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Eccolo il Super Tuesday

Per fermare l’inevitabile Trump i conservatori si sparano un po’ sui piedi

Ted Cruz dice che Donald Trump non vuole pubblicare le dichiarazioni dei redditi nel timore che rivelino i suoi “legami con la mafia”, Marco Rubio spiega ai comizi che quest’uomo molto alto ha le mani incredibilmente piccole, “e sapete cosa si dice di chi ha le mani piccole”, aggiunge, suscitando la reazione ilare del pubblico

1 Marzo 2016 alle 06:18

Per fermare l’inevitabile Trump i conservatori si sparano un po’ sui piedi

Donald Trump (foto LaPresse)

Dallas. Ted Cruz dice che Donald Trump non vuole pubblicare le dichiarazioni dei redditi nel timore che rivelino i suoi “legami con la mafia”, Marco Rubio spiega ai comizi che quest’uomo molto alto ha le mani incredibilmente piccole, “e sapete cosa si dice di chi ha le mani piccole”, aggiunge, suscitando la reazione ilare del pubblico. Lo attaccano per non aver disconosciuto l’endorsement dell’ex capo del Ku Klux Klan, per le riforme liberticide contro i giornali che va agitando, per il fondotinta. E’ da alcuni giorni che gli avversari di Trump hanno preso ad adottare il codice linguistico trumpiano per aggredire l’avversario, segnale che può essere interpretato come volontà di dare battaglia o come tentativo disperato prima dell’apocalisse. Il senatore repubblicano Ben Sasse scrive che Trump va fermato con un’alternativa, un terzo candidato d’emergenza, “un costituzionalista” che si faccia garante di un processo di selezione andato tragicamente storto. Il leader del Senato, Mitch McConnell, ha un piano per “scaricare Trump come una pietra rovente”, ma i dettagli sono molto incerti. C’è chi, come lo storico neocon Robert Kagan, ha dichiarato che se Trump sarà il candidato repubblicano alla presidenza lui starà con Hillary; altri, come Bill Kristol, sono fermi “ai primi due stadi dell’elaborazione del lutto: la negazione e la rabbia”. Dopo l’endorsement del governatore del New Jersey, Chris Christie – che Trump ha già iniziato a umiliare, intimandogli di “andare a casa” quando ha percepito che la sua presenza sul palco lo mette in ombra – “ogni residua traccia di umorismo se n’è andata”, scrive l’intellettuale conservatore Michael Strain.

 

La crescita dell’hashtag #NeverTrump è misura imperfetta ma fedele del panico che è in circolo in questo Super Tuesday, giornata campale che l’establishment conservatore ha il terrore che si trasformi in un Super Trumpday. La paura trova fondamento nei sondaggi. Nella giornata che assegna più delegati di qualunque altra nelle primarie, i repubblicani votano in tredici stati, undici dei quali sono assegnati con ottimo margine a Trump. L’Arkansas è incerto, mentre in Texas il candidato di casa, Cruz, appare in vantaggio. Il Texas, lo stato con più delegati, assegna l’intero bottino soltanto se il vincitore supera la soglia del 50 per cento dei voti, altrimenti i delegati vengono distribuiti in modo proporzionale. Se Cruz non prende la maggioranza assoluta si tratterà di una bruciante sconfitta aritmetica e politica. Il senatore dell’Alabama Jeff Sessions è stato il primo della Camera alta a dare l’appoggio a Trump, una mano utile per fare definitivamente breccia nel voto evangelico del sud dopo la dimostrazione di forza in South Carolina. Al momento di nera, schizofrenica inquietudine che sta attraversando la struttura del partito, corrisponde un aumento dell’entusiasmo popolare per Trump. Ieri è uscito il suo miglior sondaggio nazionale dall’inizio della campagna, condotto da Cnn: 49 per cento di gradimento, con un vantaggio di 33 punti su Marco Rubio. Quattro anni fa Mitt Romney ha sigillato la nomination al Super Tuesday, oggi Trump ha intenzione di fare qualcosa di analogo, in attesa che il 15 marzo si voti nella Florida di Rubio. Karl Rove aveva provato una decina di giorni fa a mettere attorno a un tavolo i grandi finanziatori repubblicani, nel tentativo di convincerli che con uno sforzo congiunto e chirurgico il tavolo della nomination si poteva ancora rovesciare. Nemmeno i kingmaker conservatori più disgustati da Trump hanno aperto cuore e portafogli di fronte all’appello dello stratega di George W. Bush.

 

[**Video_box_2**]Dall’altra parte della barricata, invece, Hillary arriva al Super Tuesday con indicazioni opposte. L’elettorato risponde bene, la vittoria ampia nel fine settimana in South Carolina ha mostrato che il popolo afroamericano, che otto anni fa l’aveva inevitabilmente lasciata scoperta al sud, oggi la sostiene compatto. I grattacapi, semmai, arrivano dall’establishment. E non si tratta soltanto di un astro nascente democratico, Tulsi Gabbard, che lascia il posto di vice del partito per dare il suo sostegno a Bernie Sanders, contro la “politica di regime change” dell’ex segretario di stato. C’è anche la dettagliatissima inchiesta del New York Times che racconta il ruolo decisivo e i cruciali sforzi di lobbying fatti da Hillary per sostenere la disastrosa guerra in Libia. Per la verità, a raccontarlo, a microfoni ben accesi, sono soprattutto i consiglieri di Obama, per rimarcare che lui era quello riluttante, lei quella con la baionetta.

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