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Il processo al comico tedesco non fa ridere

Lo show incriminato, Neo Magazin Royal, è stato rimosso dal sito internet della Zdf dopo le proteste di Ankara. Böhmermann aveva recitato un poema di insulti contro Recep Tayyip Erdogan, premettendo che si trattava di un esempio di «cosa non bisogna fare» per non essere accusati di «lesa maestà».

18 Aprile 2016 alle 09:34

Il processo al comico tedesco non fa ridere

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

«Ci sono Paesi dove i comici e gli showman diventano leader politici e, magari, si vedrà, presidenti; e Paesi dove ci provano senza riuscirci, come in Francia Coluche, e poi cambia il vento e se fai satira sul terrorismo ti ritrovi indagato e arrestato, come Dieudonné. E poi ci sono Paesi dove, se sei un comico, ti ritrovi sotto processo perché hai fatto la satira di un leader straniero autoritario e repressivo. Un Paese così lo cerchereste, sulla carta geografica, lungo i confini dell’ex Impero sovietico, invece è nel cuore dell’Europa dei valori e dei diritti: è la Germania di Angela Merkel» (Giampiero Gramaglia) [1].

 

Il 31 marzo scorso il comico tedesco Jan Böhmermann ha recitato sulla tv pubblica tedesca Zdf una poesia dai toni irriverenti nei confronti del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Una settimana dopo, il 7 aprile, la Turchia ha chiesto formalmente alla Germania di processare Böhmermann per diffamazione. Dopo l’apertura d’ufficio di un’indagine preliminare da parte della procura di Magonza, venerdì scorso Angela Merkel ha autorizzato la formalizzazione delle accuse [2].

 

La legge tedesca prevede il reato di diffamazione di capi di Stato stranieri con pene da tre a cinque anni di carcere. La norma – il «paragrafo 103» del codice penale – è antiquata, risale al codice stilato nel 1871, anche se allora si riferiva solo ai monarchi. Negli ultimi anni è stata usata raramente e la Merkel si è affrettata a sottolineare l’intenzione di abrogarla nel 2018 [2].

 

Il «paragrafo dello scià» come era stato soprannominato da quando l’ultimo monarca persiano, Mohammad Reza, lo aveva usato contro i manifestanti che lo accolsero durante la sua visita a Bonn nel 1967 [3].

 

Negli ultimi giorni, il ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier ha fatto trapelare la sua contrarietà ad un autorizzazione a procedere contro il comico. Ma è stata la Merkel a volersi occupare personalmente del caso. In uno Stato di diritto non spetta all’esecutivo, ma ai tribunali soppesare i diritti della persona e la libertà di stampa e di espressione, ha spiegato la Cancelliera. «Non il governo, ma le procure e i tribunali avranno l’ultima parola» [4].

 

La Turchia sta garantendo alla Germania, e alla coalizione della Cancelliera, una netta diminuzione dei flussi migratori che l’anno scorso hanno superato il milione di arrivi. Grazie all’accordo con cui Ankara ha accettato di riprendere, in cambio di soldi, i profughi che dalla Turchia arrivano in Grecia intenzionati a proseguire a Nord-Ovest lungo la rotta balcanica. Un accordo molto criticato dalle agenzie umanitarie, siglato da Bruxelles e Ankara ma preparato e voluto da Berlino [5].

 

Alberto Negri: «L’Europa adesso prende lezioni di libertà di parola e di satira da un Erdogan sempre più irascibile. Questo avviene perché quando si stringe la mano a un raìs mediorientale è possibile che lui si prenda anche il braccio. È successo al premier italiano Matteo Renzi che per primo in Europa aveva sdoganato il generale Al Sisi che ora nasconde le prove dell’assassinio di Giulio Regeni, diventato un caso internazionale nonostante la Francia di Hollande, sulla via del Cairo per una commessa di armi da un miliardo di euro, faccia finta di nulla. Accade ora alla cancelliera Angela Merkel. Che sulla scena mediorientale è brava in affari e un po’ meno in politica perché le sue soluzioni come l’accordo sui profughi con la Turchia hanno effetti collaterali assai spiacevoli» [6].

 

Böhmermann, 35 anni, persona molto schiva e allievo di Harald Schmidt, icona della satira in Germania, si è dato da giorni alla macchia, vive sotto scorta, e non ha più rilasciato dichiarazioni pubbliche (una nuova puntata del programma era stata cancellata) [7].

 

L’anno scorso Böhmermann aveva manipolato un video in cui sembrava che l’allora ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, mostrasse il dito medio ai tedeschi [2].

 

Ventiquattro versi in rima, tanto è lunga la poesia contro Erdogan recitata da Böhmermann [4].

 

Nella poesia Böhmermann suggerisce che Erdogan abbia rapporti sessuali con le capre e guardi film pedopornografici mentre reprime le minoranze, prende a calci i curdi e picchia i cristiani [1].

 

Lo show incriminato, Neo Magazin Royal, è stato rimosso dal sito internet della Zdf dopo le proteste di Ankara. Böhmermann aveva recitato un poema di insulti contro Recep Tayyip Erdogan, premettendo che si trattava di un esempio di «cosa non bisogna fare» per non essere accusati di «lesa maestà» [3].

 

Tonia Mastrobuoni: «Il componimento, puerile e volutamente offensivo, si intitola infatti Poema diffamatorio. Una sorta di provocazione, di meta-satira per denunciare l’isterìa del cosiddetto Sultano – qualche giorno prima aveva convocato l’ambasciatore tedesco per una banale canzone satirica Erdowie, Erdowo, Erodgan che ne prendeva in giro la megalomania e la tendenza alla censura. Ma soprattutto, Böhmermann puntava il dito contro una legge tedesca che ha fatto decisamente il suo tempo» [3].

 

Michele Serra: «Oltre a essere reboante e arcaico (la parola “vilipendio”, mi scusino i giuristi, fa ridere già di suo) questo reato è vistosamente ipocrita, perché l’eventuale derisione del re di Tonga, con conseguente protesta formale dello stesso, difficilmente assumerebbe il peso di un affaire diplomatico; mentre l’ingombrante rapporto dell’Europa – e soprattutto della Germania – con la Turchia e con il suo leader musulmano ha caricato una trascurabile disputa legale di un significato simbolico micidiale. Questo: che la libertà di espressione è una bandiera da sventolare fino a che non faccia ombra alla suscettibilità di un alleato potente e agli interessi economici in ballo» [8].

 

Erdogan nel suo Paese ha già denunciato per diffamazione duemila persone, fra cui un ragazzino di 13 anni [2].

 

Ancora Negri: «Ridere del raìs in Medio Oriente è vietato, soprattutto in Turchia dove il senso dell’umorismo è un reato, per non parlare di quanto accade ai giornalisti, come il direttore di Chumurriyet Dundar, che rischiano l’ergastolo quando pubblicano le prove del coinvolgimento dei servizi turchi con l’Isis. La satira nel mondo arabo-musulmano è diffusa ma perennemente sotto il tiro della censura e della magistratura. Il sorriso o il ghigno beffardo dell’umorista sono violazioni gravi, soprattutto quando solleticano il potere politico o la religione. L’accusa di blasfemia è all’ordine del giorno» [6].

 

Daniela Ranieri: «Da oggi i satirici di tutto il mondo prendano nota che finché non si fanno bucare le trippe da una scarica di kalashnikov sono attenzionati e passibili di processo; che possono offendere il Profeta, Dio e tutti gli altri surrogati della ragione finché vogliono, o meglio finché possono, ma si devono guardar bene dall’offendere un capo di Stato straniero, che può in un attimo far stracciare secoli di lotte per la libertà di espressione. Anche se francamente, se non si può più dire che un capo di Stato è dispotico con le minoranze, dittatoriale con i giornalisti e un idiota che fa sesso con le capre, cosa diavolo si potrà mai dire» [9].

 

Il caso potrebbe non essere l’unico; in Austria il quotidiano Oesterreich è stato denunciato da un’associazione turca all’autorità che vigila sui media per aver pubblicato parti della poesia di Böhmermann. Se le denunce aumenteranno a macchia d’olio che cosa farà l’Europa? [2].

 

Scrive Pierluigi Battista: «“Je suis Charlie” è solo un ricordo. Oggi è il turno di “Sto con chi vorrebbe farla finita con Charlie”. Un altro arretramento. Un altro passo indietro. Un’ulteriore prova che l’Europa non è più capace di tenere duro sui suoi valori e che la difesa dei diritti umani, dalla Turchia all’Iran all’Arabia Saudita, diventa piccola e timida quando sono in questione i flussi di scambi economici e la centralità degli equilibri geo-strategici. Forse però con la scelta del governo Merkel l’arretramento appare più traumatico, troppo zelante, troppo accondiscendente con chi occupa militarmente i giornali e mette in galera gli scrittori che osano discutere la linea del padrone-premier. Stavolta si poteva dire un secco no per non dover dire sì ancora più umilianti tra qualche mese o anno. Intanto: “Je suis Böhmermann”» [10].

 

Frau Merkel, già in difficoltà sul fronte interno, si trova a dover affrontare un nuovo problema. Gramaglia: «Deve bilanciare la linea dell’apertura ai rifugiati con le scadenze elettorali – l’anno è fitto di consultazioni regionali – e con la realpolitik nei confronti di Ankara, di cui s’è già fatta paladina nell’Ue a più riprese» [1].

 

La Germania sta facendo una pessima figura alla quale però potrebbe subito rimediare. Sabato prossimo la Cancelliera tedesca si recherà a Gaziantep da Erdogan per un incontro sui flussi migratori, accompagnata dal vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans e dal presidente dell’Ue Donald Tusk [4].

 

Negri: «In quell’occasione Angela Merkel e i rappresentanti europei, prima di dare in pasto il comico germanico a Erdogan, dovrebbero chiedere conto al presidente turco delle continue violazioni dei diritti umani e delle leggi sulla stampa messe in luce dall’ultimo rapporto del Consiglio europeo, molto simile a quello degli Stati Uniti in cui si afferma che la Turchia ha usato le leggi antiterrorismo e di sicurezza nazionale per “reprimere l’attività della società civile, asfissiare il legittimo confronto politico e il giornalismo investigativo”. Se avranno il coraggio di interrogare Erdogan su questi temi allora faranno sorridere soddisfatti anche noi cittadini europei e forse persino l’imputato Jan Böhmermann» [6].

 

(a cura di Luca D’Ammando)

 

Note (tutte dai giornali del 16/4): [1] Giampiero Gramaglia, il Fatto Quotidiano; [2] Monica Ricci Sargentini, Corriere della Sera; [3] Tonia Mastrobuoni, la Repubblica; [4] Alessandro Alviani, La Stampa; [5] Roberta Miraglia, Il Sole 24 Ore; [6] Alberto Negri, Il Sole 24 Ore; [7] Flaminia Bussotti, Il Messaggero; [8] Michele Serra, la Repubblica; [9] Daniela Ranieri, il Fatto Quotidiano 16/4; [10] Pierluigi Battista, Corriere della Sera.

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