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Non c’è un antidoto per Trump

Con il Super Tuesday l’establishment ha esaurito tutte le strategie. Ignorare, contenere e ridicolizzare non danno risultati, le manovre di palazzo fanno danni. Il Donald fugge in un iperspazio che supera le leggi della politica.

3 Marzo 2016 alle 06:15

Non c’è un antidoto per Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

Houston. La vittoria di Donald Trump nel Super Tuesday appare ancora più schiacciante di quella raccontata dalla fredda conta dei delegati – che pure è notevole: ne ha conquistati 234, perfettamente in linea con gli obiettivi – se si considera che, nella giornata campale delle primarie, l’establishment repubblicano ha esaurito le alternative. Tutte le opzioni strategiche sono state tentate, tutti gli angoli per aggredire l’avversario sono stati esplorati, e niente ha funzionato. Il partito non ha trovato l’antidoto a Trump. Prima del Super Tuesday resisteva, nell’ambito dei conservatori mainstream, la convinzione che la crescita di questo fenomeno dipendesse dall’incapacità dei candidati avversari di contrastarlo sul terreno giusto. Bisognava trovare la chiave per entrare nella torre di Trump e farla saltare in aria. Ignorarlo non ha funzionato. Non è servito trattarlo come un buffone, contenerlo nell’attesa che si spegnesse da sé, circumnavigarlo senza aggredirlo troppo per potersi prendere una fetta dei suoi elettori quando, per effetto di qualche evento imprevedibile, sarebbe caduto. Anche la via della manovra di palazzo è stata tentata. Ci sono state decine di riunioni a porte chiuse con il leader del Senato, quel Mitch McConnell che rappresenta, anche esteticamente, l’apparato conservatore, per stabilire quale fosse la via per arginare Trump. Lo hanno accusato, non senza ragioni, di essere un liberal e un finanziatore di cause democratiche, un amico di Planned Parenthood e della famiglia Clinton, un traditore impenitente dell’ortodossia conservatrice difesa dalla National Review, che lo ha attaccato con tutta la potenza di fuoco che aveva. Lui se li è scrollati tutti di dosso con un paio di tweet. Hanno richiamato in servizio Mitt Romney nel ruolo di troll, per subissare e mettere sotto pressione costante il frontrunner, poi si sono stupiti quando il populista carico come un toro nell’arena ha infilzato il candidato debolissimo che “non è riuscito nemmeno a battere Obama”, come recitava una pubblicità famosa della scorsa campagna elettorale. Anche lo speaker della Camera, Paul Ryan, si è messo di traverso, ottenendone una minaccia in diretta nella conferenza stampa della vittoria: “Pagherà a caro prezzo” la sua opposizione.

 

Infine, è arrivata la fase dell’insulto, della retorica becera uguale e contraria a quella dell’avversario, delle “mani piccole” e della presa in giro sugli errori grammaticali. Questa fase strategica messa in atto prima del Super Tuesday è stata accompagnata da alcune notizie che sembravano perfette per imbrattare il brand del palazzinaro che vuol fare l’America “great again” dopo tante sconfitte: l’endorsement di David Duke, già grande stregone del Klan, disconosciuto dopo una serie di dichiarazioni ambigue; gli operai stranieri (e clandestini) assunti da Trump per costruire il suo Mar-a-Lago, resort favoloso della Florida che il Donald ha presentato come prova del suo egalitarismo (“totalmente aperto a tutti”, ha detto) e poi la registrazione “segreta” di un’intervista fatta con l’editorial board del New York Times. Nella parte off-the-record della conversazione pare che Trump abbia rivisto e ampiamente moderato le sue idee sul muro al confine e l’immigrazione, mostrando che la sua è una posa elettorale più che una posizione politica. Insomma, il partito ha avuto l’occasione di mostrare che Trump non è Trump, e ha tentato anche quella via. Ma non è servito a nulla. Trump continua a muoversi in un iperspazio politico che non risponde alle vecchie leggi della fisica politica tradizionale in cui si muovono i suoi avversari repubblicani.

 

[**Video_box_2**]All’incapacità di leggere (e quindi contrastare) efficacemente il fenomeno Trump corrisponde una miopia politica e strategica nell’organizzazione dell’azione che al Super Tuesday è venuta fuori potentemente in Virginia, dove Marco Rubio e John Kasich si sono rubati a vicenda i voti che avrebbero permesso di superare l’avversario comune. In Virginia è stata una sconfitta del partito, non una vittoria di Trump. Ma l’antidoto, anche questa volta, non si è trovato. C’è chi, come il senatore Lindsey Graham, suggerisce di fare quadrato attorno a Ted Cruz, che ha avuto un’ottima giornata (tre stati vinti) ma non ha sfondato (eufemismo) al sud, chi invece cerca altre soluzioni, tipo l’abbandono della nave o la negazione disperata del problema. Ci sono due immagini del Super Tuesday che rendono in maniera efficace lo stato del partito lacerato dall’indecifrabile, o per il momento indecifrato, fenomeno Trump. La prima è quella di Chris Christie che introduce il frontrunner alla conferenza stampa con l’allegria, la naturalezza e la passione di un ostaggio che legge davanti alla telecamera il messaggio dei rapitori. Quattro anni fa il governatore del New Jersey pronunciava con la sua solita forza oratoria il discorso principale alla convention del partito, oggi fa controvoglia il cerimoniere di Trump, che per tutta risposta lo tratta come una specie di nano di corte. La seconda immagine è quella di Marco Rubio, vincitore del misero bottino del Minnesota, che si sente fare in modo diretto da Jake Tapper della Cnn la domanda che tutti si facevano: stai mentendo a te stesso? La risposta non se la ricorda nessuno.

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