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La campagna anticorruzione di Xi Jinping fa tremare l'industria cinese

Anche il presidente di China Telecom Corporation è stato arrestato. La Borsa di Pechino perde terreno ma la campagna contro gli arricchimenti illeciti è diventata prioritaria per il Partito comunista. Più della politica industriale

28 Dicembre 2015 alle 12:51

La campagna anticorruzione di Xi Jinping fa tremare l'industria cinese

Il presidente cinese Xi Jinping (foto LaPresse)

Con un comunicato di due righe pubblicato sul sito della “Commissione centrale per l'ispezione disciplinare”, l’agenzia anticorruzione del Partito comunista cinese, si è saputo dell’arresto di Chang Xiaobing, il presidente del terzo gestore tlc del paese, China Telecom Corporation, con l’accusa di “aver violato diverse norme disciplinari”, formula di rito con cui vengono segnalati gli episodi di corruzione. Così la Borsa di Shanghai è stata informata ieri di un nuovo arresto eccellente, un episodio sempre più frequente da quando il presidente Xi Jinping ha lanciato la campagna anticorruzione: negli ultimi tre anni almeno 100.000 dirigenti, sia nell’area pubblica sia tra le imprese private, sono finiti sotto la lente degli inquirenti.

 

Anche stavolta, come è accaduto il mese scorso per Guo Guanchang, il numero uno di Fosun International (proprietario tra l’altro del Club Med e dell’ex sede di Unicredit in piazza Cordusio a Milano), tutto si sta svolgendo all’insegna del massimo riserbo: nulla si sa degli interrogatori o della data dell’eventuale rilascio del manager, che stamane avrebbe dovuto presiedere una riunione dei vertici di China Telecom (un giro d’affari di 45 miliardi di dollari), una tappa obbligata in vista del processo di ristrutturazione dell’intera industria tlc della repubblica popolare. Proprio Chang, che fino a pochi mesi fa ha presieduto un altro colosso, China Unicom, sembrava destinato a guidare la ristrutturazione del settore, a partire dalla costituzione di China Tower, la società unica delle Torri di trasmissione cui dovrebbero essere conferite, con il benestare delle autorità di Pechino, parte delle attività della stessa China Telecom, di China Unicom e di China Mobile: un affare da 32 miliardi destinato a far emergere plusvalenze di rilievo.

 

[**Video_box_2**]Anche per questo l’arresto di ieri è stato una doccia fredda per il listino cinese, sceso del 2,6 per cento. Le esigenze della politica industriale passano in secondo piano di fronte alla campagna contro gli arricchimenti illeciti che, esaurito o quasi il filone dei dirigenti di partito, si sta ormai dirigendo verso i colletti bianchi. A novembre è finito in carcere Di Xianming, già presidente di China Southern Airlines, la prima compagnia asiatica. Il mese prima era stato condannato a sedici anni di prigione Jiang Jienin, numero uno di Petrochina. Il 10 dicembre la polizia ha arrestato Guo Guanchang, il Warren Buffett cinese, rilasciato dopo soli quattro giorni di detenzione in un carcere segreto. E’andata peggio a Mike Poon, gestore del fondo che ha acquistato l’aeroporto di Tolosa: è ricomparso in pubblico a maggio dopo sei mesi di detenzione. A conferma che la crescente internazionalizzazione del business cinese non comporta un minor controllo della politica sul mondo degli affari. Anzi, è ormai evidente che il presidente Xi ritiene che per garantire il successo della transizione della società cinese verso un nuovo modello di sviluppo sia necessario garantire un controllo ferreo sulle dinamiche sociali del paese che s’appresta, sotto una coltre di smog, a festeggiare il ritorno di fratelli e sorelle: da venerdì prossimo, infatti, i cinesi potranno fare due figli.

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