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Ero un fondamentalista

Le lapidazioni nel vecchio stadio di Kabul, l’odio per gli infedeli. Poi l’imboscata dei talebani e la redenzione. La storia di Farhad Bitani, figlio di mujaheddin.

22 Giugno 2016 alle 10:13

Ero un fondamentalista

Quel che rimane di uno dei due Buddha, le monumentali statue distrutte dai talebani a Bamiyan, nell’Afghanistan centrale (LaPresse)

Farhad Bitani è figlio di un generale dei mujaheddin afghani. Oggi ha trent’anni, quando aveva sette otto anni, in piena guerra civile, con gli amici faceva a gara a chi trovava più cose di valore nelle tasche dei cadaveri ammucchiati ai bordi delle strade. Poco più grande, partecipava alle lapidazioni pubbliche, triste rito della stagione talebana, quella della Kabul senza alcolici e televisore, perché così pretendeva l’ipocrita moralismo che in realtà, appena calava la sera, permetteva ogni nefandezza. Farhad le pietre addosso alle donne mezze sepolte nei campi che un tempo erano di calcio le tirava eccome, e provava pure un certo godimento, lì tra la folla berciante. Dopotutto, lo facevano tutti. E pazienza se a guardare c’erano pure orde di bambini, spesso pure i figli della condannata. Nessun senso di colpa né pentimento: era la giusta sanzione per i peccatori.  Il primo cedimento, quando un uomo fece lapidare la moglie davanti alle proprie figlie, in lacrime: “Lì per la prima volta mi sono chiesto perché fossi lì”. Oggi Bitani è in Italia, dove ha studiato all’accademia militare di Modena, quindi alla scuola militare di Torino.

 


Farhad Bitani


 

Non ci voleva venire, lo costrinse il padre, nominato addetto militare all’ambasciata di Roma dopo la cacciata dei talebani dai gangli del potere statale e il ritorno dei signori della guerra. “E quando il padre dice una cosa, da noi la si fa”. Negli anni ha fatto la spola con l’Afghanistan, la madrepatria cui oggi guarda con ben poca fiducia per il futuro. Ha scritto un libro per raccontare la sua storia, “L’ultimo lenzuolo bianco” (Guaraldi), presentato nelle scuole e in tante sale ricreative lungo la penisola. Un’autobiografia che è anche una sorta di viaggio verso la redenzione, la scoperta che si può vivere anche senza montare e smontare kalashnikov dalla mattina alla sera. La scorsa settimana, Farhad è intervenuto al Centro Culturale Roma, intervistato da Roberto Fontolan. A margine dell’evento, l’ex capitano dell’esercito afghano racconta al Foglio la sua esperienza, come abbia fatto un giovane ragazzo che lapidava donne e che appena sbarcato in Italia si augurava “la morte di questi infedeli” a cambiare. Una folgorazione à la san Paolo? “Macché”, ride. “Sono stati tanti piccolissimi gesti di umanità, tanti piccolissimi incontri. Dio, quello vero, mette nel cuore di ciascuno di noi un punto bianco, che consente a tutti di cambiare”. Di avere una seconda occasione.

 

Ci tiene a sottolineare quanto minuscoli fossero questi eventi, rimarcando così “un percorso lento, difficile e  faticoso”. Nulla di facile e immediato, insomma: “Non vale dire che si è cambiati svegliandosi al mattino, sarebbe troppo facile”. Per Farhad Bitani, “il cambiamento è prima di tutto un incontro con il diverso, con colui da sempre considerato l’infedele. Poi però – spiega – arriva un momento in cui ci si chiede ‘ma perché sto facendo questo?’. E’ un momento che non arriva subito, sia chiaro. Ce n’è voluto di tempo. Ma non ci sono dubbi che sia stato proprio l’incontro con gli altri che mi ha cambiato. Piano piano, un passo alla volta, uno dopo l’altro”. La svolta decisiva nell’aprile del 2011: “E’ l’ultima volta che sono tornato in Afghanistan. Ero andato da mia zia. Tornando, lungo la strada, sono caduto in un’imboscata preparata dai talebani, nonostante viaggiassi seguito da una serie di macchine di scorta. Hanno iniziato a sparare contro la macchina con i kalashnikov, sono rimasto ferito gravemente a una spalla. Dio mi ha salvato, come sempre. Ma è lì che ho iniziato a domandarmi perché mi avesse risparmiato, cosa volesse da me. Perché proprio me, in un paese dove ogni giorno muoiono migliaia di persone nel peggiore dei modi? In me qualcosa era cambiato, niente era più come prima. Avevo tutto, eppure c’era qualcosa che mi ripugnava, guardandomi allo specchio. Forse, Dio voleva che lasciassi tutto”.

 

Il tutto di cui parla Fahrad è ciò che un figlio di mujaheddin aveva a disposizione: ville enormi, automobili da centocinquantamila dollari, viaggi a Dubai per divertirsi con le donne, il potere di scegliersi la propria ragazza organizzando una ronda in una scuola femminile. La carriera era avviata, sarebbe diventato maggiore dell’esercito e poi chissà cosa. Lo scopo della vita era di ammazzare qualche infedele così da assicurarsi il Paradiso. Farhad s’è accorto che non bastava, che la vita da gradasso poi non era granché, che s’avvertiva una mancanza. Da qui, la ricerca di una strada alternativa alla violenza, “all’uccidere in nome di Dio come mio padre, il sogno di ogni bambino dell’Afghanistan di allora”. Niente di strano, dopotutto nelle scuole coraniche si imparava a vivere così: “Se tu uccidi qualcuno, vai in Paradiso, a ogni pietra che tiri durante una lapidazioni, il tuo peccato diventa meno grave”. Farhad tirava pietre, andava con i suoi amici a toccare le mani tagliate e appese agli alberi come macabri amuleti, domandandosi quanti anni avesse il legittimo proprietario di quell’arto esposto come monito alla popolazione. Bitani si definisce fondamentalista, anzi, “esponente della prima famiglia fondamentalista d’Afghanistan” e se la prende con l’ipocrisia morale di quel mondo che impone il burqa alle donne, punisce con le frustate chi beve una birra e poi manda i propri figli all’estero, consentendo loro di fare tutto quel che vogliono. Senza dimenticare quel che accadeva la notte, con le feste di gruppo tra vecchi barbuti e bambini truccati con sonagli alle caviglie, costretti a  ballare dinanzi alla platea. Giravano soldi e droga, prima che qualche adulto – uno di quelli che al mattino era pronto a citare la sharia per punire chi si comportasse in modo immorale in pubblico, si appartasse con il ragazzino, nonostante questi piangesse e scongiurasse di essere risparmiato.

 

“Il fondamentalista è la persona che perde la propria identità, che subisce un lavaggio del cervello. Lo percepiamo ovunque, oramai. L’abbiamo visto a Parigi, Bruxelles, negli Stati Uniti”. E’ in Italia, fuori dal pantano afghano e dalle relative lotte di potere, che qualcosa iniziò a cambiare, e quegli infedeli che disprezzava e voleva solo mandare all’altro mondo, si presentarono in realtà come persone vicine, disponibili e tendere la mano. “A Roma litigai con mio padre, al quale non è possibile neppure rivolgersi con il ‘tu’, altrimenti arrivano gli schiaffi, e a me è toccato. Uscito in strada con le lacrime agli occhi, una donna mi si avvicinò chiedendomi cosa avessi. Mi offrì da bere. Capii che eravamo noi a dissubbidire a Dio, e non quelli che noi chiamavamo ‘infedeli’, che invece seguivano la legge dell’amore”.  In patria parlano di lui come di un traditore, un apostata. Lo accusano d’essersi convertito al cristianesimo. Lui si schermisce e si limita a dire che “incontrando i cristiani ho capito chi è Dio”.

 

Il cambiamento l’ha portato a indagare le radici più profonde dell’islam, a interrogarsi su quale fosse lo scopo del credere in ciò che gli veniva quotidiananemente presentato. “Il problema dell’islam è che è mischiato con la politica, sempre e ovunque”, dice al Foglio. “A noi insegnano fin dalla nascita che dobbiamo vivere e morire come musulmani. Ma non abbiamo riferimenti, non si sa qual è la linea da prendere. E’ solo una lunga teoria di permessi e divieti, di minacce e precetti”. Dicevo sempre “Dio fai qualcosa per me, fammi cambiare. Per cambiare ho combattuto con me stesso, ho lasciato tutto. Avevo una villa enorme e sono andato ad abitare in una casa con una sola stanza, i miei amici d’un tempo erano tutti contro di me, la gente mi sputava in faccia, su un giornale mi hanno accusato d’essere diventato cristiano. Io sono cambiato perché credo di avere fede. Io sono rimasto musulmano, ma credo che tutte le religioni vadano rispettate. Io ho scelto di accettare la Verità, e di combattere con la pace e il dialogo questa Verità. Lo faccio in quanto sono convinto che la Verità unisce perché viene da Dio. E se non la mettiamo a tacere, è destinata a prevalere. Io ho nel mio cuore una fede forte e mi arrabbio con chi non è capace di presentare bene Dio ai nostri fratelli. Un Dio di cui si è appropriato chi taglia le teste, chi brucia altri uomini. Ma Dio non è questo, siamo noi umani a usare la religione per fini nostri”.

 

Quanto all’attualità, Bitani non è affatto sorpreso da quel che accade tra la Siria e l’Iraq, dove imperversa l’orda califfale agli ordini di Abu Bakr al Baghdadi. “E’ esattamente quanto accadeva a Kabul sotto i mujaheddin prima e i talebani poi. Solo che nessuno ne parlava, l’Afghanistan era così lontano. Ma le armi c’erano anche lì. I talebani – dice – sono stati creati attraverso il Pakistan per eliminare i mujaheddin e per eliminare i talebani l’occidente ha riarmato i mujaheddin. E’ chiaro che così i problemi dell’Afghanistan non potranno mai essere risolti”. Ed è per questo che lui oggi non ci torna più, “almeno fino a quando non si dirà addio alle armi”, dice citando il titolo del celebre romanzo di Ernest Hemingway. Probabilmente sa che si tratta di un’utopia, d’un qualcosa di irrealizzabile almeno nel breve e medio periodo. Anche perché “sono trent’anni che l’Afghanistan va avanti così e non si vede ancora la luce. Armi su armi, aiuti dall’estero che non si sa dove finiscano. Anzi, lo si sa fin troppo bene, e cioè sempre agli stessi”, dice quasi rassegnato.

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