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Trump, il Bassolino di New York

L’attacco di The Donald alle regole corrotte che consentono agli avversari di raschiare via delegati è una lezione politica paradossale anche per noi. Non sono le regole a governare la politica, è l’opposto. Le due primarie.

19 Aprile 2016 alle 20:12

Trump, il Bassolino di New York

Donald Trump al seggio di New York per votare (foto LaPresse)

New York poggia sullo stesso parallelo di Napoli, tutto il mondo è paese, Trump fa come Bassolino, The Antonio. Si può scherzare finché si vuole, ma l’attacco di The Donald alle regole corrotte che consentono ai suoi avversari di raschiargli via delegati utili alla nomination a prima botta (1.237, il numero magico da esibire a Cleveland, in luglio), è una lezione politica paradossale anche per noi. Vogliamo regolamentare le nostre piccole e giovani primarie, si dice, per evitare “le file dei cinesi” e il trasversalismo malato del voto incrociato destra-sinistra; ma dove le primarie sono regolamentate, dove sono una tradizione radicata e fino a ieri indiscutibile, cioè negli Stati Uniti, ecco che ora nasce un problema analogo. Infatti i realisti e i disillusi, ma solo loro, sanno che non sono le regole a governare la politica, è vero l’opposto.

 

Trump guida la corsa nel voto popolare. La sua demagogia incanta, aumenta la partecipazione. “Stirring up the animals” è la sua legge. Sempre all’attacco, sempre contro, e con violenza, badando bene a colpire in modo devastante e se necessario a minacciare, prevedendola, violenza e insurrezione contro lo scippo del voto popolare, contro le mene dei potenti. Traggo questo “stirring up the animals”, che fa di Trump un Berlusconi cieco, autoritario e perdente, da un libro citato dal critico Dwight Garner, il famoso “All the King’s Men” di Robert Penn Warren, premio Pulitzer nel 1941 e considerato il grande romanzo politico americano del Novecento.

 

L’espressione si può liberamente tradurre: “Eccitare e liberare gli spiriti animali della folla”. Alla fine degli anni Venti e nei primi anni Trenta il governatore della Louisiana, Huey P. Long, un fiero demagogo di sinistra che finirà morto ammazzato, un democratico che considerava Roosevelt un patrizio protettore di Wall Street nel clima della Grande Depressione, dunque un Trump di opposto conio, si fece largo e conquistò consenso con simili mezzi e colpi sotto la cintola. Penn Warren ne scrisse il romanzo nella forma di un resoconto realista. Long non decollava, e il suo consigliere diabolico, machiavellico, gli diede questo suggerimento che farà epoca fino a The Donald: “Devi solo eccitarli, non importa come o perché, e quelli ti ameranno e torneranno chiedendoti di dar loro di più. Colpiscili dal lato debole. Non sono vivi, non la maggior parte di loro, e non sono vivi da vent’anni. E’ un inferno, le loro mogli hanno perso i denti e hanno il fisico deformato, i superalcolici sono diventati incompatibili con il loro stomaco, e non credono in Dio, dunque tocca a te eccitarli con qualcosa di forte, e farli sentire di nuovo vivi. Almeno per una mezz’ora. E’ per questo che vengono ai meeting. Digli qualunque cosa. Ma per l’amor di Dio non tentare di migliorare la loro testa”.

 

Ora gli angeli custodi del Grand Old Party, preoccupati della sfida ai loro poteri e privilegi dell’outsider che li intimidisce, sicuri che la sua nomination porterebbe il partito alla disfatta contro la Clinton, usano politicamente le vecchie regole del gioco delle primarie per fotterlo. Nella struttura federale del sistema si va dal voto che consente al vincitore di prendersi tutto il bottino dei delegati al voto proporzionale che li distribuisce a percentuale fino al non voto, al meccanismo delle convention di distretto che stabiliscono loro i rappresentanti alla Convention generale. In certi stati e aree si tratta, si negozia, si trucca il gioco con la mediazione politica, la blandizie, l’appartenenza e la logica di forza dell’apparato elettorale che se ne fotte dell’opinione elettorale, la aggira dove e come può. In questo ruolo Trump è impacciato, non sa muoversi, e ha appena rifatto la leadership della sua organizzazione di campagna imputando ai collaboratori di non aver saputo prevedere, prevenire, giocare all’attacco anche dietro le quinte. E intanto grida alla corruzione contro un sistema rodato da sempre, il cui meccanismo era noto e stranoto quando The Donald è entrato in lizza, che è fatto per consentire che il partito trovi una maggioranza presidenziale nella Convention anche nei casi in cui nessun candidato arriva al numero magico.

 

Anche Bernie Sanders, altro outsider, mostra irritazione per le regole, ma con l’etereo stile di un demagogo progressista che punta agli spiriti animali dell’idealismo e del cuore giovane, poco sopra la pancia della folla incazzata. Online già potete sapere stamane se Trump ha vinto abbastanza per fottere le regole e prendersi il massimo dei delegati a New York, la sua cuccia, e se Bernie, questo Lula ancora non sperimentato al governo,  ha avuto successo nel sequestrare il voto della città sacrificando alla nuova grottesca moda dell’anticapitalismo, che riemerge dalle ceneri del socialismo. Ma guardate i dati con attenzione e sapienza: primarie e regole contano fino a un certo punto, sempre si tratta di spiriti animali.

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