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Tra cordoglio e vertici

Così la tentazione isolazionista mette in crisi la reazione europea

Colpita al cuore della sua capitale dalla barbarie islamista, l’Unione europea finalmente può immaginare di esistere davvero. Ma, tra rifiuto della forza militare e tentazioni isolazioniste, rischia di perdere la guerra dichiarata dallo Stato islamico.

24 Marzo 2016 alle 06:18

Così la tentazione isolazionista mette in crisi la reazione europea

Il premier belga Charles Michel e Jean-Claude Juncker rendono omaggio alle vittime degli attentati di Bruxelles (foto LaPresse)

Bruxelles. Colpita al cuore della sua capitale dalla barbarie islamista, l’Unione europea finalmente può immaginare di esistere davvero. Ma, tra rifiuto della forza militare e tentazioni isolazioniste, rischia di perdere la guerra dichiarata dallo Stato islamico. Un avvertimento è arrivato ieri da Israele: “Se in Belgio continuano a mangiare cioccolata, a fare i liberal e democratici e non riconoscono che alcuni dei musulmani che stanno lì appartengono a gruppi terroristici, non saranno in grado di combatterli”, ha detto il ministro dei Trasporti, Yisrael Katz. “Europa e Stati Uniti non sono pronti a riconoscere che la guerra è contro il terrorismo islamico”. E quando si sbaglia a “definire” il nemico “non si può guidare una guerra globale”, ha spiegato Katz. Il secondo avvertimento viene dall’esperienza del Belgio, paese senza nazione e con poco stato, dove il micro-nazionalismo ha dissolto il senso di appartenenza a un’unica comunità di valori, trasformando Molenbeek in una Raqqa d’Europa.

 

“Siamo in guerra, perché ci è stata dichiarata”, ha ribadito ieri il premier francese, Manuel Valls, dopo l’incontro con il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. Ma l’Ue vuole fare questa guerra con un arsenale molto scarno: controlli alle porte di ingresso di Schengen, una guardia di frontiera europea, una banca dati sui passeggeri aerei e una direttiva contro il traffico di armi.

 

I ministri dell’Interno dell’Ue si vedranno oggi in una riunione straordinaria a Bruxelles: l’adozione del “Patto di sicurezza europeo” sostenuto da Valls e dalla Commissione è già in bilico. Governi ed Europarlamento sono divisi su alcuni dispositivi, come la banca dati sui passeggeri aerei o la direttiva contro il traffico d’armi. Soprattutto “l’Unione della sicurezza” – come l’ha definita Juncker – è inadeguata per condurre una guerra tanto a Molenbeek quanto a Raqqa. “Nei prossimi anni, gli stati europei dovranno investire massicciamente nei loro sistemi di sicurezza: uomini e tecnologia per far fronte al tipo di minaccia che ora dobbiamo fronteggiare”, ha ammesso Valls. Nemmeno la soluzione adottata dalla Francia dopo l’attacco a Parigi avrebbe consentito di evitare gli attentati di Bruxelles. Le 3.397 perquisizioni condotte nei primi tre mesi dello stato d’emergenza in Francia hanno portato all’apertura di appena 5 inchieste della procura antiterrorista di Parigi, al sequestro di 42 armi da guerra e a 254 procedure per possesso di stupefacenti. L’ossessione di Parigi per i controlli alle frontiere sembra motivata più da fini elettorali (arginare Marine Le Pen) che da una caccia efficace ai terroristi (i 1.600 poliziotti dispiegati da Parigi non bastano per 2.889 chilometri di confine). Dichiarando guerra a Schengen, la Francia e altri paesi nascondono i fallimenti dei propri apparati di sicurezza e l’incapacità di coordinare le intelligence. “Non so perché” i servizi degli stati membri “non collaborano”, ha detto Juncker. Eppure l’attacco contro Bruxelles dimostra che la risposta poliziesca non basta e che occorre più intelligence: gli attentati sono avvenuti in un aeroporto e in una rete metropolitana presidiati da migliaia di poliziotti da oltre tre mesi.

 

Il Belgio è il laboratorio di ciò che potrebbe diventare l’Ue in un processo di disgregazione nazionalista e isolazionista. Le due comunità istituzionalizzate – fiamminga e francofona – non comunicano tra loro nei diversi livelli di potere, rispondono a “constituencies” separate e lasciano pullulare il comunitarismo. Un ministro dell’Interno della destra nazionalista fiamminga, come Jan Jambon, può annunciare l’intenzione di “ripulire” Molenbeek, salvo dimenticarsene perché è un problema dei francofoni di Bruxelles. A livello europeo, ciascuno stato membro vuole tenersi la sua intelligence e i suoi eserciti per non essere costretto a fare una guerra europea a Molenbeek o a Raqqa. Ma all’aeroporto e in metropolitana, le vittime erano francofone, fiamminghe e di altre quaranta nazionalità.

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