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Le elezioni americane spiegate a chi ha in casa mezzo catalogo Feltrinelli

Ted Cruz non sarà perfetto – vedi politica estera e privacy – eppure ha studiato a Princeton e Harvard, è affezionato al mercato, alla Costituzione e al Bill of Rights. Se superassimo certi tic molto europei, vedremmo in lui la carta per battere (bene) il capitalismo di relazione degli altri candidati.

11 Marzo 2016 alle 17:58

Le elezioni americane spiegate a chi ha in casa mezzo catalogo Feltrinelli

Ted Cruz (foto LaPresse)

La ragione per cui l’opinione pubblica europea, e anche quel pezzo d’opinione pubblica americana che le somiglia, non può digerire Ted Cruz è molto semplice. Cruz crede che Dio esista, e che ci sia l’inferno, e tutte quelle altre cose che consideriamo l’equivalente un po’ appannato delle storie di Babar: materia per l’infanzia, di ciascuno di noi e del mondo.

 

Per colpa del Padreterno, dunque, Ted Cruz è regolarmente considerato un povero fesso. Eppure ha studiato a Princeton e alla Harvard Law School, da studente è stato un campione di dibattiti, ha fatto il law clerk per il giudice Rehnquist, da avvocato è riuscito a portare nove casi davanti alla Corte suprema. Per rivendicare la coerenza delle sue posizioni, sul suo sito non soltanto riporta il suo “record” in Senato: ma i suoi op-ed, articoli di commento, nostalgica testimonianza di fede nella parola scritta.

 

Fosse un uomo di sinistra, Cruz sarebbe il candidato ideale degli intellettuali di mezzo mondo: egli è innegabilmente il prodotto di un movimento di idee. Ma visto che quel movimento di idee è il movimento conservatore americano, per chi ha in casa mezzo catalogo delle edizioni Feltrinelli Ted Cruz è un oggetto misterioso. Del resto, fosse per loro, gli Stati Uniti non avrebbero avuto un presidente repubblicano dai tempi di Eisenhower.

 

Cruz è per una netta semplificazione del sistema fiscale (attraverso una flat tax, compensata da una revisione del sistema delle imposte indirette), è avverso al Quantitative easing e alla moda di affidare le sorti del mondo ai banchieri centrali, vuole condurre una vasta operazione di deregulation, cominciando con l’abolizione di quella “Obamacare” che è un monumento di complicazione normativa. L’oggetto misterioso, come la più parte degli americani, è affezionato al diritto di portare armi e, in generale, all’idea che se la Costituzione o il Bill of Rights dicono una certa cosa, tipo “the right of the people to bear and keep guns”, vogliono dire quella roba lì, e non un’altra. In un commento sul Wall Street Journal, l’altro giorno, Cruz ha espresso con intelligenza politica e sapienza giuridica l’idea che il Presidente uscente, a pochi mesi dalla scadenza del mandato, non debba procedere a nominare il successore del giudice Scalia. Anche per questo, uno dei più brillanti senatori repubblicani, Mike Lee, ha fatto il suo endorsement per Cruz: ed è questione tutt’altro che periferica, perché di quel pezzo del mondo conservatore che vota sulla base di convincimenti lungamente meditati Lee è genuino portavoce.

 

Nessuno è perfetto, figurarsi un uomo politico. Cruz propone una politica estera dai toni preoccupantemente bellicisti e ha preso una posizione frettolosa sul caso Fbi/Apple. Come quasi tutti i repubblicani, tende a spegnere le sinapsi al suono delle parole “guerra al terrorismo”. Ma, a differenza di quasi tutti i repubblicani, pare aver compreso, non senza un certo travaglio, che la “guerra alla droga” è una tragedia autoinflitta e ritiene che i singoli stati abbiano il diritto di legalizzare il commercio di marijuana.

 

Dei candidati rimasti in partita, è l’unico che esibisca affetto per la Dichiarazione d’Indipendenza, per la Costituzione, per il Bill of Rights. Insomma l’unico che s’inserisca apertamente in quella tradizione retorica per cui l’America è un’altra cosa, ed è un’altra cosa per il modo in cui è nata.

 

Non è detto che Cruz abbia in mano carte buone abbastanza per vincere. Eppure la sua affannosa rincorsa è l’unica speranza che possiamo riporre in una contesa elettorale che non assomigli a quella, con rispetto parlando, di un paese sudamericano.

 

 

Il trait d’union fra Trump e Hillary

 

Il cosiddetto “establishment” repubblicano vorrebbe estrarre un candidato ben pettinato, diverso da quelli in gara, da una convention senza una maggioranza netta ma con un vincitore morale: Donald Trump. A esser generosi, è un progetto suicida. Se Ted Cruz non riduce le distanze, ovvero se gli altri non-trumpisti non convergono su di lui, è probabile che a novembre sarà una sfida Trump-Hillary. Un miliardario che è tale solo perché ha sempre evitato accuratamente di pagare i suoi debiti, un’ineffabile avversaria del “top one percent” che nel 2014 ha avuto un reddito di circa 15 milioni di dollari: entrate in larga misura riconducibili alla sua attività più significativa, che è quella di broker di influenza politica. Non saranno due “corrotti” in senso tecnico, ma sono l’uno e l’altro la plastica incarnazione di un capitalismo in cui le relazioni contano più dei profitti, e comprensibilmente un ex presidente e sua moglie possono farne un business di successo.

 

E’ un sistema di cui noi italiani abbiamo imparato a vergognarci, guardando al contrario con ammirazione e speranza al mondo anglosassone, alla sua serietà, al rigore della separazione fra economia e politica. Quanto siamo stati contenti, di ripetere che era inimmaginabile un Berlusconi americano.

 

Cruz non desidera proibire l’aborto: ma siccome lo ritiene una pratica eticamente controversa, non vuole che Planned Parenthood sia finanziata dalla totalità dei contribuenti, alcuni dei quali considerano quelle pratiche abiette. Tanto basta a farci temere che voglia instaurare un impero teocratico. In compenso, su Madame conflitto d’interessi non c’è benpensante europeo che avanzi un mezzo dubbio. Eticamente inaccettabile è solo ciò che è politicamente sgradito.

 

 

 

Alberto Mingardi è il direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni

 

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