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Da Madrid a Barcellona, passando per New Delhi: ecco le sindache più radicali al mondo

Altro che Raggi o Appendino. Storia di Manuela (fissata con la pulizia), Ada (regina delle occupazioni) e Arvind (collezionista di denunce) che da amministratrici di grandi metropoli hanno applicato delle iniziative piuttosto bizzarre.

24 Giugno 2016 alle 16:04

Da Madrid a Barcellona, passando per New Delhi: ecco le sindache più radicali al mondo

Manuela Carmena, sindaco di Madrid (foto LaPresse)

A Madrid la sindaca è Manuela, la politica della pulizia. Nel senso letterale del termine. Iniziò chiedendo alle madri degli alunni di fare da bidelle, poi disse che avrebbe fatto pulire le scuole anche ai padri, dopo ancora propose di trasformare in scopini gli studenti universitari, e per compensare la soppressione del Presepe dal Palazzo Municipale ha organizzato una “cavalcata” di regine maghe: donne, ma con la barba. A Barcellona c’è Ada, la teorica e organizzatrice di occupazioni. Quando ha però scoperto che per amor del quieto vivere la precedente amministrazione pagava con i soldi del Comune l’affitto di un edificio trasformato in centro sociale ha annullato indignata lo stanziamento, ma allora il proprietario ha chiesto al tribunale lo sgombero, e lei si è trovata costretta a mandare la polizia a bastonare gli squatters (e, a dir la verità, a prenderne anche le sassate). E a New Delhi c’è Arvind, l’ex ispettore del fisco. Eletto con la promessa di wi-fi gratis, bollette dimezzate, no ai supermercati stranieri ma soprattutto galera ai corrotti, e che ha finito lui per fare collezione di denunce: in poco più di un anno, ben 57, di cui 9 per diffamazione.

 

Naturalmente, nel passato dell’Italia ci sono poi personaggi come Achille Lauro, con le sue distribuzioni di scarpe spaiate: la destra prima del voto e la sinistra dopo, o viceversa. O Giancarlo Cito, che guidava personalmente le pattuglie di vigili armati di sfollagente. Forse non a caso, a Napoli al posto di Lauro c’è ora De Magistris con le sue bandane arancione e i suoi “cacati sotto!”, mentre a Taranto Ippazio Stefáno è passato direttamente dallo sfollagente alla pistola nella fondina. Per non parlare di Renato Accorinti: il seguace del Dalai Lama e attivista per l’acqua con cui Messina si è ritrovata appunto… senz’acqua. Ma i sindaci leghisti prima, Cinque Stelle poi, malgrado il teorico estremismo delle loro leadership, tutto sommato finora sono rimasti nelle media nazionale. Ma Roma e Torino sono città grandi, dove rimanere nella media è quasi impossibile. Dunque, piuttosto che quelli di Pizzarotti o Nogarin, e sperando di sbagliarci, sulla Raggi e sulla Appendino incombono ora altri fantasmi. In un passato recente, per esempio, quello di Ken “il Rosso” Livingstone, l’ex-sindaco di Londra amico di Chávez e delle battute anti-ebraiche. O Antanas Mockus, che mostrava il sedere ai contestatori, mandava clown per Bogotá a prendere in giro gli autisti indisciplinati e tirava bicchieri d’acqua nelle tribune elettorali. O anche Jón Gnarr, l’attore comico che anticipando Grillo divenne Sindaco di Reykjavík. Ma, soprattutto, i tre da cui siamo partiti. Manuela Carmena, la giurista che il 13 giugno 2015 è stata eletta sindaco di Madrid con una lista vicina a Podemos; Ada Colau, la ex-borsista di Erasmus a Milano che dal 13 giugno 2015 è sindaco di Barcellona, con l’appoggio di due liste civiche anch’esse in area Podemos; Arvind Kejriwal, leader del Partito dell’Uomo Qualunque (Aam Aadmi Party), e Chief Minister di New Delhi dal 28 dicembre 2013 al 14 febbraio 2014, e poi di nuovo dal 14 febbraio 2015.

 


Arvind Kejriwal, sindaco di New Delhi (foto LaPresse)


 

Per Carmena, in particolare, è stato creato in spagnolo un termine: “carmenadas”. Ma ci sono anche altre trovate con cui ha cercato di trasformare Madrid in “città dell’abbraccio”: i cartellini rossi mostrati ai bambini i cui genitori buttano le cicche per terra; la possibilità di commutare le multe per i padroni dei cani sorpresi a fare i propri bisogni per terra in corvée di pulizia degli stessi bisogni; un “orto urbano” per permettere ai consiglieri di coltivare l’insalata. Il sistema di consultazione dei cittadini su questioni di interesse civico che la Carmena ha proposto è più originale perfino dei meetup grillini: raccoglitori di cicche contrassegnati con il “sì” o il “no” allo stadio, con cui i tifosi fumatori possono dire la loro a colpi di sigaretta.   
Ancora più mediatica, Ada Colau si è vista dedicare dal Guardian un reportage intitolato “È questo il sindaco più radicale del mondo?”, mentre in italiano è uscito “Ada Colau, la città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona”. Un libro a firma Steven Forti e Giacomo Russo Spena, corredato da un’intervista a De Magistris, e da cui prendiamo questa sintetica presentazione:

 

“Classe 1974, attivista del movimento No Global nei primi anni Duemila, diviene leader riconosciuta nella sua città fondando la Pah (Piattaforma delle vittime dei mutui), movimento sociale apartitico che dal 2011 s’intreccia con gli Indignados e si oppone agli sfratti con picchetti e trattative con le banche. Il libro racconta come da quell’esperienza di movimento sia stato possibile arrivare al governo della città in un percorso distinto dai partiti, compreso l’alleato Podemos, seppur di ‘confluenza’ con essi”.

 

E proprio per il suo primo anniversario da sindaco la Colau ha invece dovuto mandare i mossos d’esquadra, la polizia regionale catalana, contro gli “okkupas” installati al Banc Expropriat del distretto di Gracia. Tre notti di guerriglia, con 33 feriti e due detenuti.

 

Guerriglia anche a New Delhi: ma è quella scoppiata tra Arvind Kejriwal e il vice-governatore Najeeb Jung, tra scontri sul controllo di impiegati e polizia e continui dispetti, fino al punto che un giorno il Chief Minister, per rappresaglia, ha chiuso a chiave nel suo ufficio un impiegato schierato col rivale, che è il rappresentante diretto del governo centrale. Il fatto è che la capitale indiana non è uno stato ma un Territorio, e il governo centrale vi ha dunque più ampie competenze. Ultimissima notizia dopo Brexit: proprio citando il precedente britannico, Kejriwal chiede un referendum. In realtà, solo per trasformare il Territorio in Stato. Ma i toni sono quelli di chi chiere la secessione della capitale dall’Unione indiana.

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