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Idee per attrezzarsi contro il terrorismo che ci accompagnerà a lungo

Immigrati, islam radicale e riorganizzazione di intelligence e magistratura. Servono maggior coordinamento e un ministro dell’Interno dell’Unione. L’ex comandante dei Ros sulle sfide future.

23 Marzo 2016 alle 15:02

Idee per attrezzarsi contro il terrorismo che ci accompagnerà a lungo

Attentato a Bruxelles, l'esercito belga presidia l'ingresso della commissione europea (foto LaPresse)

Certe tipologie di attentati, e quelle di Parigi del novembre scorso come quella odierna di Bruxelles ne sono esempi purtroppo concreti, possono essere facilmente ipotizzabili, ma altrettanto difficilmente sventabili. Tali attentati sono prevedibili perché chiaramente preannunciati da un crescendo di attività che mostrano una sempre maggiore potenzialità dei gruppi radicali islamici operanti sul suolo europeo, ma ardui da evitare perché, in una società complessa come quella del mondo occidentale, sono tanti, direi troppi, gli obiettivi da tutelare e tutti, se colpiti, in grado di mettere in crisi il nostro modo di vivere.

 

Sta di fatto che ormai dal marzo 2004 con l’attentato alla stazione di Atocha a Madrid, l’Europa periodicamente deve fare i conti con attacchi micidiali che ogni volta la sorprendono e la sgomentano, ma poco sembrano insegnarle. Il nostro sistema sociale, da tempo, è punto di attrazione da parte di moltitudini di diseredati alla ricerca di condizioni di vita migliori e contemporaneamente oggetto della condanna più assoluta da parte delle fazioni radicali dell’islamismo che lo individuano come il regno del male. Questo stato di cose ha creato, soprattutto in quelle nazioni con una lunga e consistente storia coloniale alle spalle quali Francia, Regno Unito, ma anche Spagna e Belgio, un radicamento di significative componenti provenienti da altre società e culture, ma soprattutto seguaci, nel caso dell’etnia musulmana, di una religione vissuta con una partecipazione ormai sconosciuta per noi europei che porta in sé i presupposti per interpretazioni di tipo radicale che escludono ogni tolleranza. A ciò si è aggiunta progressivamente una crescente difficoltà di adattamento dovuta, da un lato, a usi e costumi affatto diversi che non si sono voluti abbandonare e, dall’altro, favorita dalla disattenzione e dalla superficialità con cui le istituzioni delle nazioni dell’Europa hanno affrontato i problemi dell’inserimento di queste nuove realtà umane, viste per lo più come forza lavoro da impiegare nelle mansioni più umili e isolate in quartieri dedicati, presto divenuti veri e propri ghetti.

 

Una parte sempre crescente delle generazioni musulmane che sono succedute ai primi arrivati ha così incontrato gravi ostacoli al suo inserimento con conseguenti frustrazione e rifiuto del nostro sistema sociale, trovando quindi rifugio in teorie estremiste propagandate da predicatori sostenuti anche da ambienti e istituzioni del mondo musulmano interessati alla loro divulgazione.
Per limitarci al problema del contrasto alle forme di aggressione via via crescenti, le forze di polizia e l’intelligence europee hanno impostato la loro azione secondo i canoni adottati per le varie forme di criminalità più ricorrenti, non individuando specifiche disposizioni operative che tenessero conto del fatto che si doveva contrastare una realtà criminale atipica, in quanto sostenuta anche da elementi culturali e religiosi e quindi del tutto particolare. Le difficoltà di penetrazione in un mondo chiuso e ostile a qualsiasi contatto, hanno provocato l’incapacità di controllare lo sviluppo di un fenomeno che pure negli anni aveva dato significativi indizi circa la sua pericolosità. La risposta è stata sempre specifica e settoriale, come se ogni attentato, anche gravissimo, fosse un fatto a se stante e non collegabile a problematiche generali. Si è arrivati a un punto, oggigiorno, dove componenti significative di cittadini francesi, belgi o inglesi, di etnia musulmana ma con passaporti di queste nazioni, sono attratte da teorie radicali e violente che gruppi terroristi quali al Qaida o Daesh propagandano e praticano con fini non direttamente collegati alla realtà occidentale, ma che comprendono la diffusione, il radicamento e il reclutamento dei propri adepti nel nostro mondo, usato anche come insostituibile cassa di risonanza.

 

A fronte di questa situazione una risposta realmente efficace non può essere che di lungo periodo e deve chiamare in causa i paesi musulmani da cui hanno origine e sviluppo le teorie e le formazioni più estremistiche. Stati quali Arabia Saudita, Iran, Qatar, Egitto e Turchia devono essere convinti con ogni mezzo a evitare di coinvolgere nei loro contrasti di natura territoriale, economica e religiosa i diversi gruppi terroristici, anche perché queste formazioni, ormai sfuggite loro di mano, rappresentano pure un grave pericolo per i rispettivi regimi. Appare allo stato evidente, infatti, e gli attentati di Bruxelles lo confermano, come in specie i gruppi del sedicente Stato islamico siano in grado di portare attacchi multipli e coordinati di elevata potenzialità in direzione dei punti nevralgici delle nazioni loro obiettivi.

 

Per i paesi europei incombe la necessità di forme di coordinamento sempre più strette che devono prioritariamente dare luogo a un coordinamento se non all’uniformizzazione delle legislazioni dei paesi comunitari nel settore del contrasto al terrorismo, con la conseguente creazione di un organismo giudicante unico. Oltre a ciò appare a questo punto ineludibile prevedere, nelle organizzazioni comunitare, un vero e proprio ministro dell’Interno dell’Unione in grado di uniformare le attività connesse alla sicurezza e capace di definire azioni e risposte a valenza generale. In tal modo il coordinamento delle Forze di polizia e delle Intelligence, ora gelosamente mantenuto nelle proprie competenze dai singoli governi, troverebbe una forma di attuazione adeguata senza perdere la dipendenza dalle specifiche realtà nazionali.

 

Il caso Italia

 

Per quanto riguarda l’Italia, la situazione appare meno compromessa  rispetto a quella dei paesi europei prima citati. Noi non abbiamo strascichi coloniali di tale consistenza da potere avere insediamenti musulmani significativi sul nostro territorio tali che possano fare da coagulo a fenomeni terroristici rilevanti. Non abbiamo soprattutto, tra i cittadini con passaporto italiano, un numero di persone provenienti dal mondo islamico tra cui si possano annidare elementi in grado di costituire efficienti cellule operative. Le nostre Forze di polizia, formatesi nel tempo con il contrasto alle varie forme di terrorismo e di criminalità organizzata, vantano poi un livello di preparazione professionale che le pone all’avanguardia in Europa e sono in grado di contrastare adeguatamente il fenomeno; in particolare potendo disporre dello strumento dell’espulsione che consente di stroncare alla radice qualsiasi manifestazione di devianza, anche in nuce, da parte di persone da noi residenti ma non in possesso della nostra cittadinanza.

 

Allo stato non vi sono indizi di serie minacce anche se l’azione del singolo, proprio per la sua imprevedibilità, deve sempre essere tenuta in conto, e la stessa presenza dello Stato del Vaticano, al di là delle espressioni di tipo propagandistico, non sembra costituire un obiettivo ritenuto pagante per il terrorismo islamico.

 

In un simile e delicato contesto sarebbe infine necessario che le varie forme associative del mondo islamico presenti in Italia assumessero un atteggiamento più collaborativo con le nostre istituzioni e cominciassero a fornire in maniera convinta quella collaborazione che origini e cultura comuni con il terrorismo loro consentono, permettendo un’azione di contrasto più efficace e selettiva, così anche da evidenziare una reale volontà d’inserimento duraturo nel nostro tessuto sociale.

 

Il terrorismo internazionale ci accompagnerà ancora per molti anni e ci dovremo costantemente adeguare alle sue minacce. Ecco perché sarà necessario – anche per quanto riguarda la magistratura requirente – individuare, nell’ambito delle Direzione nazionale antimafia e nelle diverse Direzioni distrettuali antimafia, singoli specialisti della materia che possano costituire un tutt’uno investigativo con gli organismi di polizia destinati al contrasto. Quest’ultima esigenza dovrà poi essere lasciata ai Servizi speciali di polizia giudiziaria delle varie Forze di polizia, unici in grado di assicurare un’azione investigativa di tipo specialistico come la consistenza del problema richiede e in condizione di rapportarsi con gli organismi d’intelligence nazionali a cui i fondi per le operazioni e le tecnologie necessarie non devono solo essere promessi ma anche assegnati per tempo e considerando che i risultati si potranno constatare solo in successione di tempo. Questo tipo di scontro, voglio dire, non può essere lasciato alle sconclusionate iniziative di tanti singoli volenterosi che operano nella politica, in magistratura e nella nostra organizzazione di sicurezza, pena omissioni, errori, sottovalutazioni e inadeguatezze che hanno caratterizzato e sovente danneggiato nel passato, in Italia, l’azione di contrasto ai grandi fenomeni criminali.

 

Il nostro mondo politico, in questo contesto, dovrà infine cercare di affrontare il problema non con sparate estemporanee dettate esclusivamente da esigenze di visibilità, ma stabilire linee di condotta puntuali e coordinate con gli altri governi europei da gestire con degli esperti e non con orecchianti dell’ultima ora a cui possano fare riferimento i dirigenti del nostro complesso di sicurezza che andranno finalmente scelti per meriti e non per il colore della maglietta di appartenenza indossata. 

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