casa europea e decidere come regolare i suoi rapporti futuri. Modello norvegese, uscita secca dal mercato unico, modello canadese, variante britannica? Ancora non si sa, ora vince il panico brutale dei mercati, intanto come prima mossa il premier sconfitto, David Cameron, con le lacrime agli occhi ha annunciato le sue dimissioni – non immediate, diventeranno effettive da qui all’autunno, prima della conferenza dei Tory a Birmingham che si tiene dal 2 al 5 ottobre. Cameron ha preso tempo: io non posso gestire questo negoziato, ha detto, “ci vuole una leadership nuova”, che ricorrerà all’articolo 50 e farà partire il cronometro. Nel frattempo: calma. Hai voglia a stare tranquilli, rispondono molti analisti inglesi alla domanda “what’s next?”, “siamo di fronte a uno slittamento sismico della politica inglese e delle alleanze occidentali”, dice al Foglio Oliver Kamm, editorialista del Times e anti Brexit. Gli scozzesi, che hanno votato compatti per restare in Europa, dicono che “c’è un’alta possibilità” di indire un nuovo referendum sull’indipendenza: non vogliamo uscire dall’Ue, piuttosto usciamo dal Regno Unito. Anche l’Irlanda del nord accarezza l’idea di spaccare il Regno, e il numero di cocci da mettere insieme, inglesi, europei e occidentali, tende a infinito.

 

Volatilità del tasso di cambio, investimenti, mercato immobiliare, transazioni: Vincenzo Scarpetta, analista del think tank Open Europe, mette in fila tutti gli elementi che bisogna tenere d’occhio a partire da lunedì, consapevoli del fatto che “la Banca d’Inghilterra ha fornito una sua versione di ‘whatever it takes’”, cercherà di tenere il panico sotto controllo. Anche Boris Johnson, ex sindaco di Londra e animatore della campagna della Brexit, ha detto che il negoziato sarà oculato e ragionato, che ora bisogna gestire uniti l’incertezza. Per evitare un effetto domino, dice Ryan Heath, autore del Playbook di Politico Europe, “l’Ue deve abbandonare i suoi processi normali e prendere decisioni strategiche straordinarie per creare occupazione e gestire l’immigrazione. Altrimenti evitare altri referendum sarà impossibile”. “Mi aspetto un deteriorarsi rapido della situazione britannica – dice pessimista Simon Kuper, giornalista e scrittore che lavora al Financial Times – non credo che ci saranno molti investitori che avranno voglia oggi di dare fiducia alla City, la recessione è dietro l’angolo”. Servono due trimestri di crescita negativa per sancire una recessione, ma già i prossimi dati sul pil daranno la misura del costo della Brexit. “La forza del Regno Unito è sempre stata quella di assumersi rischi per il resto del mondo – dice Gaspard Koenig, fondatore del think tank liberale GenerationLibre, un trentenne francese che vive e lavora a Londra – Ripiegarsi su se stessi è pericoloso per tutti, ma per l’Inghilterra lo è ancora di più, perché il Regno Unito ha sempre prosperato sull’apertura”. Sadiq Khan, sindaco di Londra laburista che più si è battuto per evitare la Brexit, unendosi anche ai “nemici” conservatori pur di difendere la causa comune, ha fatto un appello – #LondonIsOpen – ai cittadini europei (gira un appello che chiede la secessione di Londra dal resto del Regno Unito, secondo l’argomentazione scozzese: la capitale ha votato alla stragrande maggioranza contro la Brexit, perché deve uscire dall’Europa?). Khan farà pressioni, dice, per evitare che il paese esca dal mercato unico, che è invece la soluzione imprescindibile dell’“indipendence day” dei sostenitori della Brexit.

 

Khan rappresenta oggi la voce alternativa alla leadership di Jeremy Corbyn, il quale ha subìto una mozione di sfiducia: a causa del tatticisimo e del suo sostanzionale disamore nei confronti dell’Europa, l’elettorato laburista non ha votato per il “remain”. “La ‘working class’ è molto più arrabbiata di quanto si pensasse – dice Kuper – ed è frustrata ma il Labour non sa più intercettare il suo voto, è troppo debole e confuso”. In quella che i commentatori chiamano la nuova guerra culturale del Regno Unito e del mondo occidentale tra élite metropolitane e “people”, Corbyn amplifica una debolezza strutturale: “Questo Labour non è più un interlocutore serio nella converazione nazionale”, sentenzia Oliver Kamm. Ryan Heath non è così duro con Corbyn, “è stato Cameron l’ingegnere di questa campagna”, ma certo “se soltanto due terzi degli elettori laburisti ha votato contro la Brexit, mostrando una frattura fatale nel fronte europeista”, la responsabilità è di Corbyn.

 

Nella crisi istituzionale su cui ha titolato venerdì il Financial Times per tutto il giorno, il problema più immediato è individuare il successore di Cameron. Nessuno gli perdona la leggerezza con cui ha voluto questo referendum, ma lo Spectator, magazine che a lungo è stato un serbatoio per il cameronismo ma ora ha fatto campagna per la Brexit, ha fatto un ritratto-elogio del premier: se il paese oggi si può permettere di sperimentare la solitudine, il merito è di Cameron e del suo governo liberale che ha ristrutturato l’economia del Regno. La sconfitta referendaria ha distrutto il cameronismo e l’Economist venerdì è stato forse il più duro a condannare la sciaguratezza del premier. Ora gli occhi sono su Boris Johnson (piace molto anche l’idea dei sindaci rivali nella sifda con Khan) e sul meno chiacchierato Michael Gove, ma Vincenzo Scarpetta dice di non sottovalutare le chanche di Teresa May: “Era contro la Brexit ma è rimasta defilata, potrebbe essere la persona giusta per riunire il partito e il paese”. Chiunque sia a prendere il posto di Cameron, il suo compito sarà difficile, Kuper si augura che ci sia un leader in grado di negoziare con l’Europa con onestà e flessibilità, soprattutto se ci fosse davvero quella recessione che era stata prevista dal Tesoro e dall’Fmi. “La verità è – dice Kuper – che molti inglesi si sono già pentiti di aver votato per la Brexit”. E dopo tutta la letteratura sul divorzio ora si apre il capitolo doloroso della consapevolezza tardiva: ho sbagliato tutto.

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