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Che cosa dice il rapporto dell'intelligence sul terrorismo in Italia

I servizi segreti spiegano come sono cambiate le minacce alla sicurezza nel nostro paese. Dal Giubileo, alle rotte dei migranti, passando per i foreign fighters. Ecco cosa c'è da sapere

2 Marzo 2016 alle 13:46

Che cosa dice il rapporto dell'intelligence sul terrorismo in Italia

L'Italia è sempre più a rischio di proliferazione dei foreign fighter e degli homegrown fighter mentre l'immigrazione, passando per il Giubileo, potrebbero aumentare le minacce terroristiche per il nostro paese. La relazione presentata dai servizi di sicurezza italiani al Parlamento è un compendio delle criticità notevoli che l'Italia e l'Europa devono affrontare sul piano della sicurezza e dell'antiterrorismo. Filo conduttore tra i vari aspetti sollevati dall'intelligence è lo Stato islamico, talvolta in competizione con al Qaida, ma che rappresenta senza dubbio la minaccia principale. L'attentato di Parigi dello scorso 13 novembre 2015 è stato un punto di svolta che ha cambiato la strategia del Califfato in Europa. "Un salto di qualità", lo definiscono i nostri servizi segreti, "la cui proiezione terroristica si accompagna all'autolegittimazione quale soggetto statuale dichiaratamente intenzionato a ridisegnare la geografia del potere nell'area mediorientale a favore della componente sunno-salafita". Conseguentemente, è da ritenere elevato il rischio di nuove azioni in territorio europeo, avviene su iniziativa sia di emissari inviati ad hoc, inclusi foreign fighters addestrati in teatri di conflitto, sia di militanti eventualmente già presenti (e integrati/mimetizzati) in Europa, che abbiano ricevuto ispirazione e input da attori basati all’esterno dei Paesi di riferimento".

 

"Sulla base di queste premesse", scrive l'intelligence, "l’Italia appare sempre più “esposta” quale: target potenzialmente privilegiato sotto un profilo politico e simbolico/religioso, anche in relazione alla congiuntura del Giubileo straordinario; terreno di coltura di nuove generazioni di aspiranti mujahidin, che vivono nel mito del ritorno al califfato e che, aderendo alla campagna offensiva promossa da Daesh, potrebbero decidere di agire entro i nostri confini".

 

 

Di conseguenza, anche nel nostro paese, è aumentato il grado di influenza delle pratiche violente dell'estremismo islamico che favorisce sia la proliferazione di foreign fighter sia di homegrown fighter, ovvero di cittadini europei votati al jihad. Da notare, però, che la minaccia è liquida e rispecchia così i metodi di reclutamento che avviene soprattutto su internet: "Vanno valutati con estrema attenzione i crescenti segnali di consenso verso l’ideologia jihadista emersi nei circuiti radicali on-line, frequentati da soggetti residenti in Italia o italofoni: si tratta di individui anche molto giovani, generalmente privi di uno specifico background, permeabili ad opinioni “di cordata” o all’influenza di figure carismatiche e resi più recettivi al “credo” jihadista da crisi identitarie, condizioni di emarginazione e visioni paranoiche delle regole sociali, talora frutto della frequentazione di ambienti della microdelinquenza, dello spaccio e delle carceri. Ne è conferma la diffusione di testi elaborati o tradotti nella nostra lingua, con i quali da un lato, si sostiene la legittimità del Califfato, invogliando gli accoliti a raggiungere la nuova “Patria” di tutti i musulmani; dall’altro, si esortano i lupi solitari ad agire, adottando un codice comportamentale improntato a segretezza e cautela". Anche se il reclutamento e l'interesse dimostrato verso l'estremismo islamico e il terrorismo sul web, continuano i servizi segreti, avviene prevalentemente per iniziativa personale, è il contesto a sostenere e a rendere potenzialmente pericoloso colui che si avvicina al jihad. L'intelligence si riferisce a "contesti parentali e amicali", a "componenti islamiste costituitesi su base etnica, come quelle di matrice balcanica, maghrebina o pakistana, al cui interno si muovono elementi che simpatizzano per gruppi armati anche di matrice qaidista", a "circuiti 'sensibili', come quello legato agli ex combattenti libici giunti nel tempo in Italia", a "luoghi di aggregazione islamica permeabili alla propaganda estremista" e agli "ambienti carcerari".

 

I flussi migratori, come già rilevato dall'intelligence di altri paesi, sono un rischio potenziale per l'infiltrazione di terroristi. I flussi hanno visto una diminuzione degli sbarchi dal Nordafrica, come conseguenza della recente apertura delle rotte anatoliche e balcaniche. L'Italia resta per lo più immune da quest'ultime, dato che i migranti che scelgono di risalire la penisola balcanica prediligono l'Europa centrale o settentrionale. Sono queste rotte via terra, però, che sono maggiormente a rischio di infiltrazione terroristica, dato il sottobosco dell'islam radicale già presente in maniera diffusa tra Bosnia, Kosovo e Serbia (proprio da questi paesi arriva il maggior numero di foreign fighters europei diretti in teatri di guerra mediorientali). "Il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori, che quanto alla direttrice nordafricana, nonostante ricorrenti warning, non ha trovato specifici riscontri", scrive l'intelligence italiana, "si presenta più concreto lungo l’asse della rotta balcanica, specialmente in relazione ad un quadro informativo che attesta: le vulnerabilità di sicurezza legate all’imponente flusso di profughi provenienti dal teatro siro-iracheno; la centralità della regione quale via di transito privilegiata bidirezionale di foreign fighters, oltre che – come già detto – quale zona di origine di oltre 900 volontari arruolatisi nelle file del jihadismo combattente; la presenza nell’area di realtà oltranziste consolidate, in grado di svolgere un ruolo attivo nella radicalizzazione dei migranti".

 

[**Video_box_2**]Infine, il report conferma i rischi derivanti dalle nuove rotte adriatiche che conducono i migranti dalla penisola balcanica all'Italia meridionale: "È emersa inoltre l’operatività di sodalizi  brindisini  attivi  nel  trasferimento  di  migranti  dalle  coste  della  penisola  balcanica  meridionale verso il nostro Paese. Si tratta di  ex  contrabbandieri  di  tabacchi  lavorati esteri  (TLE),  esperti  scafisti  capaci  di  eludere  la  sorveglianza  marittima,  che  utilizzerebbero  imbarcazioni  veloci  di  limitate dimensioni  (non  oltre  le  venti  persone) intercettando una domanda in grado di sostenere costi elevati di viaggio".

 

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