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Cosa resta del pivot asiatico di Obama? L'America tenta il rilancio, con o contro la Cina

Il 15 e 16 febbraio l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico incontra negli Stati Uniti il presidente americano, che desidera inglobare buona parte del della regione nel TPP. E il momento potrebbe essere favorevole, date le difficoltà di Pechino

16 Febbraio 2016 alle 14:32

Cosa resta del pivot asiatico di Obama? L'America tenta il rilancio, con o contro la Cina

Lee Hsien, primo ministro di Singapore, con Barack Obama al vertice dell'Asean

Il sud-est asiatico è un concetto artificiale: include nazioni diverse per storia, cultura e religione. E’ in tale “fondamentale incertezza”, come la definisce Tom Pepinsky della Cornell University, che andrebbero analizzati i rapporti tra Stati Uniti e paesi dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar e Cambogia). Secondo alcuni studiosi, il termine ‘Sudest Asiatico’ risale al periodo seguente la Seconda guerra mondiale, in coincidenza col trionfo dell’America come potenza globale che voleva così identificare un’area di predominio. La definizione è rimasta, non il predominio. Negli ultimi anni, tuttavia, l’Amministrazione Obama ha cercato di riproporlo in modo più amichevole quale “pivot”, perno della politica americana nella regione Asia-Pacifico.

 

Se ne discute in questi giorni (15 e 16 febbraio) nel summit tra rappresentanti dell’Asean e il presidente Obama. E’ il primo in territorio statunitense, in una località che vuole simbolicamente definire la natura rilassata dei rapporti tra i paesi:  Sunnyland, via di mezzo tra un centro per studi e congressi, un ritiro presidenziale, un resort con campo da golf (fu qui che nel 1976 Frank Sinistra sposò la sua quarta moglie, Barbara), costruita a Rancho Mirage, a pochi chilometri da Palm Springs, California.

 

La Cina è il convitato di pietra, “muta presenza inquietante e minacciosa”. Anche perché fu proprio a Sunnyland che nel 2013 Obama incontrò il presidente cinese Xi Jinping, in quello che fu definito uno storico summit “in maniche di camicia”, per sottolinearne l’informalità. A cercare simboli, forse è per questo che i leader dell’Asean si sono presentati all’incontro col colletto della camicia sbottonato.

 

Abbigliamento casual a parte, l’unica similitudine tra il summit di questi giorni e quello del 2013 è il tentativo da parte di Obama di definire in qualche modo il suo “pivot” asiatico. Con o contro la Cina. Per far questo è fondamentale rafforzare le relazioni con le nazioni dell’Asean. Nel loro complesso, con una popolazione di 632 milioni di persone e un prodotto interno lordo di 2,4 migliaia di miliardi di dollari, rappresentano la settima economia mondiale, la terza in Asia, e sono il quarto mercato per le esportazioni statunitensi. Nel 2014 gli investimenti americani nell’Asean hanno totalizzato 226 miliardi di dollari, più che in Cina, Corea del sud e Giappone messi assieme.

 

Il business, quindi, sembrerebbe la prima ragione del summit, ennesima dimostrazione dell’interesse degli Stati Uniti per l’area che Obama spera di inglobare nel mega accordo di libero scambio della Trans-Pacific Partnership (Tpp), da cui è esclusa la Cina e già aderiscono quattro paesi dell’Asean (Brunei, Malesia, Singapore e Vietnam), mentre la Thailandia dovrebbe annunciare la sua partecipazione a Sunnyland.

 

Il momento è favorevole: non per merito dell’America quanto per colpa della Cina. Pechino ha modificato la sua smile diplomacy e la sua politica di soft power, che si esprimevano sotto forma di cooperazione, senza l’interferenza negli affari interni degli altri paesi (nella maggior parte dei casi governati da regimi non democratici). Il sorriso è divenuto uno sguardo corrucciato e la morbidezza s’è fatta dura per via della concorrenza di Vietnam, Malesia, Indonesia e Filippine alla politica espansionista di Pechino nel Mar della Cina meridionale. Inoltre, altri paesi dell’area come il Myanmar (Birmania), la Cambogia e il Laos cominciano ad avvertire il peso di un interlocutore unico, qual era la Cina, i cui investimenti si manifestano sempre più come una colonizzazione economica, sociale e territoriale (è il caso, ad esempio, delle dighe costruite lungo il corso del Mekong). Un po’ in controtendenza la Thailandia: dopo il colpo di stato del 2014, l’amministrazione Obama non ha risparmiato critiche al governo del generale Prayuth Chan-ocha, ha sospeso gli aiuti militari e ha ridotto il suo impegno nella Cobra Gold, storica esercitazione congiunta. Il che ha determinato un rafforzamento delle relazioni, anche militari, tra Thailandia e Cina.

 

[**Video_box_2**]Il problema della democrazia interna e dei diritti umani, del resto, rappresenta la crepa nel pivot asiatico: almeno formalmente sono la condizione per un impegno strategico ed economico. La Cina, al contrario, richiama ai comuni valori asiatici in contrasto con i valori universali proclamati dall’occidente. E contrattacca il Tpp (che deve essere ancora approvato dal Congresso) con la sua Asian Infrastructure Investment Bank, strumento destinato alla costruzione di porti, strade e infrastrutture della “One Belt One Road”, megaprogetto di collegamenti intrecciati tra Asia ed Europa lungo le antiche direttrici della Via della Seta. Pechino continua soprattutto a far leva sugli interessi contrastanti, sollecitando relazioni bilaterali piuttosto che quelle in ambito Asean. In questo modo, la Cina può accordare la sua politica secondo le differenze sociali e religiose, sia nella gestione del terrorismo islamico e del rinascente islamismo sia dei nazionalismi e degli estremismi contrapposti.

 

Potrebbe essere proprio questo trovarsi come un vaso di coccio tra vasi di ferro a far sì che le nazioni dell’Asean rendano reale quel concetto artificiale di ‘Sudest asiatico’.

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