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Giappone e Corea del sud hanno fatto pace?

Tokyo e Seul hanno raggiunto un accordo sulla delicatissima questione delle “donne di conforto”, le donne che durante l’occupazione giapponese vennero usate come schiave sessuali da parte dell’Esercito imperiale nipponico. L’intervento americano e realpolitik all’asiatica.

28 Dicembre 2015 alle 17:35

Giappone e Corea del sud hanno fatto pace?

Oggi Giappone e Corea del sud sono arrivati a un accordo sulla questione delle “donne di conforto”, le donne che durante l’occupazione giapponese vennero usate come schiave sessuali da parte dell’Esercito imperiale nipponico. Giappone e Corea del sud hanno definito l’accordo “definitivo e irrevocabile”.  Il governo di Tokyo, negli ultimi settant’anni, non ha mai riconosciuto un suo coinvolgimento diretto nella questione – per i coreani, infatti, era lo stesso governo a procurare e schiavizzare le donne per i suoi soldati. Anche oggi, molti storici sono d’accordo nel ritenere possibile che le donne fossero in realtà consenzienti, e che successivamente la questione sia stata strumentalizzata per questioni geopolitiche. E infatti il problema delle “donne di conforto” determina i rapporti diplomatici tra Giappone e Corea del sud, specialmente dal 2010. "Il peggio è passato nei rapporti tra i due paesi", ha detto a Bloomberg Jin Chang Soo del Sejong Institute di Seul. Il fatto che i due maggiori alleati americani nel Pacifico fossero ai ferri corti provocava non pochi problemi a Washington. Il Risiko è abbastanza chiaro: più l’America rafforza un’alleanza esclusiva con il Giappone, più Seul si allontana dall’America e si avvicina alla Cina.

 

Il passo indietro giapponese è evidente sin dalle fotografie di oggi, che ritraggono i rappresentanti dei due paesi a Seul, e il ministro degli Esteri giapponese, Fumio Kishida, imbarazzato di fronte a un soddisfatto omologo sudcoreano Yun Byung Se. Durante la conferenza stampa Kishida  ha portato un messaggio direttamente dal capo del governo giapponese Shinzo Abe: "Il primo ministro rinnova le sue più sincere scuse ed esprime rimorso nei confronti di tutte le donne che hanno subìto sofferenze incommensurabili e dolorose, sopportando ferite fisiche e psicologiche incurabili da donne di conforto”. E poi: "La questione delle donne di conforto, e un coinvolgimento delle autorità militari giapponesi a quel tempo, è stato un grave affronto all'onore e alla dignità di un gran numero di donne, e il governo del Giappone da questo punto di vista è dolorosamente consapevole delle responsabilità”. Kishida ha detto che il primo ministro Abe e il presidente sudcoreano Park Geun-hye si sentiranno presto al telefono.

 

L’accordo tra i due paesi (qui il testo completo) riguarda prima di tutto i soldi: il Giappone verserà 8 milioni di dollari a titolo di donazione – e non di risarcimento – per le “donne di conforto”, che verranno amministrati dall’Asian Women’s Fund.  In cambio, la Corea si impegna a considerare la questione definitivamente risolta e – in sostanza – a non rivendicare più il dramma delle “donne di conforto” in ogni consesso internazionale. Il Giappone avrebbe chiesto a Seul anche la rimozione della famosa statua delle “donne di conforto” che è posizionata davanti all’ambasciata nipponica della capitale sudcoreana. Lì, ogni settimana, decine di attivisti sudcoreani organizzano delle manifestazioni anti-giapponesi (soltanto il 13 agosto scorso un uomo di ottantuno anni si è dato fuoco davanti a quella statua). Quest’ultima richiesta sarebbe al vaglio delle autorità sudcoreane – ma non è stata inserita nella dichiarazione finale.

 

[**Video_box_2**]Sono ormai poche oggi le “donne di conforto” sopravvissute. Sette di loro erano alla messa di Papa Francesco, invitate dal Vaticano, durante la visita apostolica in Corea del sud nel 2014. Lo scorso agosto il primo ministro Shinzo Abe, durante lo storico discorso sul settantesimo anniversario dalla fine della Seconda guerra mondiale, aveva detto di voler iniziare un nuovo corso nelle relazioni tra i paesi che hanno subìto la guerra, aveva detto di voler voltare pagina “perché le prossime generazioni non saranno più costrette a chiedere scusa per errori che non hanno commesso” [continua a leggere].

 

Di certo il passo indietro giapponese sulla questione e il riavvicinamento tra Tokyo e Seul non piacerà ai falchi nazionalisti del governo nipponico, ma galvanizzerà quelli della Casa Blu, il palazzo del governo sudcoreano. Se si trattasse soltanto di realpolitik, sarebbe l’inizio di un nuovo corso diplomatico in Asia.

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