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Perché l'ultrasinistra che tiene in scacco Barcellona fa paura anche a Madrid

Il partitino della sinistra intransigente e indipendentista catalana ha il potere di decidere il governo della regione più ricca della Spagna, tra votazioni situazioniste e negoziati surreali.

28 Dicembre 2015 alle 16:58

Perché l'ultrasinistra che tiene in scacco Barcellona fa paura anche a Madrid

Il governatore catalano uscente Artur Mas (foto LaPresse)

Il quasi impossibile negoziato per la formazione di un governo in Spagna dipende anche da quello che avviene in Catalogna, regione intrisa di tentazioni secessioniste che influiscono pesantemente nel dibattito nazionale. E quello che sta succedendo in questi giorni in Catalogna è surreale e contribuisce alla paralisi generale della Spagna. Il futuro catalano è appeso al dibattito situazionista in seno a un partitino della sinistra estrema, ultraindipendentista e rocciosamente antisistema: la Candidatura d’unitat popular (Cup). Lo sceneggiatore che scrivesse per una serie tv ambientata nel mondo della politica una vicenda inverosimile come quella che si sta svolgendo in Catalogna sarebbe immediatamente licenziato per abuso della sospensione dell’incredulità degli spettatori.

 

La storia inizia negli anni della Transizione alla democrazia dopo la morte di Francisco Franco in cui si assiste all’ascesa e al consolidamento del regionalismo. In Catalogna, in principio era Convergència i Unió, e Convergència i Unió era Jordi Pujol. Nella Spagna democratica Convergència i Unió (CiU) – una coalizione di due partiti regionalisti e autonomisti di umori conservatori e moderati, Convergència democràtica de Catalunya, liberale, e Unió democràtica de Catalunya, democristiana – ha sempre rappresentato gli interessi locali, identitari ed economici, della borghesia urbana catalana e delle popolazioni rurali. Forte dell’appoggio di questo compatto blocco sociale, il patriarca di CiU Jordi Pujol guida ininterrottamente il governo catalano dal 1980 al 2003, per poi cedere la leadership del partito ad Artur Mas. Nel corso di questi venticinque anni, CiU presiede a una florida stagione economica catalana e, facendo pesare con opportunismo i suoi voti a livello nazionale, ora con i socialisti ora con i popolari, lucra sempre più vantaggi per il governo autonomo di Barcellona. Intanto Esquerra republicana de Catalunya, un partito repubblicano di sinistra, difende dalla sua nicchia elettorale l’opzione indipendentista.

 

Poi, nel giro di pochi anni, cambia tutto. Il Tribunale costituzionale boccia le affermazioni di maggior peso nazionalista contenute nell’Estatut approvato nel 2006 dal Parlament della Catalogna, contribuendo al divampare di spiriti secessionisti; le istanze indipendentiste fuoriescono dal recinto di Esquerra republicana; l’ormai ottuagenario Pujol è travolto da colossali scandali finanziari. Intanto, condividendo la diffusa insofferenza popolare per la chiusura centralista delle istituzioni spagnole (oppure, secondo i maligni, per provare a “sganciare” il brand di Convergència i Unió dal legame, ormai elettoralmente tossico, con Jordi Pujol), Artur Mas sposa con convinzione la linea indipendentista e, da presidente in carica del governo catalano, indice elezioni anticipate per trasformarle in un referendum tra i sostenitori e i contrari all’indipendenza. Così il 27 settembre scorso Convergència, che dopo trentacinque anni di matrimonio ha perso per strada Unió (contraria al secessionismo) e si è unita con Esquerra Republicana nella lista indipendentista Junts pel Sí, va al voto. Il risultato è deludente: per costruire una maggioranza parlamentare favorevole alla disconnessione con Madrid, a Mas serve il voto di almeno qualcuno dei deputati della Candidatura d’unitat popular (Cup).

 

La Cup, che è entrata per la prima volta nel Parlamento catalano nel 2012, in tre anni ha prodotto soltanto tre cose: un’inesauribile gallery di t-shirt con scritte rivendicative sfoggiate nell’emiciclo dai suoi rappresentanti; un leader di fatto, David Fernández, che ha mostrato grande capacità mediatica e una formidabile intelligenza politica; un video elettorale di sette minuti, “Anaven lents perquè anaven lluny” (Andavano lenti perché andavano lontani), che è un capolavoro di comunicazione elettorale che su YouTube ha due visualizzazioni per ogni voto ottenuto nelle urne dalla Cup.

 

Alle elezioni del settembre scorso, a cui David Fernández non si è candidato in ossequio alle regole anticasta del movimento che non prevedono un secondo mandato, la Cup – che è un concentrato di okupas da centro sociale, leader dell’associazionismo locale, economisti radicali, ecologisti, zapatisti e movimentisti di ogni tipo – ha ottenuto l’8 per cento dei voti e dieci deputati (nella legislatura precedente ne aveva soltanto tre). Orbati di un leader agile come Fernández, gli eletti della Cup si sono impegnati in un grottesco tira e molla di tre mesi con Artur Mas. In extremis, visto che se non si formerà un governo entro il 9 gennaio si dovrà tornare a un voto che finirebbe di destabilizzare ulteriormente la Catalogna e la Spagna tutta, i deputati eletti della Cup hanno delegato a un’assemblea di alcune migliaia di sostenitori la decisione se appoggiare o no l’investitura a presidente di Artur Mas. Ieri, radunati in un centro sportivo della cittadina di Sabadell a cui si accede, ironia toponomastica, da un viale che si chiama avinguda Pablo Iglesias, come il leader di Podemos, i militanti della Cup si sono interrogati in un dibattito di questo tono: per il bene supremo dell’indipendenza dobbiamo rassegnarci a lasciare temporaneamente la Catalogna nelle mani della borghesia, e cioè di Artur Mas?

 

Dopo ore di discussione a porte chiuse si è andati alla conta. Risultato: 1.515 voti a favore, 1.515 voti contro. Un paio di potenziali sostenitori della Cup impossibilitati a partecipare all’assemblea per qualche linea di febbre potrebbero aver condizionato lo stop alla nascita di un nuovo governo Mas.

 

[**Video_box_2**]A causa di questa compulsiva tendenza al pareggio che paralizza a ogni livello la Spagna, tutto è rimandato a un’ulteriore assemblea ristretta del direttivo della Cup, in programma il 2 gennaio. Questa situazione farsesca e ormai insostenibile cristallizza le negoziazioni a livello nazionale. Infatti, se da queste trattative ormai scadute oltre i limiti del carnevalesco dovesse nascere un fragile governo turboindipendentista in Catalogna, questo potrebbe favorire un qualche accordo tra le forze favorevoli all’unità del paese (Partito popolare, Partito socialista e Ciudadanos) e farebbe tramontare ogni possibile accordo del Psoe con Podemos che, con convinzione declinante, difende l’ipotesi di un referendum di autodeterminazione in Catalogna come condizione vincolante per ogni possibile coalizione di governo a Madrid. Viceversa, se il tentativo di Mas naufragasse a pochi metri dal porto e la Catalogna tornasse a elezioni a marzo, qualcuno potrebbe essere tentato di spingere per un ritorno alle urne anche in Spagna (a maggio) e ottenere qualche vantaggio elettorale dall’accresciuto clima di generale incertezza.

 

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