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Prima le nozze forzate, poi lo stupro. Il destino di una cristiana a Mosul

Fermata da una banda di miliziani califfali a Mosul, due anni fa, mentre stava cercando il marito scomparso e traferita in un campo di prigionia, è stata più volte stuprata. "Fino a nove volte a notte”. L’ex ministro iracheno Warda chiede che l’Italia riconosca che quello in corso tra Siria e Iraq è un genocidio.

10 Giugno 2016 alle 10:20

Prima le nozze forzate, poi lo stupro. Il destino di una cristiana a Mosul

Donne cristiane pregano in una chiesa in medio oriente (foto LaPresse)

Roma. La piccola croce tatuata sul braccio è stata la sua condanna: fermata da una banda di miliziani califfali che presidiava le strade di Mosul, nell’estate di due anni fa, mentre stava cercando il marito, scomparso nel nulla mentre i jihadisti occupavano la città. “La gente se ne stava andando, tutti stavano abbandonando la città,  anche i musulmani. Io però non avevo nessuno, avevo la speranza di ritrovare mio marito. Mi dicevo, se partissi, dove andrei?”. Subito trasferita – assieme a uno dei suoi tre bambini, gli altri due li aveva affidati ai vicini di casa – in un campo di prigionia, è stata più volte stuprata. “Fino a nove volte a notte”, ha detto la donna irachena intervistata dall’organizzazione no profit “In defense of Christians”. La storia è stata poi ripresa dall’emittente Fox News. “Prima di ogni stupro però, si celebrava un rapido matrimonio e poi un altrettanto rapido divorzio”: per i miliziani tanto bastava a giustificare la pratica, ammantandola d’un alone legale e religioso.

 

“Mi prendevano ogni volta che volevano. Uno in particolare, Farouk, era ossessionato da me e diceva che gli piacevano le donne di Gesù”. Ciò che è capitato a lei è accaduto “a molti cristiani e yazidi”, ha detto Toufic Baaklini, presidente di “In Defense of Christians”, aggiungendo che la diffusione di storie come questa ha l’obiettivo di sensibilizzare il mondo a fare qualcosa per porre fine alla persecuzione. “La decisione degli Stati Uniti di definire ufficialmente genocidio la condizione dei cristiani in Iraq è il primo passo. Il prossimo dovrebbe essere la creazione di una zona protetta per loro sulla falsa riga di quella realizzata negli anni Novanta da Washington e dalla Nato per proteggere i musulmani durante la guerra in Bosnia”, ha aggiunto Baaklini. Dopotutto, i cristiani nel vicino e medio oriente “chiedono solo di vivere in pace, poter pregare ed essere liberi. Una zona protetta, un’area messa in sicurezza sarebbe dunque il passo necessario per garantire loro la possibilità di far rientro nelle proprie case”, prosegue il presidente dell’organizzazione no profit.

 


Donne cristiane pregano in una chiesa in medio oriente (foto LaPresse)


 

Intanto arrivano le prime adesioni all’appello lanciato l’8 giugno su questo giornale dalla fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che soffre-Italia affinché anche l’Italia riconosca che quello in corso tra Siria e Iraq è un genocidio. Ottantasette parlamentari italiani, tra deputati e senatori, hanno già aderito, mentre Pascale Warda, già ministro iracheno per le Politiche migratorie e attuale presidente dell’organizzazione Hammurabi Human Rights, ha detto che “non abbiamo fatto nulla di fronte al massacro collettivo di persone innocenti. Ora il minimo che possiamo fare è chiamare con il loro nome le atrocità commesse dall’Isis”. Warda, che ha partecipato alla campagna che ha portato al riconoscimento del genocidio da parte del Congresso e del dipartimento di stato americani, invita il governo italiano a imitare Washington: “E’ la nostra prima responsabilità, se vogliamo davvero essere una comunità internazionale e non una mera unione di stati che di fatto stanno legalizzando delle atrocità”.

 

 

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