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Il pugno europeo anti Brexit

Iniziano le minacce di Bruxelles. L’effetto boomerang è nell’aria

21 Maggio 2016 alle 06:15

Il pugno europeo anti Brexit

Jean-Claude Juncker (foto LaPresse)

Il dibattito sulla Brexit non è mai stato molto illuminante, da una settimana non si fa che parlare del fatto che Boris Johnson, ex sindaco di Londra e sostenitore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, ha paragonato le politiche europee a quelle di Hitler, e anche se nei giorni successivi si è inoltrato su strade più realistiche e meno revisioniste – tipo le regole che specificano quante banane possono essere vendute insieme – il tono della discussione è stato fissato. L’Europa, che ha saggiamente deciso tempo fa di non intromettersi troppo nella campagna referendaria britannica – si vota il 23 giugno – per evitare effetti boomerang fastidiosi e già ampiamente verificatisi in passato (l’Ue non sa dire quasi mai nulla di buono su se stessa), si è risentita. E così sono iniziate le rispostacce e le velate minacce.

 

Era già accaduto con il referendum sull’indipendenza scozzese, che è un’esperienza che fa da canovaccio all’iniziativa sulla Brexit: non appena iniziarono le minacce, il fronte indipendentista cominciò a consolidarsi e a fare paura. Ma le lezioni sono difficili da ricordare soprattutto quando un inglese parla di Hitler o, come ha fatto in senso contrario David Cameron, il premier che si gioca la carriera sul referendum dal lato del “remain”, quando si evocano scenari di guerra e macerie nel cuore dell’Europa. Così Bruxelles ha reagito. Il presidente della Commissione Juncker ha detto che  se il popolo britannico decide di dire no al suo matrimonio europeo, “cosa che non mi auguro”, “la vita comunitaria non continuerà come prima. Il Regno Unito dovrà accettare di essere considerato come una nazione che non è più un membro dell’Unione, e non sarà una posizione confortevole”. In sintesi: “I disertori non saranno accolti a braccia aperte”, ha detto Juncker. Qualche giorno prima, il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, era intervenuto contro Boris Johnson: le sue parole su Hitler sono “assurde”, aveva detto, e nel “caos” che ci sarebbe in caso di Brexit gli inglesi non otterrebbero che svantaggi.

 

L’Economist in edicola si interroga sull’efficacia dei referendum, e c’è da scommettere che anche Cameron passi il tempo a porsi la stessa domanda. Ma ora che anche l’Europa ha deciso di dire la sua, il calcolo si complica ulteriormente: difendere una causa con le minacce non è quasi mai una buona idea.

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