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L'ex ceo di McDonald’s si oppone all'innalzamento del salario minimo

Secondo Ed Rensi  la decisione “spazzerà via migliaia di opportunità di lavoro scarsamente qualificato per gente che non ha molte altre opzioni”.

30 Aprile 2016 alle 06:00

L'ex ceo di McDonald’s si oppone all'innalzamento del salario minimo

Proteste contro lo sfruttamento dei dipendenti McDonald's (foto LaPresse)

La campagna per l’innalzamento del salario minimo è un pezzo dell’agenda di Barack Obama ripreso e rilanciato tanto da Hillary Clinton quanto da Bernie Sanders. Il senatore socialisteggiante vorrebbe portarlo a 15 dollari l’ora per decreto federale, Hillary si accontenta di una soglia inferiore, in campo nazionale, ma appoggia le iniziative locali come “Fight for 15” che hanno già ottenuto successi in alcuni stati e città con visioni progressiste e alti costi della vita. I più agguerriti promotori del salario minimo a 15 dollari l’ora sono i sindacati che rappresentano i lavoratori di fast food, categoria in agitazione permanente ormai da anni.

 

Quando si parla di McDonald’s, almeno in America, vengono in mente i cortei con i cartelli sul salario minimo più che l’happy meal. Ma la riforma chiesta dai sindacati ha un prezzo, e a pagarlo non sono gli azionisti che fanno profitti miliardari mentre fumano il sigaro, ma gli operai meno qualificati, oppure quelli che cercano un lavoro e nella catena degli hamburger non riusciranno mai a mettere piede, attori dimenticati del ciclo economico. Ed Rensi, ex ceo di McDonald’s Usa che nel giro di trent’anni è passato da ragazzo dietro la griglia ad amministratore delegato, ha scritto qualche giorno fa su Forbes la “tremenda verità sul salario minimo da 15 dollari”: la misura “spazzerà via migliaia di opportunità di lavoro scarsamente qualificato per gente che non ha molte altre opzioni”. Al sindacato che accusa l’azienda di fare profitti stellari mentre “migliaiaia di dipendenti non arrivano a fine mese”, Rensi ribatte che il 90 per cento dei punti vendita di McDonald’s “sono location indipendenti in franchising che non fanno milioni, ma guadagnano circa 6 centesimi per ogni dollaro speso”.

 

Il conto dell’ex amministratore delegato è presto fatto: “Un punto vendita medio fa ricavi per 2,6 milioni di dollari ogni anno, con un profitto di 156 mila dollari. Se il negozio ha 15 dipendenti part time con il salario a 15 dollari l’ora, questo erode circa tre quarti dei profitti (in realtà i costi sono molto più alti, perché i salari dei manager devono crescere a loro volta). In alcuni casi, il salario a 15 dollari l’ora elimina completamente i profitti”. Esiste però un modo per diminuire i costi e mantenere la profittabilità senza danneggiare i clienti: sostituire i dipendenti che stanno alla cassa con surrogati elettronici. La scelta, però, difficilmente favorirà la crescita di un segmento di mercato che impiega circa quattro milioni di persone, e di certo impedirà di assorbire i milioni di americani giovani e/o poco qualificati per i quali McDonald’s potrebbe offrire un posto appetibile: “Sospetto fortemente che gli organizzatori della campagna per il salario minimo a 15 dollari l’ora siano più interessati ad aiutare se stessi con la raccolta delle quote dei loro associati che ad aiutare gli impiegati”.

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