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Per vincere bisogna combattere

La riconquista di Ramadi mostra che non c’è alternativa ai “boots on the ground” per sconfiggere lo Stato islamico. Ora l’America riluttante di Obama deve trasformare i progressi militari in conquiste durature.

28 Dicembre 2015 alle 21:24

Per vincere bisogna combattere

Militari dell'esercito iracheno a Ramadi (foto LaPresse)

New York. La riconquista di Ramadi è arrivata al termine di un assedio delle Forze armate irachene durato una settimana, ma l’offensiva per strappare la città allo Stato islamico era stata preparata per alcuni mesi, propiziata da centinaia di bombardamenti della coalizione a guida americana. Soltanto domenica, poco prima che l’esercito di Baghdad dichiarasse la città “interamente liberata”, i caccia hanno colpito diciotto obiettivi sensibili in città.

 

La battaglia di Ramadi è un’ulteriore dimostrazione che i bombardamenti aerei sono una condizione necessaria ma non sufficiente per sconfiggere lo Stato islamico: la guerra si vince con i “boots on the ground”. E gli anfibi sul campo in questo caso li hanno messi i battaglioni sunniti dell’esercito iracheno che gli Stati Uniti hanno iniziato ad addestrare l’estate scorsa, proprio in vista di una controffensiva a Ramadi. Così, mentre il Congresso americano rifiuta di prendersi responsabilità sul  conflitto e fa sparire dalla legge di bilancio i riferimenti più cogenti, le forze speciali americane mandate da Barack Obama con ruoli sempre più “combat” diventano gli uomini sul campo dell’occidente, per interposti eserciti locali.

 

I plotoni sciiti, quelli più addestrati dell’esercito iracheno, sono stati tenuti fuori dall’operazione per non alimentare le tensioni interne, scelta significativa nel contesto di una guerra multistrato in cui un composito fronte sciita sostenuto dalla Russia affronta un’altrettanto composita coalizione sunnita appoggiata dagli Stati Uniti. La versione più entusiastica dell’operazione, diramata dal portavoce dell’esercito Yahya Rasool, parla di un migliaio di combattenti dello Stato islamico uccisi in una battaglia che per esito schiacciante dovrebbe ricordare quelle con cui gli uomini del Califfato hanno preso lo scorso anno Mosul, Falluja e altre città, con l’esercito iracheno in rotta che si dileguava in abiti civili o si univa direttamente alle forze di al Baghdadi. Altri comandanti più prudentemente parlano di sacche di resistenza nel trenta per cento del territorio della città, con gli uomini dell’esercito che stanno prendendo possesso un passo alla volta del complesso governativo che lo Stato islamico aveva usato come quartier generale, imbottendolo di esplosivi improvvisati e cecchini. Molti combattenti nemici sono fuggiti dalle basi prima che le forze irachene li accerchiassero, dicono fonti dell’esercito di Baghdad, un dettaglio che diventerà particolarmente rilevante nei prossimi mesi, quando la coalizione dovrà trasformare una vittoria episodica in un progresso militare duraturo.

 

Al netto delle differenze narrative, la riconquista di Ramadi è effettivamente “la vittoria più importante dall’inizio della campagna militare contro lo Stato islamico”, come ha detto il presidente francese François Hollande congratulandosi al telefono con il premier iracheno Haider al Abadi. Ramadi è la città più grande della provincia di al Anbar e dista poco più di cento chilometri da Baghdad. Era un centro strategico e militare fondamentale per il Califfato e da lì passavano i rifornimenti per Falluja, difficile immaginare che gli uomini di al Baghdadi si siano lasciati sfuggire una roccaforte del genere senza combattere fino alla fine. Per il Califfato ora diventerà più difficile mantenere il controllo di Falluja. Il colonnello Steven Warren, portavoce dell’esercito americano a Baghdad, ha parlato di un “momento di orgoglio per l’Iraq” e ha spiegato che questo successo è il frutto di “molti mesi di duro lavoro dell’esercito iracheno, del servizio di antiterrorismo, dell’aviazione, della polizia federale e locale e dei miliziani tribali”, dichiarazione che dà l’idea di quanto è complicato cucire un fronte credibile sul campo per combattere lo Stato islamico. Sui social network il Califfato ha minimizzato la sconfitta di Ramadi, cosa che aveva fatto anche per la riconquista di Sinjar, vicino al confine siriano, e durante le sconfitte nelle città di Tikrit e Baiji, nel triangolo sunnita a nord di Baghdad, sede di una delle più importanti raffinerie del paese. Prima dell’assedio di Ramadi erano quelle le vittorie più significative di una coalizione che sta facendo progressi anche nel territorio siriano, nonostante che la macchina della propaganda del Califfato si sforzi di affermare il contrario. Nel fine settimana un’alleanza fra curdi e ribelli siriani coperti dal fuoco dei caccia americani ha riconquistato la diga di Tishreen, sull’Eufrate, centrale che rifornisce di elettricità gran parte della provincia di Aleppo.

 

[**Video_box_2**]Uno studio del think tank americano Ihs dice che nel 2015 lo Stato islamico ha perso il 14 per cento dei territori, grazie a delle offensive che hanno in parte vanificato le conquiste lampo del gruppo terroristico lo scorso anno. La liberazione di una città popolosa e strategicamente rilevante come Ramadi aggiunge sostanza al trend di riconquista che si sta affermando grazie ai combattimenti sul campo, e non solo con i bombardamenti aerei, ma la guerra degli uomini di al Baghdadi è un affare di lungo periodo fatto di fughe tattiche, riorganizzazioni e cambi di rotta, non uno scontro dall’esito certo e definitivo. Una lezione che era stata già impartita durante l’invasione dell’Iraq proprio a Falluja, città strappata dagli americani nel 2004 al gruppo che ora va sotto il nome di Stato islamico con una battaglia urbana che non si vedeva dai tempi del Vietnam. Due anni più tardi la città è tornata a essere una roccaforte del gruppo. La vittoria di Ramadi è la più importante finora contro lo Stato islamico, e indica che un buon modo per vincere una guerra è cominciare a combatterla. I prossimi mesi diranno se la strategia di Ramadi è solida e replicabile.

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