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Obama in Germania bacchetta, fa pressione ed evoca Trump

Da Hannover Barack Obama ha annunciato l’invio di altri 250 soldati in Siria per contrastare lo Stato islamico, incremento significativo rispetto ai cinquanta americani stanziati finora, e segno di un impegno limitato in uno scenario ferito da una guerra civile di proporzioni apocalittiche.

25 Aprile 2016 alle 20:34

Obama in Germania bacchetta, fa pressione ed evoca Trump

Barack Obama e Angela Merkel a Hannover (foto LaPresse)

New York. Da Hannover, in Germania, dove ha concluso la sua missione europea e mediorientale, Barack Obama ha annunciato l’invio di altri 250 soldati in Siria per contrastare lo Stato islamico, incremento significativo rispetto ai cinquanta americani stanziati finora, e segno di un impegno limitato in uno scenario ferito da una guerra civile di proporzioni apocalittiche. Il presidente americano non ha parlato di truppe, ma soltanto di generico “personale”, cosa che include anche un “piccolo numero” di membri delle forze speciali mandati con lo scopo di “addestrare”, “assistere”, “consigliare” le forze locali che si stanno opponendo, con successo in alcune aree, allo Stato islamico. Per Obama si tratta di “keep this momentum”, di alimentare il vento favorevole in un conflitto che Washington ha fatto di tutto per subappaltare agli alleati locali. I 250 addestratori mandati in Siria aiuteranno le forze sul campo e lavoreranno per la costruzione di un fronte sunnita da opporre alle forze di al Baghdadi, così come previsto dalla strategia a responsabilità limitatissima fissata dalla Casa Bianca. La speranza è che le forze addestrate dagli americani saranno in grado di erodere al Califfato territorio intorno alla roccaforte di Raqqa. La decisione è in linea con quanto espresso da Obama la settimana scorsa, quando, dopo l’uccisione di tre comandanti di alto livello, ha detto che lo Stato islamico è “sulla difensiva” e il Pentagono ha annunciato un moderato ma significativo incremento delle forze sul campo anche in Iraq. 217 addestratori americani sono stati stanziati in Iraq, e Washington ha disposto un finanziamento da 415 milioni di dollari e l’assistenza degli Apache, il cui fuoco è particolarmente efficace negli scenari di guerriglia urbana, per i peshmerga curdi che guidano le operazioni strategiche per la riconquista di Mosul. L’aumento di risorse, mezzi e uomini è presentato da Obama come un segno del successo di una strategia che “non cambia nei suoi elementi essenziali”, come aveva spiegato il portavoce della Casa Bianca dopo l’ufficializzazione del simbolico “surge” iracheno.

 

Per i suoi critici questa calcolata prudenza non è che “un altro esempio del riluttante incrementalismo che di rado vince le guerre ma di certo ne può perdere una”, secondo la sintesi del senatore John McCain, capofila dei falchi che da anni invocano interventi decisi dell’America, non invii di “personale” nell’ordine delle centinaia di unità.

 

I soldati inviati in Siria non avranno ruoli di combattimento: “La loro missione non è di andare in Siria e affrontare il nemico”, ha spiegato il consigliere Ben Rhodes. Opereranno vicino alle linee del fronte, il che significa che sono equipaggiati per rispondere al fuoco. Soldati a tutti gli effetti, ma non in postura offensiva. La situazione in Siria è stata uno degli elementi in agenda nell’incontro di Hannover con Angela Merkel, David Cameron, François Hollande e il presidente del Consiglio Matteo Renzi, e ancora una volta Obama ha sottolineato la necessità, da parte degli alleati europei, di fare di più nella lotta contro lo Stato islamico. “Anche se i paesi europei danno contributi importanti, e vale anche nel contesto della Nato, possono fare di più”, ha detto il presidente americano, reiterando di persona un messaggio che i funzionari americani ripetono con insistenza a tutti i livelli da molto prima che lo Stato islamico si affacciasse sullo scenario, “facendo tutto ciò che è in suo potere per attaccare le nostre città e uccidere i nostri cittadini”. Per questo, “dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per fermarli”, ha detto Obama. Sfidando la sua stessa concezione progressista della storia, quella fatta di un lato giusto e uno sbagliato, Obama ha parlato di “forze pericolose” che “minacciano di far arretrare il mondo”, e ha detto che “il nostro progresso non è inevitabile. Non siamo immuni dalle forze che cambiano il mondo”.

 

Il messaggio di integrazione che Obama ha portato dall’Inghilterra, dove si è espresso contro la Brexit, fino alla Germania, dove il tema principale era il trattato di libero scambio con l’Unione europea, è rimbalzato dalle politiche economiche a quelle di sicurezza: “Un’Europa forte e unita è una necessità per il mondo”, ha spiegato, aggiungendo che “l’Europa rafforza le norme e le regole che possono mantenere la pace e promuovere la prosperità nel mondo”. In Germania ha messo in guardia dalle azioni unilaterali e ha bacchettato le forze che contrastano l’immigrazione “sfruttando paure in modo distruttivo”, un passaggio in cui il presidente americano ha evocato, senza citarlo, Donald Trump, messo a pieno titolo nel calderone dei populismi a sfondo xenofobo storicamente associati più all’Europa che agli Stati Uniti.

 

In questo contesto, la decisione di mandare un piccolo contingente di forze di terra, con tutte le cautele che pertengono all’inafferrabile “dottrina Obama”, è una decisione simbolica ed esemplare che funge da suggerimento per gli alleati.

 

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