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La sconfitta di Trump in Iowa: "Nessuno si ricorda di chi arriva secondo"

Cruz vince con la macchina elettorale, gli stivali e Dio, mentre Rubio e l'establishment danno segni di vita. Hillary Clinton resiste a Bernie Sanders.

2 Febbraio 2016 alle 07:12

La sconfitta di Trump in Iowa: "Nessuno si ricorda di chi arriva secondo"

Ted Cruz, vincitore del caucus repubblicano in Iowa (LaPresse)

New York. Donald Trump ha nauseato elettori e ascoltatori con variazioni sul tema della vittoria, ha promesso che da presidente gli americani si sarebbero stancati di vincere, che lo avrebbero implorato ogni tanto di perdere, ma lui niente, avrebbe continuato a vincere, contro i politici professionisti, contro la Cina che ruba i posti di lavoro, contro lo Stato islamico. Di vincere contro Ted Cruz non avrebbe nemmeno avuto bisogno, dato che l’avversario ha un problema con il certificato di nascita, proprio come il presidente in carica. Nel vocabolario di Trump nessuna parola è stata caricata di significati nefasti e apocalittici quanto “loser”, la sconfitta è la sintesi del male, l’America ha ceduto a una mentalità perdente ed è stato così che si è persa (appunto). Nella prima vera gara elettorale, in Iowa, Trump ha perso. Smentendo tutti i sondaggi che andava snocciolando come filastrocche nello stump speech, è finito secondo, quasi quattro punti percentuali dietro a Ted Cruz e – soprattutto – poco più di un punto davanti a Marco Rubio, che ha avuto una serata grandiosa rispetto alle aspettative. Il vantaggio attribuito da chiunque, dallo stregone dei numeri Nate Silver al Des Moines Register, si è volatilizzato nei caucus dello stato che apre la lunga corsa delle primarie, dove tradizionalmente paga il lavoro “grassroots”, il porta a porta, la macchina organizzativa vecchia scuola magari unita a un lavoro di analisi e profilatura. Qualche settimana fa Trip Gabriel, il cronista del New York Times che ha passato l’ultimo anno nello stato per diventare un tutt’uno con il contesto, aveva segnalato che la struttura organizzativa di Trump faceva acqua da tutte le parti; per punizione era stato cacciato da un evento elettorale, ma nella cassa di risonanza delle elezioni avevano continuato a rimbombare i numeri trionfali ripetuti continuamente Trump (nel discorso è riuscito a dire che è andata alla grande, e che ha 28 punti di vantaggio in New Hampshire). Gli inviati ancora servono a qualcosa.

 

Ieri notte in Iowa è andata in scena più una sconfitta di Trump che una vittoria di Cruz, e va tenuto presente il vecchio adagio secondo cui in Iowa non si vince la nomination, ma la si può perdere. Ieri è stato molto ritwittato un suo vecchio messaggio: “Nessuno si ricorda di chi arriva secondo”, cinguettato guarda caso attorno al Natale del 2013, proprio quando Trump s’è convinto a scendere in campo. Quello di Trump è il crollo di un apparato di congetture elettorali che pareva ormai innegabile, mentre la grande nottata del senatore del Texas è perfettamente spiegabile in termini di orientamento ideologico e strategia. Il superconservatore con messaggio antiestablishment e citazioni della Bibbia a portata di mano è il tipo naturale per galvanizzare l’elettorato di questo stato remoto ed evangelico. Per un certo periodo è stato il frontrunner nei sondaggi. A suo merito va detto anche che ha messo in campo una formidabile struttura organizzativa sul campo, accompagnata dalla più data-driven delle campagne digitali dopo quella di Bernie Sanders e da un buon flusso di donazioni. La strategia di portare dalla propria parte almeno un pastore per contea ha funzionato. Il lunghissimo discorso della vittoria è partito dal ringraziamento a Dio: “Sia lode a lui” ed è proseguito con la proclamazione dei diritti che “vengono dal creatore”. E’ seguita l’usuale tirata contro media, establishment, lobbisti.

 

Il dato politico più rilevante in campo repubblicano è la resurrezione di Marco Rubio, che con realismo puntava al terzo posto, ma non osava sperare in percentuali del genere, tanto che in qualche passaggio del discorso sembrava in procinto di ringraziare il partito per la nomination. La strada per lui è ancora impervia, forse impraticabile, ma da ieri sera non sembra una missione impossibile se ciò che rimane dell’establishment repubblicano deciderà di convergere su di lui e di contrastare Cruz. Sarebbe stato preferibile per Rubio una vittoria di Trump (gli elettorati del senatore della Florida e dell’odiato collega del Texas hanno un’ampia area di intersezione) ma già fra una settimana le primarie New Hampshire diranno se si tratta di un “Rubiomentum”, come l’aveva chiamato, per sfottò, Paul Krugman qualche mese fa. Endorsement come quello arrivato ieri sera da Tim Scott, senatore nero della South Carolina, il terzo stato a votare, ora assumono un peso specifico non irrilevante per Rubio.

 

[**Video_box_2**]Nel campo democratico è finita, per il momento, con quello che Bernie ha definito un “virtual tie”, un pareggio virtuale accettato formalmente dopo che per qualche ora i sondaggi davano Hillary Clinton e il senatore socialista a una manciata di punti di distanza, con l’ex first lady appena avvantaggiata. Hillary ha festeggiato con uno stump vincente e convincente, ma al quartier generale di Bernie i ragazzi ballavano, tanto per dire della differenza di registro. L’importante per lei era non perdere, per non ripiombare nell’incubo del 2008, e per ora non ha perso.

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