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Brexit, la radice della paura

"Se ci lasciamo, sarà un disastro”. “No, se rimaniamo insieme sarà un disastro”. Numeri apocalittici, minacce, l’uomo nero nelle vignette. Il “Project Fear” contagia Londra alle prese con il referendum. Perché è così difficile parlare bene dell’Europa?

21 Aprile 2016 alle 11:06

Brexit, la radice della paura

Boris Johnson, sindaco di Londra – non ancora per molto – e grande alfiere dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea

Se ci lasciamo, sarà un disastro”. “No, se rimaniamo insieme sarà un disastro”. Qualsiasi conversazione di una coppia in crisi è perfetta per capire che cosa sta succedendo nel Regno Unito in campagna elettorale per il referendum del 23 giugno sull’Unione europea. Non puoi andartene, devo andarmene, una cosa così. Con in più, da entrambe le parti, il catastrofismo più violento che si possa immaginare (il matrimonio in sé di solito non ha facoltà di parola, in questo caso ce l’avrebbe, trattandosi dell’Unione europea, ma ha saggiamente deciso di starsene in disparte, per non complicare una disputa già livorosa di suo, in un misto di indignazione e speranza. Ieri il presidente della commissione Juncker ha detto che in effetti un po’ l’Ue se la merita, questa crisi: si è sempre impicciata troppo della vita privata dei cittadini. Pare già di vedere gli spot dei sostenitori della Brexit). La paura è scritta su tutti i giornali, su tutti i commenti, su tutte le vignette, che sono buie e spettrali e parlano in continuazione di letti d’ospedale, di malati terminali, di pene capitali e dell’uomo nero. La paura è la parola meno citata dai politici inglesi, ma è implicita in tutto quel che dicono, pensano, fanno, se potessimo vedere gli appunti dei loro discorsi forse ci sarebbe scritto soltanto “fear”: declinatela voi come meglio riuscite. La Brexit è paura. Che si sia a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione europea (“remain”) o contrari (“leave”), l’argomentazione più utilizzata è la paura. Se ce ne andiamo, ci saranno instabilità e povertà, se restiamo ci saranno obblighi e restrizioni, in ogni caso sarà un disastro.

 

Lo chiamano “Project Fear”, il progetto della paura, ed è la sintesi del dibattito in corso in Gran Bretagna in vista del referendum. Il premier David Cameron, sostenitore nervoso e irascibile del “remain”, dice spesso che l’alternativa all’Europa è un’incognita pericolosa, fatta di solitudine e isolazionismo, in cui – secondo i dati del Tesoro – ogni famiglia perderà 4.300 sterline l’anno. L’Inghilterra diventerebbe più povera, più isolata, soprattutto non saprebbe più che ruolo ha nel mondo, né lo saprebbero gli altri suoi alleati. Barack Obama, che arriva oggi a Londra per una due giorni di rassicurazioni anti isolazioniste, vorrebbe proprio spiegare, “come farebbe un amico” dicono i briefing utilizzando le parole degli americani, che l’Unione è la garanzia di massima sicurezza per l’Inghilterra. Lì dentro, pur con qualche difficoltà, il paese sta al sicuro, in un’armonia disarmonica pensata per rimanere in equilibrio. Là fuori, chissà. Se Obama riuscirà a inserire nel suo “case for ‘remain’” qualche argomentazione positiva – la bellezza dell’Europa, la libertà di circolazione come libertà di pensiero e libertà economica, la comunanza di valori e di ambizioni – sarà il primo a uscire dallo schema del “Project Fear”. Tutti gli altri, in Inghilterra, ci sono impantanati dentro.

 


Il premier inglese David Cameron (foto LaPresse)


 

All’origine, la retorica della paura era florida nel mondo del “leave”. L’uomo nero era l’Europa, e scappare era una necessità. Basta riguardare gli interventi degli ultimi anni di Nigel Farage, leader indipendentista dell’Ukip, per capire che la paura era legata alle politiche di immigrazione ed economiche dell’Ue, e ai suoi riflessi incontrollati sul Regno Unito. La tendenza al compromesso dell’Europa spesso percepita come un laccio troppo stretto alle ambizioni britanniche era il punto di caduta di argomentazioni venate dal terrore di un contagio europeo che avrebbe snaturato la natura isolana e solitaria della Gran Bretagna. La frattura tra questa visione e l’euroscetticismo liberale di buona parte dei conservatori è ancora oggi molto evidente. La commissione elettorale ha scelto di fare i finanziamenti pubblici a Vote Leave, il gruppo-ombrello che fa riferimento diretto al mondo dei Tory. E’ rimasto escluso Vote.Eu, legato all’Ukip e all’euroscetticismo più aggressivo e protezionista, che naturalmente non l’ha presa bene.

 

Dal punto di vista ideologico e culturale, i due gruppi non hanno quasi nulla in comune, e comincia a circolare la voce che non ci saranno convergenze, anzi, Leave.Eu vuole continuare a fare campagna in maniera indipendente, con le sue pubblicità e i suoi soldi privati. Non c’è mai stato amore tra i due euroscetticismi, perché le premesse sono molto diverse: laddove Leave.Eu vede nella Brexit la possibilità di godere di un isolamento dorato, Vote Leave crede in un’apertura, in una liberalizzazione più ampia determinate dalla rottura del legame con l’Europa viene a mancare. Divorzio come libertà, insomma. Anche dal punto di vista mediatico i toni sono molto diversi: gli euroscettici legati ai Tory mantengono toni professionali, rifiutano i numeri e gli scenari proposti dal governo offrendone altri. Gli indipendentisti invece si muovono soltanto per slogan – efficaci, bisogna ammettere – e anche di fronte ai dati catastrofici offerti dal “remain” sono sicuri nel ripetere: lasciare l’Europa non è mai stato tanto conveniente!

 

Le divisioni all’interno del fronte del “leave” non sembrano però avvantaggiare il “remain”, almeno non nella proposizione di temi diversi dalla paura. Lynton Crosby, guru di Cameron e contro la Brexit, ha detto che il “remain” sta avanzando perché la campagna di mobilitazione messa in campo dal governo sta funzionando: le intenzioni di voto degli indecisi sono in aumento e vanno tutte a favore del “remain”. Sembra che il “leave” abbia quasi raggiunto il picco massimo di mobilitazione, cioè non può andare più in là di così – viaggia tra il 45 e il 49 per cento. Matt Singh, fondatore di Number Cruncher Politics, l’unica compagnia di sondaggi che diceva che i Tory avrebbero vinto le elezioni del 2015 quando il resto del mondo parlava di frammentazione, dice al Foglio che “c’è stato un incremento del sostegno del ‘leave’ nelle ultime settimane, ma adesso pare essersi stabilizzato”. Bisogna vedere come vengono trattate le questioni più importanti, “immigrazione, economia e da ultimo tantissimo la sicurezza e la sanità”, dice Singh, per comprendere fino a che punto le divisioni nelle varie compagini avranno un impatto diretto nelle intenzioni di voto degli indecisi.

 

Per ora sono tutti molto spaventati, perché la paura è comprensibile a tutti. L’arrivo del referendum, voluto da Cameron e sventolato a lungo come il momento della verità in cui finalmente si sarebbe capito che, con tutti i privilegi ottenuti in anni di negoziazioni, Londra ha un posto d’onore nell’Ue, un posto da difendere, ha cambiato molto l’atteggiamento dei cosiddetti eurofili. E’ difficile ipotizzare che il premier non fosse pronto a questo momento, visto che la questione europea tormenta la politica inglese da decenni, eppure il cambio di passo di Cameron, prima promettente e poi insicuro e nervoso, è evidente. E nell’incertezza, la paura è risultato il rifugio più accogliente. Per quanto strano possa sembrare, ora il “Project Fear” è legato più alla campagna per il “remain” che a quella per il “leave”. Il ribaltamento è avvenuto nel momento in cui è scoppiata la guerra civile nel mondo conservatore, dopo il tradimento degli alleati di Cameron, il sindaco (ancora per poco) di Londra, Boris Johnson, e in particolare il ministro della Giustizia, Michael Gove, amico di Cameron e uomo schivo che non aveva mai mostrato di voler giocare un ruolo di primissimo piano all’interno dei Tory. La Brexit non è soltanto la discussione su un matrimonio in crisi: è anche e soprattutto una lite sul futuro del paese, sulla visione del Regno Unito nel mondo,e, in modo più ombelicale, sul futuro della leadership dei conservatori, su “chi verrà dopo di me”. E’ così che dai discorsi su equilibrio e libertà si è passati alla paura.

 

Bisogna intendersi anche sul concetto di paura. Il Guardian, quotidiano di sinistra che sostiene il “remain” in un panorama mediatico sbilanciato a favore della Brexit, ha commentato l’ultimo capitolo del “Project Fear”, il report del Tesoro che parla di buchi enormi nei bilanci e nei portafogli inglesi in caso di uscita dall’Unione europea, dicendo: non si tratta di spaventare gli elettori, si tratta di dare un allarme su quali sono le conseguenze di un voto per il “leave”. Allo stesso modo, il quotidiano, assieme ad altri sostenitori del “remain” ha spiegato che il libriccino consegnato dal governo nelle case degli elettori, il famigerato leaflet costato in produzione e distribuzione 9 milioni di sterline, è una spiegazione del perché il Regno Unito sta meglio nell’Ue. Non tutto è paura, insomma. Come ha scritto Martin Wolf sul Financial Times, la volontà di evitare rischi costosi non implica paura, “è quel che fa la differenza tra gli adulti e i bambini”. Ma come raccontano alcune fonti londinesi, il problema principale di questa campagna elettorale è che nessuno si fida dei dati, cioè tutti sanno che ogni numero fornito, da entrambe le parti, è viziato dalla propria inclinazione nei confronti del referendum. Non esiste la verità, o come ha detto al Foglio Jean Pisani-Ferry, fondatore del think tank Bruegel e oggi a capo del centro studi del governo francese France Stratégie, “nulla al di fuori dallo status quo è dimostrabile”.

 


George Osborne, cancelliere dello Scacchiere britannico (foto LaPresse)


 

Lunedì George Osborne, il cancelliere dello Scacchiere che sta vivendo uno dei momenti più cupi della sua leadership, lui che era il delfino prediletto di Cameron e ora si vede assediato da tanti altri rivali che rischiano di vincere il referendum e di spazzarlo via in un attimo, ha presentato lo studio del Tesoro sull’impatto della Brexit nel lungo periodo. Duecento pagine di analisi e grafici in cui si stabilisce che: il governo inglese perderebbe 36 miliardi di sterline (più di 45 miliardi di euro) in entrate sulle imposte, equivalente a un terzo del budget annuale riservato al Sistema sanitario, equivalente a 8 punti percentuali di tasse o a 7 punti percentuali di Iva. “Il risultato più probabile – ha detto Osborne – è che ogni famiglia perderà 4.300 sterline ogni anno per molti anni, ed è questo il prezzo che ognuno pagherà per la Brexit”. Se il Regno Unito dovesse adottare un modello in stile Canada, in cui rinegozia un nuovo accordo di scambio con l’Ue che non contenga l’odiata libertà di circolazione, il pil del paese si ridurrebbe del 6,2 per cento. “In ogni alternativa all’Ue – ha spiegato il cancelliere – faremmo meno commercio, meno business, avremmo minori investimenti, i salari sarebbero più bassi e i prezzi sarebbero più alti”. Questo è il prezzo della Brexit, secondo il governo.

 

Paura? Certo, ma come scriveva il Guardian si tratta di un allarme che è bene che risuoni nelle case degli elettori inglesi: il cambiamento ha un prezzo alto, poi non dite che non ve l’avevamo detto. Ma quel che è vissuto nel fronte del “remain” come un ammonimento, nel mondo del “leave” diventa “Project Fear”. Il Mirror, tabloid euroscettico, ha pubblicato un articolo intitolato così: “I sei allarmi più spaventosi sulla Brexit nel report del ‘Project Fear’ di George Osborne”. Ecco fatto. Alle prese con i numeri, il quotidiano prova a formulare altri scenari, utilizzando le previsioni fornite da altri istituti, ma dal momento che dare dettagli precisi è complesso e spesso fuorviante, si rifugia nella retorica. Primo punto: quando David Cameron lavorava come consulente del Tesoro negli anni Novanta, sbagliò tutte le previsioni sull’adesione agli accordi europei di cambio – figurarsi se possiamo fidarci di lui oggi. Secondo punto: come facciamo a prevedere lo stato dell’economia nel 2030? Nessuno può sapere che cosa accadrà, ogni previsione è per forza fallace.

 

In questo modo l’unica via d’uscita è la retorica. La retorica della paura. Michael Gove ha cercato di uscire da questo meccanismo quando, martedì, ha tenuto un discorso sull’Ue. Nel gioco delle parti, Boris Johnson è quello che la spara grossa, che riporta su carta, nelle sue column, o nei comizi le percezioni dirette degli euroscettici, senza troppi filtri. E’ comunicativo, è popolare, parla male dell’Europa fin da quando faceva il corrispondente a Bruxelles, passa dalle critiche alla cancelliera tedesca Merkel alle discussioni sulle sovvenzioni delle mucche spagnole, può dire tutto quel che vuole perché il pubblico ha più o meno imparato a fare la tara alle sue parole. Michael Gove è l’intellettuale, il calmo, il gentile, il riflessivo, poche parole ma giuste. Soprattutto, avendo rotto da poco il patto di governo con Cameron, Gove è un novizio, ha avuto la possibilità di impostare la sua campagna referendaria in modo originale e persino un po’ personale, puntando fin da subito sulle opportunità legate alla Brexit. Cioè Gove ha tentato di fare l’anti “Project Fear”, superando in un sol colpo il protezionismo impaurito di molti suoi colleghi del “leave” e il mantra sullo status quo rassicurante del governo.

 

Per questo nel suo discorso Gove ha parlato soprattutto di libertà. Andarsene dall’Europa significa avere più opportunità, più possibilità di negoziare trattati soddisfacenti, di attirare immigrati qualificati, di controllare il proprio sistema giudiziario e antiterrorismo e di poter gestire la propria economia in autonomia. La Brexit è libertà, ha detto Gove, e fin qui si può dire con una buona dose di certezza che il ministro è stato il più brillante e rassicurante dei sostenitori del “leave”. Alla libertà però Gove ha aggiunto anche il concetto di liberazione. La Brexit è liberazione dalle catene europee, è liberazione da “un’automobile in cui siamo bloccati e che porta dritti verso una maggiore integrazione”. Di più: la Brexit “scatenerà una serie di reazioni di liberazione” nel resto dell’Europa che porterà a uno scardinamento dell’ordine attualmente in vigore, che forse è la paura più grande che c’è in questa parte di mondo che fa da spettatore impotente, il timore che quel che avviene in Inghilterra possa diventare pretesto per interrogarsi ulteriormente anche sul continente sulla materia europea che spacca partiti e cuori. Il contagio della liberazione è terrore puro, e se come scrive lo Spectator deve esserci da qualche parte, sia nel “leave” sia nel “remain”, “un punto di mezzo felice”, pare che nessuno ancora l’abbia trovato, come nelle coppie in crisi in cui si parla soltanto dei calzini lasciati in giro, e di come starò bene quando tu non sarai più qui a dirmi quel che devo fare.

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