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Chi ha in mano il piano di guerra in Libia

Tutti i vertici dell’ultima settimana con lo Stato maggiore della Difesa e le forze speciali per preparare la missione a guida italiana a Tripoli, dove gli incursori stanno già operando con la benedizione (discreta) di Washington.

21 Gennaio 2016 alle 06:00

Chi ha in mano il piano di guerra in Libia

Operatori del reggimento d'assalto Col Moschin in una foto del 2003 (foto LaPresse)

Roma. Ieri mattina alle undici sono arrivati al ministero degli Esteri uomini dello Stato maggiore della Difesa e del Cosf, il comando interforze per le operazioni speciali, per partecipare a una riunione sull’intervento militare dell’Italia in Libia, dice al Foglio una fonte della Farnesina che preferisce restare anonima perché non autorizzata a parlare.

 

Il Cosf è la struttura alla quale fanno capo le forze speciali italiane su cui si fonda il piano di intervento in Libia: gli incursori del Comsubin della Marina, che in questo momento hanno un distaccamento su una nave davanti alle coste del paese africano (a fine dicembre si sono calati da un elicottero per fare un’ispezione a bordo di una petroliera al largo di Tripoli), gli incursori del reggimento d’assalto Col Moschin e i carabinieri del Gruppo d’intervento speciale. Da dicembre i giornali nazionali e quelli britannici parlano in modo esplicito di una missione a guida italiana in Libia che prevede l’uso massiccio di forze speciali per addestrare l’esercito nazionale libico e anche per contribuire a mettere in sicurezza la capitale Tripoli, che dovrebbe diventare la sede del cosiddetto “governo di accordo nazionale” nato due giorni fa. Per ora l’esecutivo preferisce riunirsi a Tunisi per motivi di prudenza.

 

Una manciata di incursori del Col Moschin è in Libia con un profilo discreto per raccogliere informazioni e per aprire contatti con le fazioni locali e un distaccamento di circa trenta operatori ha garantito la sicurezza del volo umanitario che lunedì 11 gennaio è atterrato a Misurata per trasferire in Italia quindici feriti gravi dopo un attentato dello Stato islamico. Tre giorni fa un articolo del New York Times ha citato un politico libico che definisce “an open secret”, un’informazione risaputa, la presenza di forze speciali americane, inglesi, francesi e italiane per svolgere attività d’intelligence. Il Col Moschin è particolarmente apprezzato in ambito Nato per le sue esperienze sul campo in Libia: nell’ottobre 2011, il Sole 24 Ore scrisse che una squadra di quaranta operatori era nel paese impegnata a cercare bersagli per gli aerei Nato e un distaccamento ridotto è rimasto a Bengasi per quasi tutto il 2012.

 

L’incontro alla Farnesina con Stato maggiore e Comando operazioni speciali arriva una settimana dopo una riunione a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Matteo Renzi e con lo Stato maggiore della Difesa, i vertici dell’intelligence, delle forze speciali e del ministero dell’Interno, per discutere la situazione in Libia. Il ruolo del generale italiano Paolo Serra come senior advisor a fianco dell’inviato delle Nazioni Unite per la Libia, il tedesco Martin Kobler, rende l’Italia un candidato forte per la guida di una missione militare internazionale – che per ora è appesa alla necessità di un invito da parte del neo governo libico. E’ possibile che l’approvazione da parte di un esecutivo libico che deve ancora dimostrare la sua capacità di governare non resterà per sempre una condizione necessaria e indispensabile per l’intervento contro lo Stato islamico.

 

Francia e Germania si stanno facendo avanti, segnalando la loro disponibilità a partecipare alla missione internazionale, non si sa ancora con quali ambizioni e in quale misura. Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ieri a Parigi ha detto che l’Italia non agirà “da sola, ma assieme agli alleati”. L’Amministrazione Obama si sta tenendo defilata: il giorno prima dell’arrivo alla Farnesina, gli ufficiali italiani del Comando operazioni speciali hanno avuto un incontro lungo con l’attaché militare americano presso l’ambasciata a Roma (l’ambasciata in Via Veneto contattata dal Foglio non conferma né smentisce).

 

[**Video_box_2**]Questi incontri alla presenza dei comandanti delle Forze speciali hanno lo stesso significato che un corrispondente veterano della Cnn a Washington, Wolf Blitzer, attribuiva per scherzo ma neanche tanto alla consegna massiccia di pizza da asporto alla Casa Bianca, destinazione Situation Room. Segnalano la fase di intensi preparativi che precedono un intervento. Negli ultimi due giorni a Roma l’inviato Kobler ha presieduto una conferenza a porte chiuse di rappresentanti di 19 paesi sulla situazione in Libia, con incontri fitti a margine.

 

Due giorni fa il sito di notizie arabe Al Arabi al Jadid (sulla cui attendibilità è meglio non mettere la mano sul fuoco) ha scritto che Italia e Egitto hanno stretto un accordo per la condivisione di informazioni d’intelligence sulla situazione in Libia. Una delegazione dei servizi italiani è attesa presto al Cairo e l’articolo cita la creazione di un dipartimento congiunto – anche questo nell’ottica di una missione a guida italiana a Tripoli. Il presidente Abdul Fattah al Sisi, scrive al Arabi, vuole prendersi il ruolo di “braccio destro del governo italiano”, per tutta una serie di contiguità e di interessi comuni, inclusi sicurezza e immigrazione.

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