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Inizia a Washington il maxiprocesso ai narcos, in attesa del "Chapo"

Il 16 febbraio, in un’aula di un tribunale federale a Washington si incontreranno alcuni degli uomini più pericolosi del mondo. Saranno lì per l’inizio del maxiprocesso ad Alfredo Beltrán Leyva, ex membro del cartello della droga che porta il suo nome

13 Febbraio 2016 alle 06:18

Inizia a Washington il maxiprocesso ai narcos, in attesa del "Chapo"

Alfredo Beltrán Leyva il giorno del suo arresto

Roma. La settimana prossima, il 16 febbraio alle dieci del mattino, in un’aula di un tribunale federale a Washington si incontreranno tutti assieme alcuni degli uomini più pericolosi del mondo. Saranno lì per l’inizio del maxiprocesso ad Alfredo Beltrán Leyva, ex membro del cartello della droga che porta il suo nome, accusato di narcotraffico, riciclaggio di denaro, corruzione. A testimoniare contro di lui non saranno le sue vittime, ma altri narcotrafficanti messicani. Per essere precisi, i suoi peggiori nemici, che non vedono l’ora di vendicarsi.

 

Il 20 ottobre del 2008 Jesús Zambada, conosciuto da tutti come “El Rey”, telefona insistentemente all’ispettore Édgar Enrique Bayardo, comandante della polizia federale, il poliziotto più in vista di tutto il Messico. Jesús Zambada è un potente narcotrafficante del cartello di Sinaloa, e quella sera di ottobre la polizia, avvertita da chissà chi, aveva circondato la sua casa protetta a Città del Messico e aveva iniziato a sparare. Zambada e Bayardo, per così dire, hanno buoni rapporti d’affari, e il “Rey” vuole che l’ispettore lo aiuti a scappare dall’assedio. Manda rinforzi, gli urla per telefono, “ci stanno distruggendo”. “Arrivo padrino, arrivo”, risponde il poliziotto (così ha raccontato il dialogo il giornalista Héctor de Mauleón sulla rivista Nexos). Bayardo non si presenterà mai, e Jesús Zambada sarà arrestato con suo figlio Jesús Zambada Reyes. L’ispettore viene arrestato cinque giorni dopo, morirà in un agguato in uno Starbucks del centro l’anno successivo, si dice facesse il doppio gioco.

 

L’arresto dei due Zambada, raccontano le cronache giornalistiche, è il frutto di un tradimento. Pochi mesi prima di quell’ottobre del 2008 era iniziata la più violenta faida della storia del Messico, tra il cartello di Sinaloa, capeggiato da Joaquín “El Chapo” Guzmán, e i fratelli Beltrán Leyva. Il primo a cadere era stato proprio Alfredo, tradito dai sinaloensi e fatto arrestare nel gennaio del 2008. I Beltrán Leyva rispondono uccidendo il figlio del Chapo, e da quel momento è guerra. I due gruppi si contendono la fedeltà della polizia a suon di milioni, organizzano agguati e omicidi di massa, soprattutto usano le soffiate e le loro connessioni per muovere gli apparati dello stato contro i loro nemici. Per due anni, in una guerra che ha fatto decine di migliaia di morti, i poliziotti arrestano membri dell’uno e dell’altro cartello, e con solerzia il governo messicano estrada tutti negli Stati Uniti. I sinaloensi decidono di dichiararsi colpevoli e di entrare in un programma per i testimoni protetti; Alfredo Beltrán Leyva rifiuta ogni offerta e va a processo.

 

[**Video_box_2**]Martedì saranno tutti nella stessa stanza, a ricordare una pagina sanguinosa di storia. Ci saranno “El Rey” Zambada e due suoi nipoti, ed è facile immaginare la loro rabbia. Ci sarà – ha scritto il giornale messicano Reforma – Edgar Valdés Villareal, un omone grande e grosso che però era conosciuto da tutti come “La Barbie” per le sue origini texane e i capelli biondi. E’ stato il capo dei sicari del cartello di Sinaloa, ha combattuto i Beltrán Leyva con ferocia, i suoi uomini si sono macchiati di infiniti omicidi ma lui, quando fu arrestato nell’agosto del 2009, si mostrò alle telecamere con un sorriso enigmatico che ancora adesso mette i brividi. Un altro testimone sarà Sergio Villarreal detto “El grande” (facile capire il soprannome dalle foto del suo arresto, in cui i soldati che lo accompagnano gli arrivano alla spalla): lui invece era un alleato di Alfredo.

 

Il team di avvocati di Beltrán Leyva promette una battaglia legale memorabile, ma il maxiprocesso del narcotraffico messicano che si sta per aprire aspetta solo di essere oscurato dal vero processo del secolo, quello a Joaquín Guzmán, il gran capo che è stato arrestato per la terza volta il mese scorso dopo due evasioni rocambolesche. Il Wall Street Journal ha raccolto ieri alcune indiscrezioni secondo cui, dopo l’estradizione in America, il suo processo per traffico di droga e molteplici omicidi potrebbe essere istruito a Brooklyn.

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