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L’Arabia Saudita (pressata da Putin) s’impone dosi di austerity

Riad vara tagli di spesa per contrastare il calo del gettito petrolifero. Intanto Mosca la supera nell’export di oro nero alla Cina.

29 Dicembre 2015 alle 19:19

L’Arabia Saudita (pressata da Putin) s’impone dosi di austerity

Il sovrano saudita Salman (foto LaPresse)

Roma. Mai, dopo il crollo dell’Unione sovietica, la Russia aveva tirato fuori dal sottosuolo così tanto petrolio. A novembre è stata toccata la quota di 10,8 milioni di barili al giorno. Supera quella dell’Arabia Saudita, cui Mosca contenderà quest’anno il primato della produzione e dell’export su scala mondiale. Stati Uniti sul terzo gradino del podio, non troppo lontani. 

 

La Russia ha innalzato l’asticella perché deve cercare la quadratura dei conti, in ragione della complicata congiuntura economica che sta vivendo. Da una parte ci sono gli strascichi della crisi globale, dall’altra le sanzioni adottate da Washington e Bruxelles che la accusano di fomentare la destabilizzazione in Ucraina. Il 2015 si chiuderà in recessione, il 2016 dovrebbe sancire la crescita zero. Servono soldi con cui coprire le falle e provare al contempo a ridare slancio al sistema. L’energia, non può essere altrimenti, è la leva primaria. Il petrolio, in particolare, l’arma in più in questo momento (l’inverno mite ha fatto scendere domanda e produzione di gas). Nonostante le sanzioni – colpiscono anche il comparto del greggio – e l’andamento pessimo del mercato globale, con il prezzo del barile che balla intorno ai quaranta dollari, il settore petrolifero russo è in questa fase avvantaggiato rispetto alla concorrenza da alcuni fattori, quali i bassi costi produttivi e i benefici portati da una serie di investimenti tecnologici, effettuati quando il mercato andava forte e garantiva introiti notevoli. Hanno permesso di mettere in funzione nuovi giacimenti nell’Artico e di estrarre di più da quelli di vecchia data degli Urali e della Siberia. Non solo. Questi stessi investimenti, operati anche nelle raffinerie, hanno calmierato la domanda interna favorendo la crescita delle esportazioni. Mentre la perdita di valore del rublo ha ammortizzato lo choc causato dal collasso dei prezzi. Il petrolio russo, volendo sintetizzare, ha mostrato un’inaspettata elasticità. Eppure le compagnie, e lo stato che le controlla, non potranno tollerare troppo a lungo il momento fiacco del mercato. Il margine di profitto delle prime si erode rapidamente; quello di manovra del secondo si comprime. 

 

Alexander Novak, il ministro dell’Energia, punta l’indice contro l’Arabia Saudita. A suo avviso sono stati gli sceicchi a destabilizzare il mercato, aumentando la produzione e facendo flettere verso il basso la curva dei prezzi. Mosca s’è dovuta adeguare. Qualcuno sostiene che la scelta del Cremlino di intervenire in Siria, dove Riad ha un ruolo chiaro e ambisce a spazzare via il regime di Assad, dipenda anche da questo. Corrisponderebbe, in pratica, al tentativo di costringere l’Arabia Saudita a tagliare la produzione facendo gonfiare i prezzi. Di contro, c’è chi crede che le opzioni petrolifere degli sceicchi si leghino alla volontà di affossare i rivali iraniani e i loro alleati russi, che sulla Siria e sull’intero scacchiere mediorientale si prefiggono obiettivi opposti.

 

[**Video_box_2**]Ma al pari della Russia anche l’Arabia Saudita deve affrontare il problema derivante dal petrolio a bassissimo costo, ciclo che sembra destinato a durare e che ha lacerato le finanze saudite. Quest’anno il deficit ha lambito i cento miliardi di dollari, il 15 per cento del pil. La Finanziaria varata lunedì dal governo prevede tagli alla spesa e ai progetti pubblici. La sfida con la Russia si misura nei volumi della produzione, ma anche nella fatica di doversi confrontare, forbici alla mano, con il mercato. Mosca, a questo proposito, medita per il 2016 di mantenere le tasse sull’export al 42 per cento. Aveva promesso di portarle al 36.
Nel frattempo la competizione petrolifera e strategica tra russi e sauditi si fa anche con le manovre di disturbo: dei primi sul mercato cinese, dei secondi su quello europeo. Mosca sta aumentando le esportazioni verso Pechino. A novembre hanno superato quelle dell’Arabia Saudita, che ne è il primo, storico fornitore. Gli sceicchi a loro volta stanno muovendosi con disinvoltura sul mercato europeo, i due terzi del quale sono soddisfatti dal greggio di Mosca. Riad ha iniziato a venderne, a prezzi concorrenziali, alla Polonia. Cliente scelto non a caso. Ha rapporti storicamente contrastanti con Mosca e rappresenta uno dei laboratori – finora soprattutto del gas – delle strategie europee di diversificazione energetica.

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