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Le Carré i ciarlieri che vedono ovunque i sotterfugi dell’occidente. Un agitprop moralista dal successo planetario

Il maestro della spy story ha plasmato la percezione della lotta tra est e ovest con i successi planetari: le case farmaceutiche, le perfide multinazionali, gli occulti servizi segreti, la guerra al terrore di Bush. E' l'occidente l'unico nemico che valga la pena di combattere.

2 Aprile 2016 alle 04:00

Le Carré i ciarlieri che vedono ovunque i sotterfugi dell’occidente. Un agitprop moralista dal successo planetario

Lo scrittore britannico John Le Carré

"Ho letto i miei necrologi”, commentò John le Carré quando tutti, dopo il crollo del Muro di Berlino, gli predissero un avvenire da pensionato. Finita la Guerra fredda, di cosa avrebbe potuto scrivere il maestro della spy story che ha plasmato la percezione della lotta tra est e ovest? Ma i profeti di sventura avevano torto. Le Carré sarebbe riuscito a individuare altre nemesi in altrettanti successi planetari: le case farmaceutiche (“The Constant Gardener”), le perfide multinazionali (“A Delicate Truth”), gli occulti servizi segreti (“The Mission Song”), la guerra al terrore di Bush (“A Most Wanted Man”).

 

Il pubblico inglese adesso scopre che i cattivi in medio oriente non sono i fondamentalisti islamici, ma la Cia, l’Mi6 e i trafficanti di armi in combutta con l’Egitto di Mubarak. E’ “The Night Manager”, successone Bbc tratto da un romanzo di le Carré, modificato previa autorizzazione dell’autore. Nick Cohen, giornalista liberal corsaro, lo definisce “un pezzo stantio di agitprop” in un articolo su Standpoint dal titolo “La codardia di Le Carré”. “Le Carré ritiene che le multinazionali facciano il lavaggio del cervello alle masse per conto dell’egemonia americana imperialista, a sua volta controllata da una congiura di destra che tira le fila per volere – indovinate di chi? – degli ebrei”. O per dirla con Le Carré, “i neoconservatori hanno scelto Israele come il fine di tutta la politica globale”. Se, come scrive James Parker, “i suoi romanzi della Guerra fredda erano microfilm psichici dell’establishment”, i nuovi libri di Le Carré sono un simbolo dell’“affettazione più deplorevole degli intellettuali occidentali: la convinzione che l’occidente sia l’unico nemico che valga la pena di combattere”.

 

Quanti oggi credono che il Big Pharma sfrutti il Terzo mondo, che la guerra in Iraq sia stata per il petrolio, che Bush e Blair siano due bugiardi criminali, che Israele sia la fonte del caos e che noi, l’occidente, ce la siamo cercata? Gli equivoci morali da Guerra fredda di Le Carré continuano oggi, trasformati e aggiornati dal capitalismo selvaggio. Esponente tipico dell’“Hampstead Liberal”, il quartiere londinese dove vivono lo scrittore e le “chattering classes”, le classi ciarliere snob e salottiere, Le Carré è stato maestro, scrive Cohen, di “centinaia di scrittori che hanno descritto i mali dell’occidente e la cricca della Cia. Non riesco a sfuggire alla sensazione che sono dei codardi”. Coraggioso certamente Le Carré non lo fu sulla fatwa contro “I versetti satanici”, quando definì Rushdie un “cretino” interessato ai “diritti d’autore”.

 

Secondo Christopher Tayler, Le Carré si è reinventato come maestro dell’“indignazione leftish”. La quale vede ovunque i sotterfugi delle democrazie. Fino all’11 settembre 2001. Quando “la spia che venne dal freddo” proprio non ce l’ha fatta a schierarsi con l’occidente sotto attacco. E, sempre fedele alle proprie ambiguità, ha scelto di donare parte dei suoi diritti d’autore a Reprieve, la ong che difende i tagliagole di Guantanamo.

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