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L’egemonia del renzismo spiegata dal direttore del Figaro

Alexis Brézet, liberale autentico, parla con il Foglio di Renzi, del Jobs Act francese, della pedagogia sulla flessibilità e della gauche che per sopravvivere deve fare un po’ la destra.

3 Marzo 2016 alle 14:26

L’egemonia del renzismo spiegata dal direttore del Figaro

Alexis Brézet

Parigi. “Non solo noi del Figaro, ma molti altri giornali in Francia guardano con favore la dinamica di rinnovamento avviata dal presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi. I nostri candidati non si rinnovano, abbiamo ancora Hollande contro Sarkozy, Hollande contro Juppé, sempre gli stessi. La dimensione del rinnovamento delle élite politiche italiane è qualcosa che colpisce mediaticamente i francesi e i giornali francesi, perché è in contrasto rispetto alla nostra situazione. In Inghilterra c’è Cameron, in Italia c’è Renzi, e in Francia invece ci sono sempre le stesse facce”. Alexis Brézet è un “libéral pur sucre”, un liberale autentico, ed è soprattutto il direttore del Figaro, il quotidiano più longevo e prestigioso di Francia. Ne ha assunto la guida nel 2012, dopo la partenza di Étienne Mougeotte, e quasi in concomitanza con l’ascesa al potere dell’attuale presidente della République, François Hollande.

 

Da direttore del principale quotidiano d’opposizione, Brézet non ha mai smesso di fare il pelo e il contropelo al capo di stato in carica, ma la sua natura di liberal-conservatore non gli ha comunque impedito di intravedere nella gauche renziana un modello da esportare. “Renzi è riuscito a fare qualcosa di esemplare in breve tempo, riformando il paese e ottenendo successi economici che in Francia non vediamo da troppo tempo”, dice al Figaro Brézet. “Contrariamente a Hollande, che dall’inizio del suo mandato promette di invertire la curva della disoccupazione e non l’ha ancora invertita, Renzi ha rilanciato l’occupazione e la crescita, nonché provocato uno choc di fiducia che visto da Parigi appare come qualcosa di entusiasmante. L’opinione del Figaro è che Renzi è riuscito a fare in due anni ciò che invece il presidente Hollande e il premier Valls non sono ancora riusciti a fare in quattro”.

 

Due settimane fa, al presidente del Consiglio italiano, il Figaro ha dedicato la prima pagina, titolando: “Il ‘super-riformatore’ Renzi scuote l’Italia”. E tra le riforme renziane che suscitano maggiore interesse a Parigi c’è il Jobs Act. Nei giorni in cui è alta la tensione per la presentazione della riforma mercato del lavoro, il progetto di legge El Khomri che rischia, dopo gli ambiziosi contenuti iniziali, di trasformarsi fra qualche settimana nell’ennesima “réformette”, tutti gli occhi dei liberali di Francia sono rivolti al Jobs Act renziano, al punto che ieri il quotidiano l’Opinion ha scelto di eleggerlo quale principale modello per la Francia. Brézet, tuttavia, non è convinto neppure dal testo iniziale del progetto di legge difeso dalla ministra del Lavoro francese. “La riforma El Khomri, già nella sua forma iniziale, va molto meno lontano della riforma del mercato del lavoro renziana. E’ certamente orientata verso la giusta direzione, ma non è sufficiente ciò che è previsto in materia di flessibilità e di licenziamenti economici”. Sull’esito della riforma Brézet è pessimista: “Credo che non andrà da nessuna parte. E’ stata lanciata male, venduta male, presentata male, e già ora il governo indietreggia (la presentazione del testo in consiglio dei ministri è stata rinviata al 24 marzo, ndr) perché anzitutto non ha fatto pedagogia. Renzi ha saputo fare pedagogia sulla riforma del lavoro, noi invece abbiamo fatto il contrario: diciamo le cose, le lanciamo alla bell’e meglio, e poi indietreggiamo. In Francia, dobbiamo andare più lontano, ma temo purtroppo che non andremo da nessuna parte, dato che la riforma dovrà passare sotto la lente dei sindacati, e in seguito sotto i colpi dell’ala radicale all’Assemblea nazionale”.

 

[**Video_box_2**]Perché la sinistra deve fare un po’ la destra per sopravvivere? “E’ lo choc della realtà”, dice Brézet. “La gauche in Francia era sinonimo di ridistribuzione in un sistema che poteva funzionare prima della globalizzazione, ma in un sistema dove tutti i paesi, i sistemi sociali e i sistemi fiscali sono in concorrenza, come quello attuale, la redistribuzione non funziona più”. E ancora: “Ci sono dei paesi, come l’Italia con Renzi e la Germania con Schröder, che hanno capito queste dinamiche e hanno deciso di non tirare  troppo la corda,  restando un  po’ di sinistra, ma in maniera diversa. La gauche francese, invece, ha voluto restare come prima: la regolamentazione, la fiscalità e la riabilitazione della domanda. Ve lo ricordate l'inizio del quinquennato di Hollande con la supertassa al 75 per cento?  Le riforme liberali non sono facili da fare in Francia e per farle ci vuole un leader  legittimo e coinvolgente che ancora non si vede”.

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