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Il Califfato filippino

Ucciso l’ostaggio canadese, la guerra al terrorismo islamico di Manila si fa molto complicata.

27 Aprile 2016 alle 18:03

Il Califfato filippino

Gruppo di estremisti islamici nelle Filippine

Roma. La testa è stata ritrovata in una busta di plastica lunedì mattina, in una strada della città di Jolo, la capitale della provincia autonoma di Sulu, nelle Filippine. Un testimone oculare ha visto due persone su una moto senza targa trasportare la busta, e poi abbandonarla su Marina street. Ventiquattro ore dopo le autorità filippine hanno confermato: la testa è quella di John Ridsdel, cittadino canadese preso in ostaggio sette mesi fa dal gruppo di estremisti islamici Abu Sayyaf sull’isola di Samal, una famosa destinazione turistica delle Filippine, a circa cinquecento chilometri da Jolo. Il 17 novembre del 2015 sulla stessa strada di Jolo i miliziani avevano abbandonato la testa dell’ostaggio malesiano Bernard Then. In entrambi i casi l’ultimatum dato da Abu Sayyaf per il rilascio degli ostaggi era scaduto. Insieme con John Ridsdel, il 21 settembre 2015, erano state rapite altre tre persone: Robert Hall, canadese, Marites Flor, la compagna di Hall, di nazionalità filippina, e Kjartan Sekkingstad, norvegese e manager del porto turistico Holiday Ocean View.

 


John Ridsdel, cittadino canadese preso in ostaggio e poi ucciso da un gruppo di estremisti islamici nelle Filippine


 

Tre settimane dopo il rapimento, i miliziani di Abu Sayyf hanno iniziato a produrre video di bassa qualità per comunicare le proprie richieste, si legge sul sito di analisi Trac. Nei primi due video domandavano la fine della cooperazione di paesi stranieri per il contrasto del gruppo. Nel terzo e ultimo video davano come ultimatum le ore 15 del 25 aprile, e chiedevano un riscatto complessivo, per tutti gli ostaggi, di 6,5 milioni di dollari. Sia il Canada sia le Filippine hanno una politica di nessuna negoziazione con i terroristi. Sulle condizioni degli altri tre ostaggi nelle mani di Abu Sayyaf le autorità filippine non hanno parlato. John Risdle, imprenditore, aveva sessantotto anni ed era un amico di Bob Rae, ex politico e predecessore nel Partito liberale canadese dell’attuale premier Justin Trudeau, che ha commentato: “Si tratta di un omicidio a sangue freddo la cui responsabilità ricade in pieno sul gruppo terrorista che l’ha preso in ostaggio”.

 

Il sud delle Filippine negli ultimi dieci anni è diventato un luogo molto difficile per gli stranieri, e non solo. Abu Sayyaf, gruppo nato all’inizio degli anni Novanta come alternativa ai separatisti del Fronte di Liberazione islamico Moro, è noto per la sua brutalità. Nel 2004 fece esplodere un traghetto nei pressi di Manila facendo 116 morti. Attualmente tiene in ostaggio, oltre ai tre già citati, dieci marinai indonesiani e 4 marinai malesiani. Il gruppo – che è nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Onu ed è stato obiettivo di una missione americana durante l’Enduring Freedom nella guerra al terrore – è guidato oggi da Isnilon Totoni Hapilon, cinquantenne filippino che il 23 luglio del 2014 ha giurato fedeltà allo Stato islamico, allontanandosi quindi dalla precedente influenza di al Qaida alla quale apparteneva Abu Sayyaf.

 

Ma il problema nelle Filippine è soprattutto legato al territorio. Il sud appartiene ai moro, l’etnia mussulmana in un paese in cui il 90 per cento della popolazione è cattolica. I moro combattono con Manila da quarant’anni una guerra per la loro indipendenza. Ma la guerra politica si fonda con quella per il fondamentalismo islamico e il fascino esercitato dall’ideologica dello Stato islamico. Rohan Gunaratna, esperto di terrorismo internazionale e docente al S. Rajaratnam School of International Studies di Singapore, spiegava qualche giorno fa al Time che nei prossimi anni è molto probabile che Abu Sayyaf “si dichiarerà una provincia del Califfato. Una volta che accadrà, sarà difficile smantellare questi gruppi”.

 


Un membro del Fronte di Liberazione Islamico Moro durante un addestramento delle reclute


 

Del Torchio è tornato in Italia

 

L’Italia ha subìto già delle vittime nella guerra per il califfato filippino. A Mindanao, sin dagli anni Settanta, è presente il Pontificio istituto missioni estere. Nel 2007 fu rapito padre Giancarlo Bossi, missionario, per quaranta giorni nelle mani del Fronte di Liberazione islamico Moro. A Mindanao fu ucciso, il 17 ottobre del 2011, padre Fausto Tentorio, davanti alla sua parrocchia. E sempre a Mindanao lavorava Rolando Del Torchio, un ex sacerdote del Pime che aveva lasciato l’abito talare e lì gestiva il ristorante “Ur Choice Cafè”. Del Torchio è stato rapito da un commando armato il 7 ottobre del 2015. Nessun gruppo di estremisti ha mai rivendicato ufficialmente il rapimento, ma le autorità hanno lasciato intendere sin da subito il coinvolgimento di Abu Sayyaf. Del Torchio è stato liberato l’8 aprile scorso, e ha trascorso due settimane in ospedale, a Manila. Ieri è rientrato in Italia.

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