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L’uscita è a destra

Un libro in America racconta la storia delle conversioni di sei ex comunisti che (poi) hanno forgiato il conservatorismo moderno. Un’idea per capire quel che accade oggi

27 Febbraio 2016 alle 06:18

L’uscita è a destra

Ronald Reagan parla alla Convention nazionale del Partito repubblicano a Dallas, nel 1984

Le storie dei tradimenti politici, una vita da una parte del mondo e poi un balzo temerario dall’altra, “meritano di essere raccontate perché è durante la transizione, quando le ossa del proprio credo si rompono e bucano la pelle, che la complessità del proprio pensiero diventa visibile”. Il momento in cui tutto diventa chiaro, ti guardi intorno e non c’è più nessuno vicino in cui riconoscerti, non c’è uno specchio, non c’è un appiglio, c’è soltanto la solitudine, e la consapevolezza: devo andare. “Exit Right. The People Who Left the Left and Reshaped the American Century” (edito da Simon & Schuster) racconta sei storie di rinnegamento, da sinistra verso destra, tantissimo Trotzky all’inizio e poi il distacco tormentato, la furia dei traditi, i sospetti della nuova famiglia. Sei persongaggi grandiosi e spettacolari che sono cresciuti nella sinistra americana e che poi, con un’intuizione, una visione o semplicemente osservando un figlio che si sbrodola mangiando sul seggiolone, hanno capito di non appartenere più a quella famiglia politica, di essere passati di là. Di essere usciti a destra. La leggerezza dell’attimo di lucidità non deve ingannare: sono storie dolorose, abbandonare la propria famiglia politica è un viaggio straziante, di rinnegamento e ricostruzione. Ma questi sei personaggi sono anche quelli che, dagli anni Trenta a oggi, hanno influenzato e in parte forgiato il conservatorismo moderno.

 

Il libro è uscito all’inizio di febbraio negli Stati Uniti ed è l’esordio di Daniel Oppenheimer, studi sulla religione a Yale, corsi di scrittura alla Columbia, oggi direttore delle Strategie di comunicazione alla Division of Diversity and Community Engagement dell’Università del Texas, ad Austin, dove vive con la sua famiglia. Oppenheimer ci accompagna in un tour guidato nella sinistra americana, dagli anni Trenta fino agli attacchi dell’11 settembre, attraverso gli occhi di sei personaggi formati nella cultura liberal e poi “usciti a destra”, exit right appunto. Whittaker Chambers, la spia che rifiutò il comunismo dei suoi datori di lavoro sovietici e diventò il testimone principale del processo dell’amico Alger Hiss, la celebre spia dentro al governo americano (scrisse nel 1952 l’imprescindibile “Witness”); James Burnham, amico di Leon Trotzky e fondatore dell’ala radicale del Partito socialista dei lavoratori americani: nel 1940 scrisse a Trotzky, che sarebbe stato ucciso quello stesso anno, prendendo le distanze da lui, poi la conversione diventò definitiva, Burnham divenne un intellettuale del movimento conservatore; Ronald Reagan, l’ex presidente nato liberal e diventato il testimonial di una filosofia conservatrice che ancora oggi definisce molti leader repubblicani; Norman Podhoretz, colosso di quel neoconservatorismo che si è nutrito di liberal “assaliti dalla realtà”; l’ex amico delle Pantere nere e membro della New Left David Horowitz, vent’anni nella sinistra radicale e poi l’abbandono, quando gli fu chiaro che cosa era davvero il regime stalinista; infine Christopher Hitchens, trotzkista britannico diventato un falco della guerra in Iraq.

 

Sono viaggi personali e politici, tutti da sinistra a destra: George Packer sul New Yorker, recensendo il libro, prova a farsi venire in mente qualcuno che abbia fatto il percorso inverso, da destra a sinistra, ne elenca qualcuno, ma non è molto convinto neppure lui. Forse basta Winston Churchill a spiegare il fenomeno: “Un uomo che non è socialista a vent’anni non ha cuore – diceva – Un uomo che è ancora socialista a quarant’anni non ha testa”. O forse no, perché come racconta Oppenheimer l’identità politica è un negoziato continuo, che cosa ti richiede il tuo partito, che cosa vuoi tu, la famiglia in cui sei cresciuto, gli amici, il loro riconoscimento, il tempo che passa e cambia le priorità. “Stavo lavorando a un libro su un’altra idea – dice al Foglio l’autore – Studiavo i fan della fantascienza e del fantasy, poi mi sono accorto che avevo scritto un po’ di articoli su viaggi di altro tipo, politici, tipo su Christopher Hitchens e David Horowitz. Pensavo ci fossero già libri su questo tema, ma il soggetto che stavo studiando non riusciva a prendere forma, mentre l’idea del passaggio da sinistra a destra mi ha catturato subito, così ho cambiato tutto”. Sembra una scelta dettata dal caso, pragmatica e immediata, un’idea non funziona e l’altra sì, ma non è così. “I miei nonni materni erano membri del Partito comunista – racconta Oppenheimer – I miei genitori erano politicamente impegnati a sinistra. Molti amici di famiglia erano di sinistra. Era l’aria che respiravo, la sinistra. Allo stesso tempo ero anche molto mondano, vivevo la vita dell’upper middle class americana, mi piacevano la cultura pop e i fast food, facevo sport, giocavo ai videogiochi e tutto il resto. Così sono arrivato a un’età politica e intellettuale in cui ho iniziato a lottare contro queste contraddizioni, prendendo coscienza del fatto che molte ideologie e ortodossie della sinistra non si accompagnavano bene alle ideologie, ortodossie e abitudini della vita americana mainstream”.

 

Il libro è diventato per Oppenheimer il pretesto per risolvere molte domande personali, e si scopre leggendolo che il suo slancio è incanalato nelle storie delle persone, nei dettagli della loro evoluzione: il libro, l’incontro o l’intuizione che hanno spezzato le ossa e fatto emergere nuove convinzioni. Per questo la conversione che ama di più è quella di David Horowitz, che “aveva vissuto tutta la sua vita a sinistra, i suoi genitori erano comunisti, lui era diventato uno dei primi intellettuali e attivisti della New Left, era amico di Huey Newton e un sostenitore delle Pantere nere”. Poi tutto si è rotto, aveva raccomandato una donna che conosceva, Better Van Patter, per un lavoro nelle Pantere e pochi mesi dopo lei era stata uccisa, probabilmente dalle Pantere stesse. Il senso di colpa e il tradimento trasformarono Horowitz: “S’immerse nel buio per cinque anni buoni – dice Oppenheimer – Mandò all’aria il suo matrimonio, non volle più incontrare gli amici, ricostruì totalmente se stesso e la sua visione politica. Oggi il suo conservatorismo è tanto acceso perché si nutre della rabbia nei confronti della sinistra”. A settembre uscirà l’ottavo saggio della collana “i libri neri della sinistra americana” creata da Horowitz, si intitola: “The Left in Power (From Clinton to Obama)”.

 

Se il tormento di Horowitz è straziante, il personaggio che Oppenheimer preferisce, come molti commentatori che hanno recensito il saggio, è Whittaker Chambers, “a real tortured artist type”, lo definisce. Figlio di un omosessuale parzialmente dichiarato, lui stesso “gay o bisessuale, uno scrittore amabile e lirico, con la capacità straordinaria di creare un’empatia genuina”, Chambers ha mostrato tutto di sé, ha messo ogni cosa in gioco, “come persona, in un modo vulnerabile e ammirevole”. Chambers era diventato una spia comunista all’inizio degli anni Trenta, la sua vita era fatta di appuntamenti notturni, di ore a seguire persone sconosciute, di molti resoconti. Nell’ombra, ma bella. In “Witness”, racconta che non c’è una ragione specifica che ha determinato la sua conversione, una mattina guardava sua figlia che mangiava il porridge sul seggiolone e ha avuto la consapevolezza netta che il mondo fosse stato creato con un disegno, e che quel disegno non gli era chiaro, ma era lì, a portata di mano. Poi il Grande Terrore in Unione Sovietica, le purghe, le fosse comuni lo avrebbero portato a dire soltanto: “Questo è il male, il male assoluto, io sono parte del male”. Così è cominciata la conversione, religiosa e politica, che ha trasformato Chambers nel nemico numero uno del suo ex amico numero uno, la spia Alger Hiss.

 

Il momento della consapevolezza è quello che seduce Oppeneihmer ed è quello che rende questi ritratti così precisi e affascinanti. La conversione politica ha tratti diversi da quella religiosa, perché quest’ultima può essere intima, quasi segreta, mentre quella pubblica si porta dietro l’odore di tradimento, l’accusa di un “collasso intellettuale”, come ha scritto Packer sul New Yorker, “è come prendertela con tua moglie per la tua stessa infedeltà”. Quando si cambia parte politica, bisogna trovare nuovi amici, nuovi posti da frequentare, nuovi riferimenti, ma la scelta spesso è forgiata da tutto tranne che dalla razionalità. Norman Podhoretz era in crisi depressiva da due anni, stava guardando il cielo bevendo un Martini nel patio della casa di campagna e ha sentito una voce: “Se combatterai per la libertà, tutto ti andrà bene”. E’ stato questo il suo personale assalto della realtà, anche se oggi, intervistato da Oppenheimer, Podhoretz dice: “La chiarezza è coraggio, ogni cosa era semplice. Non c’era nulla di esoterico, c’era una verità semplice dietro a ogni cosa”.

 

Sam Tanenhaus, recensendo sull’Atlantic il saggio, dice che spesso gli apostati “si dipingono come pellegrini che hanno percorso la via più lunga e difficile per arrivare alla semplicità purificante”, ma questo non vale per tutti, come dimostra l’ultimo ritratto di “Exit Right”, quello di Christopher Hitchens, che è passato da una crociata all’altra senza mai sentirsi puro, forse soltanto semplice, e non si è infine mai riconosciuto totalmente in nessuna ortodossia.

 

Hitchens, scomparso nel 2011, porta i tormenti della conversione ai nostri giorni, la guerra in Iraq, l’interventismo liberal contrastato dalla sinistra, lo scontro di civiltà, l’islamofascismo e il regime change. Si chiude la storia, si chiudono le storie, chiedo a Oppenheimer se ha capito, raccontando questi personaggi, cos’è che determina una conversione politica, lui che per tutto il saggio domanda, senza distrarsi, perché? “Queste conversioni tendono ad accadere in reazione a eccessi o grandi energie da una parte o dall’altra – risponde – I grandi cambiamenti da sinistra a destra sono avvenuti nel secolo scorso in risposta agli eccessi della sinistra negli anni Trenta e negli anni Sessanta”.

 

[**Video_box_2**]Gli ex comunisti hanno forgiato il conservatorismo moderno, ma secondo Oppenheimer, negli anni Duemila gli eccessi sono più ravvisabili nella destra, nelle guerre di George W. Bush e questo ha determinato delle conversioni inverse, anche se non così spettacolari e importanti, “si dice che le nuove generazioni siano tendenzialmente più liberal che conservatrici”. Oggi, dice l’autore, “penso che siamo in un periodo di energie ed eccessi da entrambe le parti. A destra c’è il populismo di Donald Trump, e ci sono i Tea Parties da cui Ted Cruz prende il suo consenso. A sinistra ci sono Black Lives Matter e altri gruppi contro il razzismo, ci sono le battaglie sulla libertà d’espressione nei campus, e c’è il populismo di sinistra di Bernie Sanders e di Occupy Wall Street”. Ciascuno è stanco di qualche eccesso, ciascuno si affida a un eccesso diverso, aspettando che l’energia s’assesti, mentre guardiamo imbambolati l’ascesa di Trump, ancora convinti che dai, sta per finire, la bolla scoppierà.

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