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La Libia sotto attacco

Reclute e greggio. Così lo Stato islamico anticipa l’intervento occidentale in Libia

Almeno 60 morti in un attentato a Zliten, da giorni lo Stato islamico incendia cisterne di petrolio

7 Gennaio 2016 alle 20:48

Reclute e greggio. Così lo Stato islamico anticipa l’intervento occidentale in Libia

Uno dei siti colpiti dall'attacco a Zliten (foto LaPresse)

Milano. Sono morte almeno 60 reclute giovedì mattina nell’attacco alla scuola di polizia di Zliten, città costiera nella parte occidentale della Libia, tra Misurata e Tripoli: un’autocisterna carica di esplosivo è scoppiata fuori dal palazzetto dove vengono formate le forze di sicurezza legate a Tripoli, che erano lì fuori – circa 400, secondo alcune fonti. Una strage, la più grave dalla caduta del regime di Gheddafi, che l’ospedale locale non è riuscito a gestire, molti feriti – più di cento in tutto – sono stati trasferiti a Tripoli e Misurata, non ce la facciamo, non c’è sangue, non c’è materiale medico, ripetevano i soccorritori. La brutalità dell’attentato, la metodologia e l’obiettivo fanno pensare che la regia sia dello Stato islamico, che vuole boicottare il piano occidentale di un governo di unità nazionale colpendo i suoi pilastri: la formazione delle reclute e lo sblocco dei siti petroliferi. L’attacco a Zliten arriva mentre da giorni lo Stato islamico colpisce i siti petroliferi nell’est della Libia. Almeno cinque cisterne di petrolio sono state incendiate, quattro nel porto di Sidra, la quinta a Ras Lanuf, dove giovedì un autobomba ha ucciso due soldati: i pompieri non sono riusciti ad accedere alle aree incendiate, non c’era personale di sicurezza sufficiente per garantire un ingresso sicuro. Il danno economico è alto – l’economia si è contratta di più del 6 per cento nel 2015, il potenziale di un milione e mezzo di barili di greggio al giorno è ridotto a un terzo – e così quello politico.

 

I funzionari americani dicono che lo Stato islamico sta replicando in Libia la strategia adottata in Siria e Iraq: l’industria petrolifera al collasso, i nuclei di stabilizzazione sotto attacco. L’accordo di unità nazionale siglato a dicembre, tra le fanfare della diplomazia guidata dalle Nazioni Unite (è diventata celebre l’immagine dei rappresentanti del governo di Tripoli e di Tobruk che si stringono le mani e le alzano in segno di vittoria, a guardarla oggi appare ancora più tragica), dovrebbe diventare operativo entro il 16 gennaio, ma si parla già di un possibile slittamento. I perfezionamenti richiesti dai negoziatori non sono ancora stati accettati, e intanto lo Stato islamico continua ad avanzare, svilendo ogni pur pallido tentativo di pacificazione tra le parti. Il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha detto che “di fronte a questa minaccia terroristica, la prima risposta deve essere l’unità tra i libici”, ma non si riesce a creare un fronte comune nemmeno nella lotta al Califfato, come spiega Mohamed Eljarh dell’Atlantic Council: “Le varie parti si consumano nel loro scontro per ottenere potere e controllo”.

 

[**Video_box_2**]La diplomazia europea – in particolare quella di Italia e Francia, ma anche quella britannica è molto attiva – da tempo sta valutando la possibilità di un intervento militare in Libia, ma continua a puntare sull’accordo politico, alimentando l’illusione che un governo di unità nazionale – se mai ce ne sarà uno durevole – possa in qualche modo fermare lo Stato islamico, che con i suoi circa tremila uomini ha già compiuto, soltanto nel 2015, secondo il Consiglio di sicurezza dell’Onu, almeno 27 attacchi suicidi. Il ministero della Difesa francese sta preparando un piano di intervento che dovrebbe prendere forma entro maggio, e anche i preparativi italiani sembrano in fase avanzata. Ma l’attacco alle forze di sicurezza che la missione europea dovrebbe andare a formare e rafforzare è la dimostrazione che il tempo che passa va solo a favore dello Stato islamico.

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