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Perché l’occidente non vuole ammettere che Boko Haram non c’è più

I guerriglieri che fanno stragi in Nigeria, l’ultima in un campo profughi, si chiamano: “Stato islamico nell’Africa occidentale”

1 Febbraio 2016 alle 20:29

Perché l’occidente non vuole ammettere che Boko Haram non c’è più

Guerriglieri dello Stato islamico nell’Africa occidentale

Roma. Perduta ormai la battaglia per chiamare lo Stato islamico con la sigla IS e non con la sigla ISIS, un uso invalso per responsabilità del governo americano (che lo chiama ISIL)  e del New York Times (che lo chiama ISIS), e quindi costretti a leggere spesso che per esempio lo Stato islamico “dell’Iraq e del Levante” controlla la costa della Libia – e a non protestare, pena fare la figura dei pedanti – resta almeno da chiarire l’equivoco a proposito di Boko Haram in Nigeria. Nella sua guerra lunga sei anni il gruppo non si è mai chiamato Boko Haram, che come si sa vuol dire “l’educazione occidentale è haram, quindi proibita dalla legge islamica”, ma si è invece sempre chiamato “Il gruppo del popolo sunnita per la predicazione e il jihad”. Ora, si capisce che i media hanno lasciato cadere questo nome ufficiale e hanno scelto Boko Haram, tanto più che il gruppo di stragisti non apprezza questa scelta e quindi scatta lo stesso meccanismo che ha fatto la fortuna del nome “Daesh”: a loro non piace, quindi usiamolo. Ma si continua a ignorare un passaggio storico: a partire dal marzo scorso il gruppo ha dichiarato di avere giurato fedeltà allo Stato islamico e quindi di esserne diventato parte – grazie alla risposta positiva arrivata dalla leadership in Siria e Iraq – e di avere di conseguenza assunto il nome di “Stato islamico nell’Africa occidentale”.

 

La questione è meno astratta di quanto potrebbe apparire: è stato il gruppo stesso a sottomettersi alla catena di comando dello Stato islamico. Due giorni fa non sono stati gruppi suicidi di Boko Haram ad attaccare un campo profughi vicino a Dalori e a uccidere più di sessanta persone, sono stati gruppi suicidi dello Stato islamico, che ne rivendicherà la paternità come ha fatto con le stragi di Parigi, Ankara e tutte le altre. I campi di addestramento del fu Boko Haram non appartengono più a un oscuro culto islamista dell’Africa subsahariana, ma sono oggi “scuole di partito” dello Stato islamico e formano combattenti nigeriani che si impegnano ad agire in nome di Abu Bakr al Baghdadi come se fossero a Raqqa.

 

Ancora. Quando i media libici parlano – senza portare prove definitive – di convogli di “combattenti di Boko Haram” che dal nord della Nigeria raggiungono Sirte sulla costa libica, stanno descrivendo uno spostamento di mezzi e forze all’interno dello stesso gruppo, e anche se il tragitto è lungo centinaia di chilometri è comunque un viaggio meno lungo di quello intrapreso dalle migliaia di tunisini che vanno a combattere in Siria e Iraq. Due giorni fa il sito francese “Les observateurs” ha pubblicato un bel servizio sui volontari senegalesi che sono partiti per andare a combattere a Sirte, un trasferimento dalla costa atlantica ancora più lungo che dalla Nigeria. Se si adotta un punto di vista dei governi africani, il punto di vista di chi vede i confini tra Chad, Libia, Nigeria, Algeria e altrove minacciati e ignorati da gruppi mobili di islamisti, si ha un colpo d’occhio di cosa sta accadendo. Si comprende anche perché il capo del Pentagono, il generale Joseph Dunford, dieci giorni fa ha convocato un drappello di giornalisti americani per spiegare loro che l’intervento in Libia contro i tremila baghdadisti – ma la rivista algerina el Watan dice: sono dodicimila –  laggiù comincerà “entro poche settimane” (marzo?): per mettere un “firewall”, per isolare la fazione che controlla Sirte dalle altre fazioni negli altri paesi. 

 

[**Video_box_2**]Il vecchio nome, Boko Haram, continua a perpetuare l’illusione che le violenze commesse in nome di al Baghdadi in Africa facciano parte di dossier differenti: la Nigeria, la Libia, il Sinai. E rende ciechi davanti al disegno più ampio: esportare e imporre lo stesso format dovunque c’è una chance, in Africa e altrove.

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