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Ce ne sono di scorrettezze da dire sull’aborto. Non quelle di Trump

Le donne che abortiscono vanno punite, dice The Donald. Una scemenza, ovviamente. La scorrettezza politica, in un mondo cementato dal conformismo, c’è, ma quella del candidato repubblicano è falsa, come tutte le caricature – di Giuliano Ferrara

31 Marzo 2016 alle 20:39

Ce ne sono di scorrettezze da dire sull’aborto. Non quelle di Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

Ha colpito. Il falso Barney Panofsky ha colpito ancora. Le donne che abortiscono vanno punite, dice. E’ una scemenza. Sa di politicamente scorretto, dopo quattro whiskey la puoi anche sbrodolare al pub, e invece è una delle tante trappole che il politicamente corretto oppone ai pro life, come hanno notato sgomente, subito dopo la “gaffe” di the Donald, le serie organizzazioni antiabortiste americane. Ovviamente: questa scemenza pseudo-scorretta l’ha detta Trump, che poi se l’è rimangiata a mezza bocca, suggerendo che vadano puniti i medici e gli infermieri. E noi qui da mesi a dire che l’esplosiva scorrettezza demagogica di Trump, per quanto faccia simpatia e risulti entertaining l’uomo di spettacolo che ha reinventato il Trumanshow a favore di elezioni presidenziali, è un disastro. Ma non un disastro per i liberal pol. corr., che se la godono. Un disastro per noi.

 

Perché è una scemenza la punizione delle donne, esibita alla ricerca di legittimazione conservatrice da un liberal newyorchese impovvisatosi candidato conservatore, i pochi elettori e i più numerosi lettori dell’avventura della lista pazza contro l’aborto lo sanno. Le donne hanno sempre abortito. Hanno sempre sentito il peso drammatico dell’annientamento di un bambino che avevano in seno, ma in gioco oltre al concepito era il loro corpo stesso e la loro libertà, insieme a condizionamenti sociali bestiali. Il problema non è obbligarle penalmente a non farlo con la minaccia delle catene, che sa di oppressione personale e di rimedio peggiore del male oltre che impossibile, il problema è indurle a sentire la tragedia di quella decisione e a non farlo. Bisogna entrare nel fatto, svelarne l’irrealtà percepita, definire l’atto per quello che è, la soppressione di un individuo, ciò che è sempre più chiaro proprio sulla base dei progressi dell’anamnestica e della genetica. La censura dell’atto abortivo nel tempo moderno, atto che è eminentemente culturale, impersonale, decretato come libero da leggi ipocrite e da sentenze maestose che parlano di privacy, ma a spese di un essere umano, riguarda la donna come il maschio, l’operatore sanitario come tutti i cittadini adulti nella polis: ed è una richiesta di responsabilità, unita a politiche di responsabilità e solidarietà che sono il contrario del lassismo pianificato di Planned Parenthood, l’associazione mitica americana “per i diritti riproduttivi” di cui il cialtrone con ciuffo ha spesso rivendicato il ben fatto. Stanziate soldi pubblici per i programmi di adozione dei bambini non voluti, imponete di seppellirli come povericristi e non di gettarli come rifiuti ospedalieri, e vedrete che la dissuasione ha una sua capacità di far muovere le cose. Il carcere è fuori discussione. 

 

I salari stagnanti, la percezione di un declino, la paura delle mescolanze e del meticciato, la rabbia per le delocalizzazioni degli investimenti e dei posti di lavoro, la sensazione di esproprio che danno certe forme di globalizzazione finanziaria, tutto questo c’entra con il fenomeno Trump. C’entra anche l’eccesso predicatorio con cui i Tea Party hanno dottrinalmente sfruttato la rivolta contro lo sradicamento e il rimpicciolimento dell’America.

 

C’entra il lassismo con cui l’establishment repubblicano ha fronteggiato le campagne ideologiche senza senso, apocalittiche, di una destra Gop che ha voltato le spalle al cuore neoconservatore di una moderna politica imperiale dopo l’11 settembre, nell’èra dell’insicurezza e della provocazione islamista. C’entra la retorica dell’irrealtà e della riluttanza, del leading from behind obamiano, e quel tratto di sofisticato disprezzo verso la folla che è al cuore di otto anni di una presidenza professorale di valori universalizzanti che schiacciano il singolo, l’individuo americano, il suo interesse particolare: e lo calpestano. Ma il punto di attrito fondamentale, che ti dà la sensazione farlocca di avere a che fare con una persona libera, anche quando il candidato dice che forse bisogna usare l’atomica in medio oriente e magari in Europa, anche quando accusa una cronista di avere le mestruazioni, il punto dolente è quello: la scorrettezza politica in un mondo cementato dal conformismo. Bene: c’è ma è falsa, come tutte le caricature, la disputa sull’aborto lo mostra a chiare lettere. E speriamo nel Wisconsin.

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