Manifestanti al Cairo contro la cessione delle due isole del mar Rosso all'Arabia Saudita

Perché l'entente cordiale tra Egitto e Arabia Saudita ha il placet di Israele

Eugenio Dacrema
Grandi manifestazioni al Cairo contro la decisione di donare a Riad due isolette del mar Rosso dal grande valore strategico. In cambio, la monarchia saudita ha assicurato un sostanzioso aiuto economico. L'alleanza tra i due paesi sunniti in chiave anti-Iran e anti-Hamas

Il 9 aprile è avvenuta una cosa piuttosto inedita, soprattutto in medio oriente: un paese, l’Egitto, ha ceduto volontariamente una parte del proprio territorio, per l’esattezza due isole, a un altro paese, l’Arabia Saudita. Tiran e Sanafir, questi i nomi delle due isole, si trovano all’imboccatura dalla quale il Mar Rosso entra nel Golfo di Aqaba. Due piccoli lembi di terra brulla e sassosa ma dal grande valore strategico; dai loro piccoli territori è infatti possibile controllare, ed eventualmente bloccare, il traffico navale in entrata verso Aqaba ed Eilat.

 

Le ragioni addotte per questa inedita cessione sono diverse. Il governo egiziano ha sottolineato come queste isole siano egiziane solo dal 1950, quando il reame saudita le cedette all’Egitto perché riteneva che le potesse difendere meglio da una eventuale invasione israeliana. Il lancio del megaprogetto che prevede la costruzione di un ponte che colleghi l’Arabia Saudita all’Egitto, e che dovrebbe appunto passare sulle due isole, avrebbe reso inoltre necessaria una sistemazione definitiva della questione. Secondo gli  osservatori, però, le ragioni della cessione non vanno cercate nei libri di storia ma in un mero atto di compravendita. Durante la visita del re saudita Salman al Cairo l’Arabia Saudita si è impegnata a investire nella sofferente economia egiziana circa 20 miliardi di dollari. Non è difficile immaginare che la cessione delle due isole sia parte di questo accordo. Della stessa opinione sembrano anche migliaia di egiziani che hanno protestato nelle strade e lanciato su twitter l’hashtag #Awad_Sold_His_Land, accostando Sisi ad Awad, personaggio della cultura popolare egiziana che getta vergogna sulla sua famiglia vendendone le terre. Il 25 aprile, ricorre il 34esimo anniversario della liberazione del Sinai dal controllo israeliano e per l'occasione il movimento che si oppone all'accordo tra Cairo e Riad ha organizzato manifestazioni di protesta nella capitale egiziana. Tra Giza e piazza Tahrir la polizia ha disperso la folla che protestava e ha impedito ai giornalisti di avvicinarsi al centro. Dieci giorni prima, un'altra manifestazione era stata soffocata nello stesso modo, impiegando anche gas lacrimogeni, in quella che rappresentava la più vasta forma di protesta in Egitto da oltre due anni.

 


Le isole di Tiran e Sanafir tra Sinai e Arabia Saudita

Ma oltre alla rabbia degli egiziani vi sarebbe in teoria anche un altro ostacolo alla cessione: Israele. Quando Israele restituì all’Egitto le due isole insieme al Sinai dopo la firma del trattato di pace mise in chiaro che un loro ritorno all’Arabia sarebbe equivalso a una rottura degli accordi. Ma il problema oggi sembra non esistere più. Il ministro della Difesa israeliano Ya’alon ha garantito che ogni passaggio diplomatico è stato supervisionato da Gerusalemme. E che l’Arabia Saudita – un paese che ancora oggi non riconosce Israele – si è impegnata a rispettare gli stessi vincoli sull’uso delle due isole imposti precedentemente all’Egitto, in primis la piena libertà di navigazione. Ed è questa informale ma evidente “entente cordiale” fra Gerusalemme e le due principali potenze sunnite la novità più importante. Fonti anonime dei servizi israeliani hanno confermato alla rivista Al Monitor che la cooperazione su sicurezza e intelligence con il Cairo non è mai stata così avanzata nel recente passato, soprattutto in chiave anti-Hamas. Non solo: l’avvicinamento silenzioso con l’Arabia Saudita si è fatto sempre più netto da quando entrambi i paesi hanno parallelamente lanciato le proprie campagne politico-mediatiche per arginare l’avvicinamento dell’occidente al comune nemico iraniano e impedirne il rafforzamento economico e militare. Le voci insistenti che si rincorrono in Libano su una possibile nuova operazione israeliana contro Hezbollah vedrebbero inoltre un tacito sostegno degli ambienti vicini alla casa reale saudita. Due problemi permangono però per un ulteriore avvicinamento israeliano al blocco sunnita. Prima di tutto il nodo Turchia, con la quale Gerusalemme vorrebbe finalmente normalizzare i rapporti dopo la crisi della Freedom Flottilla nel 2010. Ankara vorrebbe ottenere il permesso di investire e intessere rapporti con Gaza, controllata da Hamas. Uno scenario fortemente osteggiato dall’Egitto che sta esercitando forti pressioni su Gerusalemme perché non chiuda alcun accordo definitivo coi turchi. Infine c’è l’annosa questione palestinese. Nessuna potenza sunnita, a cominciare dall’Arabia Saudita, può pensare di combattere una battaglia diplomatica e mediatica contro l’Iran – sponsor di Hezbollah e Hamas – avvicinandosi troppo a Israele che sembra ben lungi da volersi impegnare in qualunque trattative o concessione seria con i palestinesi. Una entente cordiale che esiste quindi, ma che funziona solo se confinata nelle segrete stanze della diplomazia.