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La prima visita

Le quattro ipocrisie dietro ai deliziosi affari con Rohani in Europa

Superaccoglienza per il presidente iraniano in Italia. Gli accordi economici, i diritti, le scommesse e il conto che non torna

25 Gennaio 2016 alle 20:47

Le quattro ipocrisie dietro ai deliziosi affari con Rohani in Europa

Hassan Rohani con Sergio Mattarella

Milano. Il presidente della Repubblica islamica d’Iran, Hassan Rohani, è arrivato in Italia, ricoperto di attese e promesse di contratti e sollievo di buona parte dell’opinione pubblica europea: era dal 1999 che non si vedeva un leader dell’Iran in visita, allora il tour europeo, tra Roma e Parigi, toccò a Mohammed Khatami, considerato – coincidenze – il “moderato” in grado di sdoganare e riformare il regime iraniano. Rohani considera l’Italia la “porta” verso l’Europa e l’occidente, e negli incontri con il presidente, Sergio Mattarella, con il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, e nella serata di lunedì con il premier Matteo Renzi, ha usato toni concilianti, rafforzando l’intesa attraverso accordi con aziende italiane del valore di circa 17 miliardi di euro nel settore dell’energia e dell’acciaio. L’affidabilità del regime iraniano in questa “nuova pagina” che si apre dopo l’accordo sul nucleare è tutta da verificare – un diplomatico francese citato dalla Reuters dice romanticamente: “Bisogna costruire la fiducia. E’ come in amore, è solo la prova d’amore che conta” – ma intanto l’economia dell’Iran è accessibile, restare sulla porta sarebbe poco utile per gli imprenditori occidentali, che si mettono in fila e siglano contratti – i francesi puntano decisi sul mercato automobilistico. L’apertura economica, che serve all’Europa in affanno e all’Iran al collasso, è l’inizio di una partnership che, nelle intenzioni dei leader che l’hanno determinata, dovrebbe rafforzarsi su altri dossier. Quando si chiede ai diplomatici europei “è solo una questione di soldi?”, o per essere più cattivelli “lo fate soltanto per il petrolio?”, la risposta è sempre la stessa: occhi al cielo. Da qui nasce l’ipocrisia che accompagna la visita di Rohani in Europa.

 

Ci sono almeno quattro questioni da affrontare. La prima: i diplomatici europei – per prima l’Alto rappresentante Federica Mogherini – sono convinti che la fine dell’isolamento dell’Iran sia una promessa di stabilizzazione dei conflitti in medio oriente. Il presidente americano Barack Obama ha spiegato che, dialogando con Teheran, le chance di pacificazione globale sono aumentate. Il tavolo di negoziato sulla Siria, che avrebbe dovuto aprirsi lunedì e invece lo farà, forse, alla fine della settimana, è la prima dimostrazione che tale garanzia non esiste – semmai le milizie sciite, soprattutto in Iraq, complicano le operazioni degli occidentali (e sono anche le prime indiziate, ha scritto il Wall Street Journal, della scomparsa di tre americani a Baghdad, la settimana scorsa). La seconda: domani è la giornata della Memoria, ed è tragicamente ironico che il leader di un paese negazionista sia ricevuto proprio qui, in Europa, come un capo di stato finalmente riaccolto nella comunità internazionale, come se l’annientamento dello stato ebraico – e dell’occidente – non fosse un principio costitutivo della Repubblica islamica. La terza: la natura del regime iraniano, che vuole esportare il jihad – e lo sta facendo in tutto il medio oriente attraverso i suoi alleati e le Guardie della rivoluzione, che è dalla guerra con l’Iraq negli anni 80 che non erano tanto presenti sul territorio extrairaniano. La quarta: i diritti umani. Il regime è in costante violazione degli accordi internazionali, ma i diplomatici occidentali sono disposti a dare credito a Rohani, pur non essendoci alcuna indicazione, nei quasi tre anni della sua presidenza, di un alleggerimento della repressione, anzi.

 

[**Video_box_2**]Le esecuzioni sono aumentate, i dissidenti scompaiono a Evin o non si sa dove, molte sono donne, gli omosessuali poi non ne parliamo. I sostenitori del deal (ancora Emma Bonino lunedì su Repubblica) dicono che l’apertura economica è il primo passo per poter ora insistere sulla questione dei diritti, lasciando intendere che l’accordo sia il presupposto di un indebolimento del regime stesso, che dovrà allentare la sua presa. Ma quale regime firmerebbe mai un accordo che lo rende meno forte? Forse è sicuro che questo accordo è studiato apposta per non dar troppo fastidio al regime.

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