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Un’altra vittoria così e siamo rovinati

L’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza europea, Federica Mogherini, pur contemplando le bombe a Istanbul, le stragi in Libia, le violenze contro le donne a Colonia e l’attentato al premier libico designato, ha precisato al quotidiano di non sentirsi in guerra. Beata lei.

14 Gennaio 2016 alle 06:18

Un’altra vittoria così e siamo rovinati

Federica Mogherini (foto LaPresse)

L’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza europea, Federica Mogherini, pur contemplando le bombe a Istanbul, le stragi in Libia, le violenze contro le donne a Colonia e l’attentato al premier libico designato – questo il quadro che ieri le sottoponeva Repubblica – ha precisato al quotidiano di non sentirsi in guerra. Beata lei. Ancora meno rassicurante appare il passaggio dell'intervista così sintetizzato da Rep. con una citazione in prima pagina: “Califfo più debole, per questo manda i suoi kamikaze”. Eccolo per esteso: “La mia percezione è che si siano messi in moto meccanismi impensabili anche solo un anno fa e che finiranno per indebolire Daesh ovunque si trovi. E questo naturalmente provoca reazioni”. Se non fosse chiaro, insomma, gli ultimi attentati kamikaze in Turchia che hanno ucciso fra gli altri dieci cittadini tedeschi sarebbero il colpo di coda di un mostro agonizzante. Messo in fuga evidentemente da un ministro degli Esteri europeo che nemmeno si sente in guerra. E figurarsi che il Vecchio continente lo chiamavano “la potenza gentile”.

 

Chi fiutasse un quid di incoerenza in cotanti ragionamenti autoconsolatori, sarebbe certamente sulla buona strada. Basti ricordare che lo scorso 14 novembre, all’indomani della strage parigina al teatro Bataclan e dintorni che uccise 130 persone, non mancarono gli analisti e i politici che dissero esattamente le stesse cose: “In difficoltà sul fronte interno, l’Isis cerca vendetta in Europa”, titolò un importante giornalone italiano in prima pagina. Sono passati due mesi e ci risiamo. Pirro, oggi, è il commander in chief a Bruxelles. Un filotto di vittorie occidentali così, e siamo rovinati.  

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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