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“La Merkel serve i giornalisti a Erdogan per il tè”

Il quotidiano francese Le Figaro titola chiaro: “La libertà d’espressione sacrificata sull’altare dei visti”. Lo scorso mese Can Dündar, direttore del quotidiano turco Cumhuriyet, imprigionato e processato per uno scoop sui legami fra i servizi segreti turchi e l’Isis, aveva diretto un drammatico appello ad Angela Merkel dalle colonne dello Spiegel.

6 Maggio 2016 alle 06:18

“La Merkel serve i giornalisti a Erdogan per il tè”

Recep Tayyip Erdogan (foto LaPresse)

Roma. Il quotidiano francese Le Figaro titola chiaro: “La libertà d’espressione sacrificata sull’altare dei visti”. Lo scorso mese Can Dündar, direttore del quotidiano turco Cumhuriyet, imprigionato e processato per uno scoop sui legami fra i servizi segreti turchi e l’Isis, aveva diretto un drammatico appello ad Angela Merkel dalle colonne dello Spiegel. Dündar, contro cui ieri la procura di Ankara ha chiesto 31 anni di carcere, aveva implorato la cancelliera di scegliere da che parte stare nella “lotta all’ultimo sangue tra persone che credono nei diritti umani, democrazia, stato di diritto, libertà di stampa e coloro che credono nella guerra, la repressione e il radicalismo”. Dündar aveva scritto a Merkel che, “per assicurarsi il vostro silenzio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan usa la minaccia di aprire i confini come una spada di Damocle”. Con l’abolizione dei visti ai turchi per entrare nell’area Ue, Merkel e la Commissione di Bruxelles hanno scelto di svendere la libertà di espressione. Mentre i negoziati tra Bruxelles e Ankara si sono concentrati sulla questione migranti, quella della libertà di parola in Turchia (ma non solo) è stata completamente ignorata. “L’Unione europea sacrifica la libertà di stampa per l’aiuto turco”, scrive Politico Europe.  

 

Il giorno dopo essersi impegnata per la libertà di parola in occasione del World Press Freedom Day, la Commissione europea si ritrova accusata di abbandonare quei princìpi per ottenere il favore di una autocrazia repressiva come la Turchia sui migranti. “La Ue ha messo da parte i suoi valori fondamentali come la libertà di espressione”, ha detto Katie Morris della organizzazione non governativa Articolo 19. “La Commissione europea ha abbandonato i giornalisti, gli editori e gli scrittori in Turchia che devono affrontare la prigionia, le molestie e persino la morte per aver parlato”, scandisce anche Jo Glanville, direttore del Pen inglese. Il giornalista turco Ahmet Sik ha recentemente pubblicato un rapporto per il Pen, “Journalism Under Siege”, specificando la misura in cui il giornalismo è già stato attaccato in Turchia: trecento azioni penali contro i giornalisti soltanto nell’ultimo anno. Ma il silenzio della Commissione e della Merkel sulla libertà di espressione in Turchia ha conseguenze anche per l’Europa.

 

Dopo settimane di reclusione dalla vita pubblica, ieri il comico tedesco Jan Böhmermann, autore di una poesia contro il presidente turco Erdogan che gli costerà un processo e che gli è già costata la scorta della polizia e l’interruzione del suo show televisivo, ha rilasciato la sua prima intervista e criticato duramente la cancelliera. Merkel, ha detto Böhmermann, non può essere indecisa quando in gioco c’è la libertà di espressione, invece “mi ha fatto a filetti, servito per il tè a un despota nevrotico e ha fatto di me un Ai Weiwei tedesco”, ha detto al settimanale Die Zeit. Il comico attacca in particolare Merkel per aver definito la poesia, in una telefonata con l’ex premier turco Ahmet Davutoglu, “volutamente offensiva”, un giudizio di cui nel frattempo la cancelliera ha spiegato di essersi pentita. “Ho provato a spiegare ai miei telespettatori, sulla base di un pezzo satirico di quasi quattro minuti, cosa distingue una democrazia aperta e liberale da una autocrazia di fatto, autoritaria e repressiva, alla quale non importa nulla della libertà di espressione e delle arti”, ha concluso Böhmermann.

 

Non ha ceduto invece alle pressioni turche e alla debolezza della Commissione europea l’Orchestra sinfonica di Dresda, che ha appena fatto il pieno e raccolto una lunga standing ovation per il concerto che la Turchia ha cercato di boicottare per settimane, facendo pressione impressionanti su Bruxelles che quel concerto aveva finanziato con duecentomila euro. “Aghet - agit”, ideato per commemorare il genocidio armeno, si è visto privare – su pressione turca – del comunicato di annuncio della Commissione Ue, salvo poi fare marcia indietro dopo le proteste. In Turchia è proibito parlare di “genocidio armeno”, tanto che il giornalista Hrant Dink, che aveva pubblicato a lungo sul genocidio, venne condannato nel 2005 e assassinato due anni dopo. Nei giorni scorsi si è fatta sentire il ministro della Cultura della Sassonia, Eva-Maria Stange (Spd): “Non sono affatto sorpresa che la Turchia abbia protestato contro il progetto musicale, ma trovo scandaloso e spaventoso con quale persistenza il governo turco stia cercando di interferire nelle arti e nella libertà di espressione della Repubblica Federale”. Cosa accadrà quando la Turchia avrà adottato, come la definisce provocatoriamente Daily Beast, “la prima costituzione islamica d’Europa”?

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