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Fine incubo mai, ma ancora non crediamo che gli spari sopra siano per noi

Tutto è sempre più ravvicinato e noi siamo sempre meno sconvolti, ma più attenti ai dettagli. Ogni volta diciamo: è nostra questa città colpita, ogni ennesima volta ci chiediamo perché, ma sempre con minore slancio e convinzione.

23 Marzo 2016 alle 10:40

Fine incubo mai, ma ancora non crediamo che gli spari sopra siano per noi

Omaggio alle vittime degli attentati di Bruxelles (foto LaPresse)

Un’altra volta, l’ennesima, a contare i morti, guardare e riguardare il fumo che sale, fotografie di facce terrorizzate, video di gambe che corrono, polizia, gente per terra con i vestiti polverizzati, il sangue addosso che magari è di qualcun altro, ecco le ambulanze, un neonato in braccio che sta bene, le urla dei bambini nella metropolitana. Ogni volta diciamo: è nostra questa città colpita, ogni ennesima volta ci chiediamo perché, ma sempre con minore slancio e convinzione.

 

Adesso, meno increduli di sempre, immaginiamo che cosa faremmo noi, dentro quella metropolitana, in quell’aeroporto, al Bataclan, in una redazione, in mezzo alla strada: riguardiamo il fumo, i vetri e il sangue con un’apprensione che non è più eccezionale, non è attonita, e misura con senso quasi cinico e pratico le vie di fuga, la necessità di non impazzire di paura, usare i trolley come riparo, tenere la faccia a terra, nascondersi nel bagno dell’aeroporto, essere preparati a tutte le cose della nostra vita, quindi adesso a questa. Perché succederà ancora, e ancora, ma ogni ennesima volta tocchiamo la speranza di una fine, e dopo l’arresto di Salah Abdeslam, uno degli attentatori di Parigi, catturato in un appartamento di Bruxelles grazie a troppe pizze ordinate a domicilio, sembrava che qualcosa vacillasse nella ferma idea di un martirio glorioso in nome di Allah e nell’odio di pietra contro di noi: l’attacco jihadista sembrava avere perso un po’ di appeal, almeno dentro il nostro desiderio, dentro la nostra ferma illusione di non essere sotto attacco permanente. Salah, ventisei anni, era quasi sollevato, deciso a parlare, ed era solo venerdì scorso, ma adesso è già di nuovo il giorno dopo un altro undici settembre, molto vicino a quello di Parigi del tredici novembre scorso: tutto è sempre più ravvicinato e noi siamo sempre meno sconvolti, ma più attenti ai dettagli, al rumore delle valigie con le ruote, misuriamo le probabilità di sopravvivere dentro questo assalto ininterrotto che però non vogliamo nominare, e anzi alleniamo il distacco. Possiamo ancora credere che non ci riguardi davvero, fumo e sangue di qualcun altro, urla di sconosciuti, quel bambino con il braccio ustionato comunque non è mio figlio. Quante volte sono passato da Zaventem, anzi ero là proprio lunedì, ho anche preso la metropolitana, adesso faccio un tweet.

 


C’è una durezza nuova, simile all’abitudine, nella reazione a questa Bruxelles infuocata e deserta, muta, senza aerei che partono o atterrano, con le bandiere dell’Isis per terra, la bandiera belga a mezz’asta, le scritte stanche con i gessetti colorati, e il simbolo dell’Europa colpita nel modo più inequivocabile (aeroporto, metropolitana). Non vogliamo davvero guardarlo, né tirare le somme, perché guardare significherebbe dire: fine incubo mai. Così vicini e così lontani, e sempre un po’ distratti, ancora disposti a illuderci che non sia diretto a noi, ai nostri trolley del martedì mattina, ai nostri figli che urlano al buio sulle rotaie della metropolitana.

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