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Le truppe del partito

La complicata strategia di Romney per dare un senso al “Never Trump”

L’ex candidato (sconfitto) si fa portavoce dell’establishment e detta la linea: sottrarre delegati a Donald, poi si vedrà. L’asse Murdoch-Koch

4 Marzo 2016 alle 06:15

La complicata strategia di Romney per dare un senso al “Never Trump”

Mitt Romney durante la campagna elettorale del 2012 (foto LaPresse)

New York. Mitt Romney è stato selezionato dal Partito repubblicano come portavoce credibile del trasversale movimento “Never Trump”.  Dopo una campagna di contrasto via Twitter ieri si è esposto con un discorso alla University of Utah per mettere il sigillo sulla coalizione per fermare il favorito alla nomination repubblicana. Gli argomenti contro Trump sono noti, e l’ex governatore del Massachusetts li ha riassunti con diligenza. Trump è “una truffa”, un “falso”, ha criticato le sue politiche che renderanno l’America “meno sicura”, si è fatto beffe delle ricette economiche, ha additato i toni xenofobi, le amicizie sinistre, gli alleati impresentabili, l’ammirazione per i dittatori, il disprezzo per la libertà. I problemi sono arrivati quando è passato alla parte più importante, quella tattica e strategica. Trump va fermato, ma come?

 

L’indicazione di Romney è questa: “Voterei per Marco Rubio in Florida, per John Kasich in Ohio e per Ted Cruz o chiunque altro abbia la possibilità di battere Trump in ogni singolo stato”. La soluzione di cui Romney si è fatto ambasciatore non è quella della forzatura politica – convincere, con tutti i mezzi, i candidati più deboli ad abbandonare per concentrare le forze su un nome solo – ma quella del voto utile stato per stato, una via che porta teoricamente a una “brokered convention”. Significa che ciascuno dei candidati cerca di ottenere il massimo dei delegati negli stati dov’è più forte, distribuendo le energie per eliminare gli sprechi, con l’obiettivo di arrivare alla convention di luglio con una somma di delegati superiore a quella di Trump. E lì si giocherà una battaglia inedita, ma questo, dice implicitamente Romney, lo vedremo poi.

 

Anche fra gli esponenti del fronte “Never Trump” c’è un certo scetticismo sull’efficacia della manovra. Certo, Trump ha cambiato tutte le regole, si procede a tentoni, ma la “brokered convention” è un’eventualità che non si è mai realizzata dopo la riforma delle primarie del 1972, quando il processo è stato cambiato in modo da dare più importanza al voto popolare. C’è anche una problema più profondo nel tentare di disarcionare Trump con un gioco di delegati. Lo ha sintetizzato bene il columnist Matthew Continetti: “Questa strategia della brokered convention non dimostra esattamente la tesi dei sostenitori di Trump? C’è un partito nel mezzo di un cambiamento storico, e la strategia è quella di negare agli elettori il diritto di nominare il loro candidato preferito? Pensate che questo ci aiuterà a vincere in autunno?”. E’ secondo questo schema di ragionamento che Rupert Murdoch dice che sarebbe “folle” non sostenere Trump se si aggiudica la nomination e i fratelli Koch spiegano che non metteranno soldi per contrastare Trump in questa fase confusa.

 

[**Video_box_2**]L’ultimo problema di questa strategia riguarda l’immagine, componente non secondaria di questa campagna saturata dalle invettive di un miliardario pronunciate da stanze dorate. Romney ha interpretato gli argomenti dell’establishment, ma proprio lui “è l’incarnazione di tutto quello che Trump combatte. E’ troppo cauto, troppo perbene, è il volto del partito repubblicano che ha perso due volte contro Barack Obama”, come ha scritto Chris Chillizza del Washington Post. La reazione – efficace – di Trump è arrivata attraverso il consigliere Dan Scavino: “Grazie a Romney per l’incredibile endorsement!”.
Twitter @mattiaferraresi

 

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