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Ecco perché nelle Filippine ha vinto “The Punisher”

Rodrigo Duterte ha insultato il Papa e ha promesso di eliminare il crimine uccidendo centomila criminali. La sua vittoria racconta l’esasperazione del paese

9 Maggio 2016 alle 20:10

Ecco perché nelle Filippine ha vinto “The Punisher”

Il candidato populista nelle presidenziali nelle Filippine, Rodrigo Duterte, è in netto vantaggio sugli altri concorrenti (foto LaPresse)

Bangkok. “Ho due soci: Dio e la pistola”, dice Franco. Alza gli occhi al cielo, poi estrae l’automatica calibro 45 con caricatore modificato da 11 colpi che porta al fianco. “Quando avrò finito i colpi, la faccenda dovrebbe essere risolta”, spiega. “Le pompe funebri si riempiranno. Io fornirò i corpi”, dice con un sorriso Rodrigo. Ha promesso che in sei mesi eliminerà il crimine uccidendo centomila criminali. Se lo riterranno colpevole di strage, si concederà il perdono. Franco è Francisco Tito, detto il “Kapitan”. Per quasi vent’anni è stato il presidente del barangay (l’unità socio-politica delle Filippine) di Diwalwal, villaggio di quarantamila minatori nella foresta del monte Diwata, immensa miniera d’oro nell’isola di Mindanao, all’estremo sud di quella nazione-arcipelago. Rodrigo è Rodrigo Duterte, detto “The Punisher” o “Duterte Harry” per la sua passione per l’ispettore Callaghan, Dirty Harry. Del 1988 è sindaco di Davao, la principale città di Mindanao (la terza delle Filippine), che prima del suo arrivo deteneva il record nazionale di omicidi.

 

Tito e Rodrigo incarnano l’immagine del “siga” l’uomo duro, tanto amato dai filippini. Come Manny Pacquiao, idolo del pugilato, eroe nazionale convertito alla politica. Ma sono anche il simbolo della disperata volontà dei filippini di rovesciare un sistema dominato dalle élite, da coloro che chiamano “trapos”, volgarissima espressione riservata al peggio del peggio e adottata per i “politici tradizionali”. Ecco perché martedì Rodrigo Duterte è divenuto presidente delle Filippine, vincendo quella che ha definito una “guerra di classe” e promettendo che la sua presidenza “Sarà sanguinosa… Molta gente morirà”. Non si sa ancora, invece, se Tito è il nuovo governatore della Compostela Valley, a Mindanao. Per avere tutti i risultati ci vorrà un po’ di tempo: nelle stesse elezioni (cui si sono registrati al voto circa 54 dei 96 milioni di filippini) sono designati anche 12 senatori, 291 deputati e 18mila funzionari governativi.

 

L’ascesa di Duterte è stata tanto resistibile quanto prevedibile. A stupirsene sono stati soprattutto alcuni analisti occidentali, quelli che confondono Manila con Makati, ossia il Central Business District, vera e propria città nella città, dove si concentrano i grattacieli più alti, disseminata di caffè, ristoranti, hotel di lusso, centri commerciali. In questo ambiente era facile farsi confondere dai clamorosi risultati macroeconomici ottenuti dal presidente uscente, Benigno Aquino III, figlio di Corazon Aquino, che nel 1986 guidò la pacifica rivoluzione che segnò la transizione alla democrazia, e di Benigno Aquino, esponente dell’opposizione assassinato nel 1983. Nei sei anni del suo mandato (la costituzione ne prevede uno solo) la crescita media è stata del 6 per cento e  gli investimenti esteri sono triplicati. Ma il 76 per cento della ricchezza è andato alle 40 famiglie più ricche del paese, le stesse dalle quali proviene quasi il 70 per cento dei legislatori. Mentre il 26,3 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà e le Filippine sono al secondo posto nella classifica delle nazioni più povere del sud-est asiatico, subito dopo la Birmania e ben prima di paesi quali Laos e Cambogia. Senza contare che la maggior fonte di reddito del paese sono i  miliardi di dollari di rimesse degli emigrati (il 10 per cento della popolazione), la maggior parte dei quali lavorano come marinai su navi battenti bandiera ombra o nei cantieri dei paesi del Golfo.

 


Folla di elettori a favore di Rodrigo "Digong" Duterte a Manila (foto LaPresse)


 

Una nazione, quindi, con milioni di “orfani bianchi”, con almeno un genitore oltreoceano. Secondo uno studio dell’Asia-Pacific Policy Center, questi ragazzi abbandonano la scuola, sono consumatori abituali di shabu, una metanfetamina devastante per l’organismo (nel 2012 le Filippine avevano il primato di consumo in Asia), sempre più esposti al rischio crimine. Tutti fattori che spiegano perché l’aspettativa di vita nelle Filippine sia di 66 anni per gli uomini e 73 per le donne (in Italia è di 80 e 85). Le Filippine, insomma, sono la dimostrazione di quanto scritto da Samuel Huntington nel suo libro “Political Order in Changing Societies”: l’accelerazione economica nelle nazioni in via di sviluppo tende a creare una crescente disuguaglianza, con conseguente instabilità politica e rivolta sociale.

 

In un paese così, più che la filosofia politica va applicata la psicologia. Solo così si spiega il successo di un uomo come Duterte, che è stato paragonato a un misto tra Donald Trump, Rudy Giuliani – l’ex sindaco di New York teorico della tolleranza zero – e Mad Max. Duterte, 71 anni, vanta le sue numerose relazioni extraconiugali, sostenute da massicce dosi di Viagra, e non si fa alcuno scrupolo di scherzare coi “Santi”. Come ha fatto definendo lo stupro di una “bella” suora canadese “uno spreco” e affermando “Avrei voluto essere il primo”. Come quando si è lamentato del traffico causato dalla visita del Papa: “Volevo chiamarlo: Papa, figlio di p…Vai a casa e non tornare più”. Molti si aspettavano che battute del genere, in un paese all’82 per cento cattolico, ne avrebbero rallentato l’ascesa. Dimenticando che moltissimi dei cattolici filippini sono tali solo perché battezzati ma che milioni di loro sono divenuti seguaci di diverse sette, come quel “Regno del Paradiso” che ha finanziato la campagna di Duterte. “Non puoi combattere il diavolo se sei un santo. Puoi combattere il diavolo solo se sei più diavolo del diavolo”, lo ha giustificato Apollo Quiboloy, autoproclamato “Figlio di Dio”.

 

La popolarità di Duterte ha risentito ancor meno delle denunce dei gruppi per i diritti umani, che lo accusano di aver organizzato squadre di vigilantes responsabili dell’assassinio di 1.700 persone. Duterte, che ha smentito e rivendicato tali operazioni, ribatte che in tal modo Davao, la città di cui era sindaco, è divenuta la più sicura delle Filippine. Non solo, anche una delle più pulite e modigerate: ha bandito la vendita di liquori dall’una alle otto del mattino, imposto la videosorveglianza a tutti gli esercizi commerciali, stabilito il coprifuoco per gli adolescenti, adottato limiti di velocità e norme antifumo più severe che a Singapore. Davao ha così superato anche il tasso di crescita nazionale grazie all’afflusso di investitori esteri che hanno deciso di stabilirvi fabbriche e call center (negli ultimi anni questo business si è spostato dall’India alle Filippine. Le multinazionali preferiscono impiegare i giovani filippini, cresciuti nel brodo di cultura americano e dall’inglese molto meno contaminato da bizzarre inflessioni).

 


Dalle slum di Manila viene una parte importante degli elettori di Duterte (foto di Massimo Morello)


 

Il programma di Duterte è l’estensione a livello nazionale del modello Davao. A questo scopo ha previsto l’assunzione di oltre 3.000 poliziotti, il raddoppio del salario per le forze dell’ordine e i militari e una sorta d’impunità se i criminali oppongono resistenza: “Uccideteli tutti e il problema è risolto”, ha dichiarato. Così si verrà a creare un ambiente più favorevole allo sviluppo economico incrementando la spesa pubblica in infrastrutture, istruzione e trasporti. Molti investitori, tuttavia, erano piuttosto scettici riguardo la competenza di Duterte in campo economico. Lui li ha rassicurati con un raro slancio di umiltà: “Mi rivolgerò alle migliori menti economiche del paese, offrendo loro il doppio dello stipendio”. Del resto non sembra che il neo presidente voglia allontanarsi troppo dalla politica economica del predecessore: ha dichiarato che intende copiare i suoi migliori progetti: “Sono abituato a copiare sin dai tempi di scuola”.

 

Paradossalmente, invece, sembra che Duterte non abbia il sostegno di molti militari. Almeno tra i più alti gradi, sono spaventati dal suo programma di politica interna: prevede di trasformare le Filippine in una federazione e soprattutto un accordo con le forze ribelli maoiste – sembra abbia offerto posti di governo ai leader – attive nelle zone più selvagge dell’arcipelago e con gli insorgenti islamici di Mindanao, tra i quali è molto popolare. Tutto ciò, secondo alcuni, rende “molto probabile” un possibile colpo di stato militare durante la presidenza Duterte. In compenso, pochi giorni prima delle elezioni, il presidente Aquino ha dichiarato la sua preoccupazione per una possibile deriva dittatoriale di Duterte. Altri hanno paragonato il Dutertismo agli albori di Nazismo e Fascismo. Il neo presidente, dal canto suo, ha prospettato la possibilità di sciogliere il Parlamento qualora non si dimostrasse cooperativo.

 


Il candidato nelle presidenziali nelle Filippine, Rodrigo Duterte, tiene un discorso durante la campagna elettorale (foto LaPresse)


 

Il nuovo governo filippino, insomma, sembra seguire la via che si delinea in gran parte dell’Asia: una “democrazia limitata” che contesta i “valori universali” sanciti in occidente. Questa via appare molto chiara in politica estera. Duterte ha minacciato di allentare i rapporti coi maggiori alleati occidentali quando i governi australiano e statunitense hanno manifestato disappunto per le sue esternazioni. L’antioccidentalismo rientra perfettamente nella politica di Duterte: le Filippine sono state colonia americana per mezzo secolo, sino al 1946, dopo 400 anni di dominio della Spagna ed è facile giocare su uno spirito di rivincita. Era già accaduto nel ’91, alla fine della Guerra Fredda, quando erano state chiuse le basi statunitensi. Poi, nel 2014, il presidente Aquino aveva siglato un accordo per la riapertura di cinque basi: le Filippine diventavano il fulcro del pivot asiatico di Obama, il riposizionamento nell’area degli Stati Uniti. Forte di tale appoggio, Aquino aveva denunciato al tribunale internazionale dell’Aia le rivendicazioni cinesi su alcune isole in acque filippine e aveva adottato la politica statunitense del dialogo multilaterale tra Cina e le nazioni (oltre alle Filippine soprattutto Vietnam e Malaysia) coinvolte nelle dispute territoriali in quello che è denominato Mar della Cina Meridionale.

 

Duterte, invece, ha dichiarato che vuole aprire un dialogo bilaterale, da sempre sostenuto dalla Cina in nome della vecchia politica del divide et impera. Ha promesso di “starsene zitto” sul mar della Cina se Pechino finanzierà la costruzione di ferrovie nelle Filippine. Un atteggiamento di non interferenza che alcuni analisti americani hanno giudicato ingenuo, non tenendo conto che nel 2017 le Filippine avranno la presidenza di turno dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico, e saranno determinanti nel definirne la strategia. Se però la Cina avanzasse pretese sulle Spratlys (isole considerate territorio nazionale), ha minacciato Duterte, ci sbarcherà personalmente a bordo di una moto d’acqua.

 

Facile comprendere, quindi, perché Duterte abbia vinto, giocando su tutte le corde nazionalpopolari. Ma della sua resistibile ascesa sono ancor più responsabili i candidati dell’opposizione: la senatrice Grace Poe e Mar Roxas, amico e consulente di Aquino. Se uno dei due avesse rinunciato (nelle Filippine non è previsto il ballottaggio), l’altro, probabilmente, avrebbe avuto la maggioranza (secondo le proiezioni Duterte ha vinto con circa il 39 per cento dei voti, gi altri due hanno totalizzato il 44). Il problema è che entrambi fanno parte di quell’elite filippina che difficilmente rinuncia ai propri privilegi, anche a costo di rimetterci. In fondo è lo stesso spirito espresso da personaggi come Duterte, Manny Pacquiao (dagli exit poll sembra essersi assicurato un posto in senato) o Franco Tito (di cui ancora non si sa la sorte).

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