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La guerra e le sue immagini

Quanti sgarbi tattici nelle battaglie a Raqqa e Falluja contro l’Is

Turchi furiosi contro gli americani alleati con i curdi nell’offensiva in Siria. A Falluja c’è il timore di una vendetta settaria. Interviene l’ayatollah Sistani per evitarla

28 Maggio 2016 alle 06:18

Quanti sgarbi tattici nelle battaglie a Raqqa e Falluja contro l’Is

Le Forze speciali americane che partecipano alle operazioni per conquistare la città siriana di Raqqa, in Siria

Milano. Le due grandi battaglie in corso in Siria e in Iraq contro lo Stato islamico dimostrano che c’è stata un’accelerazione militare, probabilmente per sfruttare la tanto chiacchierata debolezza del gruppo di al Baghdadi. E in queste battaglie, che raccontano due storie diverse pur con un obiettivo finale comune, molto clamore hanno fatto le immagini. Cominciamo da Raqqa, l’offensiva partita questa settimana a nord della capitale di fatto dello Stato islamico in Siria.  Le foto circolate giovedì sono state scattate da un fotografo della France Press a Fatisah, a 40 chilometri a nord di Raqqa: nelle immagini gli uomini indossano un misto di uniformi ed equipaggiamenti militari americani e curdi, ci sono lanciatori automatici di granate Mk47 montati sul retro di un pickup, un armamento usato dalle forze speciali americane e poco venduto ad altri paesi. Altri soldati hanno le mostrine degli uomini dell’Ypg, i combattenti curdi siriani che stanno operando nelle Forze siriane democratiche (Sdf) nei preliminari della liberazione di Raqqa, iniziati nel nord della città. Il clamore sta nel fatto che le truppe inviate dagli Stati Uniti – ci sono al momento 300 special-ops sul terreno – hanno sempre avuto un ruolo di consulenza, e il Pentagono, interrogato da Foreign Policy, ha confermato ancora ieri che gli uomini “forniscono consigli e assistenza” ai soldati dell’Sdf, ufficialmente gli unici “boots on the ground” di ogni operazione militare contro lo Stato islamico. I militari dicono che sul campo di battaglia “si fa quel che si deve fare”, e dalle immagini il ruolo delle special-ops sembra ben più “combat” di come ci è stato detto finora.

 

Questo segnala, al netto delle ipocrisie che hanno scandito la missione internazionale contro il Califfato, che gli Stati Uniti vogliono che sia ben chiaro che questa operazione – operazione simbolica e strategicamente rilevante – è una loro iniziativa.

 

I turchi l’hanno capito benissimo, e ieri hanno esternato tutta la loro contrarietà all’alleanza esplicita tra americani e Ypg, che è considerato l’esercito del Pkk, il partito curdo che la Turchia combatte da decenni e che gli Stati Uniti hanno messo nella lista delle organizzazioni terroristiche. Nella guerra siriana, in assenza di una visione a lungo termine (nemmeno a breve), ci sono state spesso alleanze sciagurate, cambi di fronte, patti a tempo, ma questo sodalizio è per la leadership di Ankara “inaccettabile”. “Che i soldati americani, che sono nostri alleati e determinati nel combattere i terroristi – ha dichiarato il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Cavusoglu – indossino insegne di un’organizzazione terrorista è inaccettabile. Allora dovrebbero indossare mostrine dello Stato islamico o di al Nusra o di al Qaida in altre operazioni in Siria. Perché non quelle di Boko Haram in Africa allora?”. Lo scontro tra Ankara e Washington è destinato ad avere conseguenze permanenti nella “mini guerra mondiale” che si combatte tra la Siria e l’Iraq.

 

Sul fronte di Falluja, l’altra grande offensiva contro lo Stato islamico in Iraq, i dissapori sono più sottili, ma non per questo meno rilevanti.

 

Per la battaglia di liberazione di Falluja il primo ministro iracheno, lo sciita Haider al Abadi, ha stanziato 35 mila soldati, ma secondo alcune fonti di intelligence questi uomini non stanno partecipando all’attacco. La gestione strategico-militare dell’operazione è nelle mani di Qassem Suleimani, capo delle forze al Quds e custode supremo delle mire espansionistiche iraniane nella regione iracheno-siriana: è stata pubblicata un’immagine di Suleimani in una “war room” nei pressi di Falluja, per sottolineare la sua regia sulle brigate iraniane che stanno dando l’assalto alla città. La foto, come spesso accade con questo generale iraniano celebre per la sua ossessione per la segretezza ma che da ultimo si è dedicato a coltivare la propria immagine pubblica, ha fatto anch’essa molto clamore: Suleimani è nella lista delle persone sotto sanzioni per l’occidente, non avrebbe libertà di movimento per quel che ci concerne, ma sta portando avanti la liberazione di una città strategica – e simbolica – come Falluja anche per conto dell’occidente. Le alleanze sciagurate, si diceva.

 

Il timore che la battaglia di Falluja si trasformi in un enorme regolamento di conti settario è molto alto. Gli Stati Uniti, ancora una volta, sembrano occuparsi soltanto dell’obiettivo militare: espugnare fortini dello Stato islamico per indebolirlo e “squeeze”, spremerlo. Delle conseguenze delle alleanze sul campo – e dei problemi nell’eventuale ristabilizzazione che ci sarebbe in seguito – per ora sembrano non occuparsi. Ma chi conosce l’Iraq sa che una volta che alcuni meccanismi di vendetta settaria sono messi in moto, è improbabile che si riesca a tornare indietro. E’ per questo che hanno un peso le parole del grande ayatollah Sistani, chierico di riferimento degli sciiti iracheni. Durante la campagna partita nel 2003, Sistani chiedeva che il governo sciita che aveva rimpiazzato Saddam non fosse animato da impulsi religiosi, cioè che pensasse alla transizione del paese e alla sua unificazione piuttosto che vendicarsi di decenni di leadership sunnita. E ancora adesso, di fronte all’avanzata degli uomini di Suleimani a Falluja, Sistani interviene: “Salvare gli innocenti da qualsiasi dolore è la cosa più importante, ancor più che colpire il nemico”. Citando il Corano, la dichiarazione di Sistani continua: “Non siate estremi, non siate sleali. Non uccidete gli anziani, non uccidete i ragazzi, non uccidete le donne, non tagliate un albero se non è necessario”. Ma intanto chi può sta cercando di fuggire da Falluja.

 

Le domande sul dopo sono tante: se Raqqa davvero fosse liberata, gli americani a chi daranno l’autorità sulla città? Il rais siriano, Bashar el Assad, conta di poterne avere la giurisdizione, ma ci sono i curdi che combattono e che vanno a caccia di uno stato, e nella linea ufficiale degli americani il dittatore di Damasco è del tutto delegittimato. I russi, che sostengono Assad e lavorano in asse con gli iraniani, avanzeranno le loro richieste: per ora gli americani non rispondono agli inviti di Mosca a collaborare per la liberazione di Raqqa.

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