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Crociata, chi? Celebriamo Palmira ma non abbiamo mosso un dito

La caduta e la riconquista della città siriana è la metafora dell’impotenza dell’occidente, improvvisamente riluttante di fronte al male

28 Marzo 2016 alle 17:30

Crociata, chi? Celebriamo Palmira ma non abbiamo mosso un dito

Siria, esercito riconquista Palmira dalle mani dell' Isis (foto LaPresse)

Elias Canetti diceva che “dare un nome alle cose è la grande e seria consolazione concessa agli umani”. L’autore di “Massa e Potere” (libro ricco di passaggi illuminanti sull’islam e la sopraffazione dell’uomo sull’uomo) conosceva la forza dei simboli, delle parole che battezzano le cose e delle cose che proiettano un immaginario. Così è per i luoghi che diventano “passaggi” della storia. La riconquista di Palmira, “la Sposa del deserto”, da parte dell’esercito siriano è uno di quei passaggi, la sua potenza simbolica è un fatto, le sue conseguenze sono in atto.

 

Dopo la decapitazione del direttore del museo archeologico di Palmira, Khaled Asaad, Giuliano Ferrara vide l’epilogo di questa storia e sul Foglio avvisò i benpensanti: “Vendichiamo il custode siriano, il vecchio di Palmira, e spazziamo via coloro che lo hanno penduto, esercitando una violenza incomparabilmente maggiore di quella da loro impiegata. Capiscono solo questo linguaggio, che in questa epoca storica ci vede muti”. Sette mesi dopo Palmira è stata riconquistata e il New York Times ha pubblicato in prima pagina la foto delle mura dove sventola la bandiera siriana. La forza del simbolo. Il passaggio della storia.

 

Ma la crociata per riprendere quelle antiche mura non è stata condotta dall’occidente. Le divise sono quelle dell’esercito di Assad e la forza che ha preparato il terreno per l’avanzata è quella della Russia di Vladimir Putin. Non si tratta solo di un tema che riguarda la strategia militare, la durata della guerra, la sua intensità, l’obiettivo finale, la combinazione delle forze di aria, terra e mare. A Palmira c’era in gioco molto di più: la caduta e la riconquista dell’antica Tadmor (significa “palma”) è la metafora dell’impotenza dell’occidente, del cosiddetto mondo libero diventato improvvisamente riluttante di fronte al male che ruggisce. Avvolto dalla coperta rassicurante del mito delle “zero perdite”, il nostro mondo ha espunto la guerra dal suo discorso pubblico fino a cedere a chi libero non è (Putin non è un modello di democrazia, Assad ha un destino segnato dai crimini del suo esercito) proprio l’esercizio di quella “forza liberatrice” che aveva segnato la storia del Ventesimo secolo. Lo scettro è passato nelle mani di altri attori. Palmira è il simbolo di un medio oriente che fu (quello delle vie del commercio) e di una terra di mezzo in cui (ri)conosciamo – come scrisse su Foreign Policy Robert D. Kaplan – la fine di tre imperialismi: quello ottomano, quello europeo di Francia e Inghilterra, quello americano. Servirebbe un nuovo imperialismo, un grande disegno per fermare la polverizzazione dell’area. Non si sente il galoppo della cavalleria corazzata all’orizzonte. Ma i vuoti si riempiono, si comincia a intuire come sarà il domani: vecchie e nuove satrapie condotte per mano dalla Russia e dall’Iran in conflitto con una dinastia saudita in declino. In un quadro del genere, la stabilità dell’area resta un miraggio.

 


Il filmato trasmesso dalla tv russa mostra come appaiono le antiche rovine di Palmira dopo la liberazione della città dallo Stato islamico


 

L’Europa? Missing in no action. Gli Stati Uniti? The Donald (Trump) ha detto che il conto della Nato è troppo salato, Clinton (Hillary) è inseguita dai fantasmi di Bengasi. Cantiamo. The best is yet to come, il meglio deve ancora arrivare.

 

Il valore strategico di Palmira, il controllo fisico (e ideale) di un luogo crocevia della millenaria cultura greca, romana e persiana, avrebbe dovuto far scattare l’urgenza di una risposta. Non è mai arrivata. Non a caso Assad ha colto la vittoria per accusare gli Stati Uniti di “mancanza di serietà nel combattere il terrorismo” e marcare la differenza con la coalizione a guida americana che “ha ottenuto piccoli risultati sin da quando è stata formata un anno e mezzo fa”. La riconquista di Palmyra ha aperto la via per Raqqa, centro di comando dell’Isis. E noi ora che facciamo? Fiesta. Fa sorridere leggere la dichiarazione del nostro ministro della Cultura, Dario Franceschini: “Siamo pronti a inviare i Caschi Blu della cultura a Palmira?”. Stupefacente sul piano diplomatico è quanto ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: “Palmira finalmente liberata, ricordiamo Khaled Assad, il suo custode ucciso dai terroristi”. Abbiamo vinto? E con quale esercito? Il game changer in Siria si chiama Vladimir Putin, non Barack Obama, e da questo fatto ineludibile chi governa in occidente dovrebbe trarre qualche utile lezione per il futuro. Non abbiamo vinto noi a Palmira. Abbiamo perso.

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