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Brexit, il rischio di essere democratici

Il voto inglese, questione più emotiva che economica, porta con sé incognite enormi. Arriva in un pessimo momento e può tirarsi dietro tutta l’Europa.

20 Giugno 2016 alle 10:07

Brexit, il rischio di essere democratici

bandiere del Regno Unito e dell'Unione europea, davanti agli uffici inglesi della Commissione europea (foto LaPresse)

In Europa, aleggia lo spettro della cosiddetta Brexit: il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, a seguito del referendum del 23 giugno? Il dibattito è acceso, funestato giovedì scorso dall’assassinio della parlamentare laburista Joanne Cox e accompagnato da un effluvio di dati e considerazioni su vantaggi e svantaggi del Remain (restare nell’Ue) ovvero del Leave (lasciare l’Ue) [1].

 

 

Tutto è cominciato perché l’attuale premier David Cameron ha deciso di «dare al popolo una voce» su una questione che da decenni divide il suo partito e più di recente ha portato al successo di Ukip, il partito anti-Ue e anti-immigrazione di Nigel Farage (4 milioni di voti alle ultime elezioni). Sperava di placare gli euroscettici, invece le divisioni si sono accentuate anche all’interno del governo, con ministri schierati su fronti opposti [2]. Mario Monti: «Cameron ha abusato della democrazia. Non ha deciso di far scegliere gli inglesi per il bene della UE, e nemmeno per gli interessi del Regno Unito, e aggiungerei nemmeno per quelli del Partito conservatore. È stata tutta una partita per levarsi d’impiccio il blocco euroscettico fra i Tories e rafforzare la leadership. La sua decisione ha distrutto la paziente opera di tessitura di una generazione di europei» [3].

 


A favore di restare, Cameron, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne, il ministro dell’Interno Theresa May e circa metà dei deputati conservatori, la grandissima maggioranza dei deputati laburisti, l’intero partito liberaldemocratico e i Verdi. Il partito gallese Plaid Cymru e lo Scottish National Party. Tories, laburisti, verdi e libdem hanno fatto campagna insieme e riconoscono “Stronger in Europe” come movimento ufficiale dei sostenitori di Remain. La Cbi, la Confindustria britannica, le multinazionali e la maggioranza delle grandi imprese vogliono restare [4].

 



Il primo ministro inglese David Cameron (foto LaPresse)


 

A favore di uscire, l’Ukip, circa metà dei deputati conservatori, tra i quali l’ex sindaco di Londra Boris Johnson con ambizioni di governo, il ministro della Giustizia Michael Gove e altri quattro ministri; una decina di deputati laburisti, il Democratic Unionist Party dell’Irlanda del Nord, i partiti di estrema sinistra ed estrema destra. Molte piccole e medie imprese e associazioni di lavoratori sono a favore di Brexit. Il fronte pro-Brexit è più diviso, con diversi movimenti come “VoteLeave” e “Grassroots Out”. L’Ukip ha fatto campagna da solo [4].

 


È difficile prevedere cosa accadrà in caso di vittoria del Leave ma, sulla carta, i passi che i vari attori dovrebbero intraprendere sono più o meno questi:
– Il 23 giugno il referendum viene vinto dai favorevoli all’uscita;
– Alla prima occasione utile il governo britannico fa appello all’articolo 50 del Trattato di Lisbona (che definisce il meccanismo
di recesso volontario e unilaterale di un Paese dall’Unione europea);
– Il governo britannico e il Consiglio dell’Unione Europea iniziano a trattare sulle modalità di uscita del Regno Unito dall’UE;
– Contemporaneamente, inizia un secondo negoziato per stabilire un nuovo accordo commerciale;
– Se entro due anni non viene raggiunto un accordo, il Consiglio europeo e il governo britannico devono trovare un accordo per estendere la durata dei negoziati;
– Al termine dei negoziati, il Consiglio europeo presenta una proposta che il governo britannico può accettare o respingere. Secondo l’attuale governo britannico, questi negoziati potrebbero richiedere fino a dieci anni;
– Una volta stabilite le modalità di uscita e un nuovo trattato commerciale, il Regno Unito è pronto a uscire dall’Unione Europea.
– Prima di questa data la Gran Bretagna deve continuare a rispettare le regole Ue ma su tali regole non avrà più voce in capitolo [5].

Intanto la parola d’ordine è allacciarsi le cinture. Una delle principali ragioni del timore di queste ultime settimane è che
l’eventuale uscita della Gran Bretagna, la seconda economia più importante d’Europa, porta con sé incognite enormi. Il problema non sono solo le conseguenze stimabili (come gli effetti sull’economia reale e su qella finanziaria), ma quelle che possono mettere in discussione l’intera costruzione politica e istituzionale dell’Unione Europea [6].

 


Cominciamo da due dati di fatto. Primo, il referendum arriva in un momento politico delicatissimo. Subito dopo il voto su Brexit, si apre una stagione di appuntamenti elettorali in tutti i principali paesi europei: dopo pochi giorni vi saranno le elezioni nazionali in Spagna; a ottobre si terrà il referendum costituzionale in Italia; a marzo le elezioni nazionali in Olanda; e a seguire in Francia e Germania. Secondo, in tutti i paesi della Ue i cittadini sono molto più euroscettici e attratti da partiti antieuropei [7].

 


Queste opinioni negative riflettono due problemi di fondo: l’andamento economico deludente dell’area euro e la questione degli immigrati. Tabellini: «Per risolvere entrambi i problemi si diceva ci fosse bisogno di più integrazione. Oggi una grossa parte dell’opinione pubblica è convinta del contrario, non ha più fiducia nelle istituzioni europee ed è attratta dal nazionalismo. Ma anche una vittoria del Remain non rimuoverebbe le fragilità di fondo, soprattutto se fosse risicata. E qualunque nuovo progetto di maggiore integrazione politica europea dovrebbe comunque attendere l’esito delle elezioni in Olanda, Francia e Germania» [7].

 


«Grillo e io distruggeremo la vecchia Unione Europea. Il 19 giugno i 5 Stelle eleggono il sindaco della capitale e cambiano l’Italia. Il 23 giugno la Gran Bretagna esce dall’Unione e cambia l’Europa. Avremo un effetto domino. Dopo di noi gli altri paesi del Nord se ne andranno uno dopo l’altro. Per prima la Danimarca; poi l’Olanda, la Svezia, l’Austria. Questo referendum è l’evento più importante dal 1957: l’Ue sta per crollare. Disintegrata in tanti pezzi. Se anche il Remain prevalesse 52 a 48, Cameron dovrà comunque dimettersi. I conservatori sono irrimediabilmente spaccati. Ci sarà un big-bang della politica
inglese: nulla sarà più come prima. Ma questo è un dettaglio. La partita è infinitamente più importante. È una battaglia culturale. La stessa che combatte Grillo in Italia. Insieme stiamo combattendo la guerra di indipendenza dei nostri paesi» (Nigel Farage) [8].

 


Nel caso di vittoria del Leave per gli inglesi sarà fondamentale superare lo scoglio tedesco anche per le procedure di uscita. A Berlino non vogliono tentennamenti, proprio per limitare i margini di trattativa. Anzitutto, in caso di Brexit, si aspettano che Londra formalizzi al Consiglio europeo di fine giugno l’uscita dalla Ue. Poi si potrà cominciare a parlare dei dettagli dello storico divorzio. Angela Merkel ha taciuto a lungo. Ma quando ha rotto il silenzio la cancelliera l’ha fatto con parole inequivocabili: «Se sarà Brexit tutto ciò che ha a che fare con il mercato unico non sarà più a disposizione del Regno Unito. Qualsiasi riunione a 28 diventerà a 27, più un paese terzo». Lo stesso Schäuble ha chiarito che «in is in, out is out», «chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori». La linea di Berlino è chiara. Fuori dall’Ue, nessuna pietà [9].

 


Già oggi la posizione del Regno Unito nell’Ue è peculiare: non aderisce all’unione monetaria (quindi, né all’euro, né alle sue
regole); mantiene i controlli sulle persone che arrivano dai paesi dell’Unione (dunque, non è nel sistema Schengen); gode di un ingente sconto (British rebate) sul contributo che ogni stato versa al bilancio Ue in proporzione al suo pil; è esentato dalla  completa applicazione della Carta dei diritti fondamentali Ue; fruisce di varie deroghe con riguardo alle politiche comuni della giustizia e degli affari interni. Milanesi: «Fra i 28 paesi dell’Unione, non è l’unico ad avere ottenuto deroghe, ma gli altri ne hanno molte di meno. Anzi, proprio il caso britannico dimostra come l’Europa a “più velocità” (cioè, a differenti livelli di integrazione) esista da decenni. Inoltre, non dimentichiamo che, per facilitare la scelta di restare nell’Ue, il governo Cameron ha ottenuto, lo scorso febbraio, il riconoscimento della natura non vincolante del solenne intento di costruire “un’Unione sempre più stretta”. Nella medesima occasione si sono concordate ulteriori varianti alle regole base che permetteranno, ad esempio, di
opporsi a nuove leggi Ue in nome della “sussidiarietà” a favore degli Stati» [1].

 


A ben vedere, dunque, il Regno Unito aderisce appieno solo alla parte più antica del sistema Ue: mercato interno unico europeo (con le politiche che lo accompagnano, come l’agricola, l’ambientale, la regionale), unione doganale e politica commerciale comune verso il resto del mondo. Contribuisce, altresì, al bilancio Ue – sebbene paghi meno, grazie allo sconto ad hoc – e prende parte alla politica estera e di sicurezza comune. In quest’ultimo comparto e negli altri dove l’Unione delibera all’unanimità, centellina il suo consenso, sulla base dei propri interessi, non di rado impedendo le decisioni; come fa,
per esempio, in materia fiscale e sociale [1].

 


Osservata da questa prospettiva, la Brexit si ridimensiona parecchio, perché il Regno Unito è già fuori da molti, rilevanti campi d’azione dell’Unione e si è sempre opposto a formule più federative. Visti gli ambiti ai quali ora partecipa, viene da dire che se votasse per il Leave, ma poi, aderisse allo Spazio economico europeo (See), gli effetti economici sarebbero molto meno intensi di quel che si tende a paventare. Il Trattato See, del 1992, unisce l’Ue ai Paesi Efta (Associazione europea di libero scambio, fondata nel 1960): sancisce la libera circolazione di merci, servizi, capitali e lavoratori; recepisce oltre l’80% dell’intera legislazione Ue; ma non ha significativi capitoli di spesa, né una politica commerciale comune. Quest’ultima farebbe la differenza, ma il Regno Unito potrebbe firmare ex novo tutti gli accordi nei quali, ora, è coinvolto tramite l’Ue [1].

 


Comunque, secondo i dati pubblicati a maggio dall’Observer, circa l’88% degli economisti ritiene che un’uscita dalla Ue avrebbe un impatto negativo, con una ricaduta pesante sulla sterlina che rischierebbe un’ulteriore crollo (dopo aver perso il 13% da inizio anno), e un danno permanente all’economia con brusco calo del Pil, degli investimenti, dell’export, ecc. Il fronte pro-Brexit ritiene invece che superata la fase iniziale l’economia ripartirebbe alla grande e Londra resterebbe il centro finanziario d’Europa, libera dalle regole imposte da Bruxelles [4].

 


La Banca d’Inghilterra (BoE) si è attrezzata da tempo per l’emergenza. Sia il comitato di politica monetaria sia il comitato di
politica finanziaria saranno pronti per riunioni straordinarie mentre il governatore Mark Carney chiederà assistenza a Fed e Bce qualora avvertisse i sintomi di una corsa a vendere pound tale da mettere sotto pressione gli stock di valuta estera. Poi, dopo la primissima fase, quella più acuta, la BoE si troverà costretta a scegliere quale strategia seguire ovvero dovrà decidere se alzare i tassi per sostenere la valuta o ridurli per spingere un’economia che in caso di Brexit si troverebbe in rapida marcia verso la recessione se è vero, come prevede Standard & Poors, che si assisterà alla paralisi degli investimenti in
conto capitale delle imprese in Gran Bretagna [10].

 


Anche quali saranno le nuove regole sull'immigrazione è impossibile prevederlo, perché dipende da che tipo di accordo verrà stabilito. Lo schieramento pro-Brexit ha promesso di limitare l’immigrazione dalla Ue, omologando i cittadini Ue ai cittadini extra-Ue che devono richiedere il visto, e introducendo un sistema a punti come quello in vigore in Australia. Se però la Gran Bretagna vorrà restare parte del libero mercato e vuole la libera circolazione dei beni allora dovrà accettare anche la libera circolazione delle persone, come ad esempio ha dovuto fare la Svizzera pur non essendo parte della Ue [4].

 


In conclusione, Brexit potrebbe avere conseguenze imprevedibili in entrambi i campi, ma di natura alquanto diversa. Per la Gran Bretagna molto dipende dal giudizio che daranno i mercati, per l’Unione Europea da quello che daranno le opinioni pubbliche dei singoli stati. E visto che in tutti i principali paesi le prossime elezioni nazionali saranno focalizzate su due temi: economia e immigrati, essendo centrale la dimensione europea su entrambe le questioni, l’esito del referendum inglese avrà un impatto sugli atteggiamenti dei cittadini e dei partiti politici di tutta la Ue [7].

 


Tabellini: «Se vincerà Brexit, la preoccupazione principale sarà di evitare il contagio politico, e il modo più facile per farlo sarà dare all’Inghilterra una punizione esemplare. Se invece vincerà Remain, potrebbe essere il momento giusto per mostrare ai cittadini che l’Europa sa anche essere la soluzione dei loro problemi in un mondo in cui la dimensione nazionale è troppo piccola. Intanto speriamo che i governi nazionali sappiano esprimere una visione comune su come affrontare uno dei frangenti storici più difficili del dopoguerra, senza dividersi nella loro reazione agli eventi inglesi» [7].

 

(a cura di Francesco Billi)

Note: [1] Enzo Moavero Milanesi, Corriere della Sera 17/6; [2] Nicol Degli Innocenti, Il Sole 24 Ore 14/6; [3] Alberto Simoni, La Stampa 18/6; [4] Nicol Degli Innocenti, sole24ore.it 8/6; [5] il Post 8/6; [6] Alessandro Barbera, La Stampa 12/6; [7] Guido Tabellini, Il Sole 24 Ore 12/6; [8] Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 11/6; [9] Tonia Mastrobuoni, la Repubblica 18/6; [10] Leonardo Maisano, Il Sole 24 Ore 9/6.

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