cerca

Il Super Tuesday è una leggera oscillazione fra due costanti: Trump e Hillary

The Donald consolida la sua posizione di frontrunner, Rubio vince solo nell'ultraliberal Minnesota. Cruz bene (ma non troppo) nel suo Texas. Clinton pensa già alle elezioni di novembre, per Sanders il sapore della fine di un'avventura.

2 Marzo 2016 alle 07:40

Il Super Tuesday è una leggera oscillazione fra due costanti: Trump e Hillary

Donald Trump ha conquistato sei stati, Texas e Oklahoma sono andati a Cruz, il Minnesota a Rubio (foto LaPresse)

Il verdetto del Super Tuesday restituisce alcune oscillazioni anomale, lievi sorprese, leggeri aggiustamenti e notiziole non rivoluzionarie che ruotano attorno a due granitiche costanti: Donald Trump e Hillary Clinton. Nella giornata che distribuisce più delegati di tutte le altre nel corso delle primarie, Trump ha consolidato la sua posizione di frontrunner vincendo in Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee e Virginia. La vittoria più importante è quella della Virginia, che è anche la più grande occasione persa dai repubblicani dell’establishment e in un certo senso è l’immagine della sconclusionata campagna condotta fin qui. I voti di Marco Rubio e John Kasich, che pescano da un bacino elettorale molto simile, sommati sarebbero stati ampiamente sufficienti a battere Trump. L’anomalia trumpiana rispetto ai sondaggi si riscontra invece in Oklahoma, dove ha vinto Cruz, il quale però ha un vantaggio geografico (fra il Texas e l’Oklahoma c’è una rivalità piuttosto accesa, ma alla fine è meglio un confinante di uno di New York, questo è il ragionamento). In cambio, per dir così, Trump ha preso l’Arkansas, che era una potenziale presa di Cruz. Anche l'Alaska è andata al senatore texano.

 

Il senatore del Texas ha avuto, i  termini relativi, una buona nottata: ha conquistato, come prevedibile, lo stato di casa – ma senza arrivare al 50 per cento, significa che i delegati sono distribuiti proporzionalmente: alla festa di Cruz tutti sono concordi nel dire che due mesi fa un risultato così sarebbe stato giudicato una sconfitta – e l’Oklahoma, vittorie che gli hanno permesso di impostare il suo messaggio di giornata sulla richiesta agli altri candidati di levarsi di torno: “Solo io ho dimostrato di poter battere Trump”. Cosa tecnicamente vera, ma è curioso che a fare il ragionamento tattico sulla serrata dei ranghi del partito nel nome dell’eleggibilità sia un altro candidato anti establishment. E’ notevole che a fine serata il senatore Lindsey Graham, solido uomo d’apparato e irreprensibile falco, abbia detto: “Forse è arrivato il momento di unirsi intorno a Cruz”. Un breve capitolo a parte merita Marco Rubio, il quale ha fatto il solito discorso della vittoria quando in realtà era stato sconfitto ovunque, e già era partito il tormentone dell’eterno vincitore morale che parla della “Reagan Revolution” a non ha vinto nemmeno in uno stato anche dopo il Super Tuesday, ecco che uno stato l’ha vinto: l’ultraliberal Minnesota. Un po’ poco – eufemismo – per immaginare una via che porta alla nomination, ma lui ha confermato che non cede. L’anomalia, infine, è quella del Vermont, dove Kasich e Trump si stanno giocando la vittoria voto per voto (anomalia poi fino a un certo punto: Kasich ha un suo appeal fra i repubblicani moderati del New England), anche se in tarda serata i network hanno segnato la vittoria a Trump. La conta assai provvisoria dei delegati vede Trump a 22, Cruz 69, Rubio 41, Kasich 19.

 

[**Video_box_2**]Fra i democratici basta riascoltare il discorso di Hillary Clinton per capire com’è andata. Se l’è presa con il muro al confine, con gli insulti, con la brutalizzazione del discorso politico e via dicendo: l’obiettivo non poteva essere Bernie Sanders. Il messaggio è quello dell’elezione generale, e nonostante la promessa di Bernie di andare “fino alla convention” – l’ha fatta davanti al suo popolo del Vermont, difficilmente poteva dire “tiriamo avanti ancora un paio di settimane poi valutiamo” – il suo Super Tuesday ha il sapore della fine di un’avventura. A occhio la cartina non risulta impietosa per il senatore socialista, ma ha vinto in Minnesota, Colorado e Vermont, uno stato estremamente liberal, il suo fortino e uno a forte presenza studentesca. La presenza di studenti galvanizzati potrebbe aver fatto la differenza in Oklahoma, che invece non si aspettava. Per il resto, il sud è terra inesplorata per lui. Hillary vince in Texas, Arkansas, Tennessee, Alabama, Georgia, Virginia e Massachusetts. E già che c’era anche nell’American Samoa. Conta dei delegati: Hillary a quota 508, Bernie 296. Ma a Hillary fa aggiunto il fantastilione di superdelegati che ha già dichiarato il voto.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi