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Che colpa ha Google?

Cara Commissione europea, il mercato dei servizi digitali cambia e non si può ingessare. Sono i consumatori a preferire i dispositivi col “pacchetto Google”, ferma restando la loro facoltà di modificarlo.

22 Aprile 2016 alle 13:06

Che colpa ha Google?

Di grazia, quale sarebbe la colpa di Google? Martedì la Commissione europea ha formalizzato le conclusioni preliminari della sua indagine sull’azienda di Mountain View, ipotizzando l’abuso di posizione dominante. In particolare, Google avrebbe “messo in opera una strategia volta a preservare e a rafforzare la propria posizione dominante nel settore della ricerca generale su internet” attraverso tre pratiche. Primo: ai produttori di smartphone e tablet che installano il sistema operativo Android e Google Play, la “Big G” chiede di precaricare la app Google Search e il browser Chrome. Secondo: ai produttori viene richiesta la sottoscrizione di un “Anti Fragmentation Agreement” che li impegna a montare solo versioni “ufficiali” di Android (che, essendo open source, può essere modificato a piacimento). Terzo: agli operatori che preinstallano le app di Google vengono riconosciuti significativi “incentivi finanziari”.

 

Secondo la Commissione, in questo modo Google aggira le regole della concorrenza e rafforza la sua quota di mercato, oggi superiore all’80 per cento sui device mobili. Google ha risposto sottolineando che le case produttrici di smartphone non sono soggette ad alcuna forzatura: accettano volontariamente queste clausole perché, si presume, sono i consumatori a preferire i dispositivi col “pacchetto Google”, ferma restando la loro facoltà di modificarlo – installando nuove app o disinstallando quelle vecchie – non appena iniziano a “smanettare” sul loro telefono. Inoltre, come ha scritto Massimiliano Trovato su LeoniBlog.it, “la possibilità di contare su una configurazione di partenza riconoscibile riduce i costi di apprendimento e migliora l’esperienza di utilizzo”, e questo spiega il successo dell’intera operazione Android.

 

Ma c’è un aspetto ancora più cruciale rispetto al quale la posizione della Commissione è discutibile. L’idea di Bruxelles è che Mountain View sia quasi-monopolista sul mercato dei servizi di ricerca online da dispositivi mobili. Questo può o non può essere vero, ma occorre prima di tutto porsi una domanda: i confini del mercato rilevante sono fissi, oppure dipendono essi stessi dalla tecnologia? Una realtà a cui l’evoluzione tecnologica ci ha abituati è che la competizione non è fatta da soggetti che si contendono le quote di mercato, ma da realtà che si sforzano di “creare” nuovi mercati. Da questo punto di vista, l’analogia col caso Microsoft (evocata anche dalla Commissaria Margrethe Vestager) è fortissima. La società di Bill Gates, che solo pochi anni fa appariva come il Grande Fratello elettronico, non è stata scalzata dal pur muscolare intervento di Mario Monti, ma dall’imporsi sulla scena di attori (tra cui Google) che hanno completamente cambiato le coordinate della domanda e dell’offerta.

 

Le posizioni di monopolio, quando non sono protette dalla legge, vengono erose più rapidamente dalla “fame di profitti” dei competitor, attuali e potenziali, che non dalle sanzioni dell’Antitrust. Lo ha scritto in modo chiarissimo il giurista ed esperto di competition policy Geoffrey Manne: “In un mondo in cui chi prevale oggi non prevarrà domani – non ‘potrebbe non prevalere’, non prevarrà – è sommamente folle (e una serie minaccia all’innovazione e al benessere del consumatore) limitare le attività delle aziende segmentando il mercato”. Al di là delle argomentazioni legali, dunque, il baco della Commissione sta proprio nell’analisi sottostante: il mercato dei servizi digitali cambia, e analizzarlo come se restasse sempre uguale rischia solo di ingessarne l’evoluzione.

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