cerca

Come battere l’Isis

L’“effetto Voldemort” impedisce di chiamare l’islamismo per nome. Un saggio del Wall Street Journal

19 Dicembre 2015 alle 06:10

Come battere l’Isis

Due Tornado GR4 della Royal Air Force, l’aviazione britannica, tornano alla base aerea di Akrotiri, a Cipro, dopo aver bombardato in Siria (foto Nick Ansell/PA Wire)

L’islam è una religione e, come ogni altra fede, è molto variegata al suo interno. L’islamismo, invece, è il desiderio di imporre una singola versione dell’islam su una società intera. L’islamismo non è l’islam, ma ne è una derivazione. E’ una teocrazia musulmana. Allo stesso modo, “jihad” è un’idea tradizionalmente musulmana che connota una lotta, a volte un conflitto spirituale personale, altre una lotta contro un nemico esterno. Il “jihadismo”, tuttavia, è completamente diverso: è la dottrina secondo la quale si debba usare la forza per diffondere l’islamismo.

 

Il presidente Barack Obama, come molti altri commentatori di ispirazione liberal, ha esitato a chiamare questa ideologia islamista con il proprio nome. Sembra che abbiano paura che sia le comunità musulmane sia gli intolleranti religiosi possano sentire la parola “islam” e presumere semplicemente che tutti i musulmani siano responsabili degli eccessi di pochi jihadisti. Chiamo questo fenomeno “l’effetto Voldemort”, che prende il nome dal cattivo dei libri di Harry Potter, della scrittrice J. K. Rowling. Molti personaggi di buona volontà, nel mondo immaginario della Rowling, sono così terrorizzati dalla malvagità di Voldemort che fanno due cose: si rifiutano di chiamare Voldemort per nome, riferendosi a lui come “Colui che non deve essere nominato”, e ne negano del tutto l’esistenza. Tale terrore amplifica l’isteria di massa, aumentando così l’ammirazione per il potere di Voldemort.

 

La stessa isteria nei confronti dell’islamismo si sta sviluppando sotto i nostri occhi. Tuttavia nessuna strategia volta a sconfiggere l’islamismo può aver successo se lo stesso islamismo, e la sua espressione violenta del jihadismo, non vengono prima chiamate con il proprio nome, isolate e comprese. E’ ugualmente ipocrita ritenere che lo Stato islamico sia completamente estraneo all’islam, così come lo è affermare che siano sinonimi. Lo Stato islamico ha sì qualcosa a che fare con l’islam: non niente, non tutto, ma qualcosa. Quel qualcosa è il modo in cui tutti gli islamisti giustificano le proprie argomentazioni, utilizzando le scritture islamiche e cercando reclute tra i musulmani.

 

L’urgenza di fare queste distinzioni dovrebbe essere chiara a tutti. Gli attacchi sembrano susseguirsi con maggiore frequenza: Istanbul, Sinai, Beirut, Parigi, San Bernardino, Londra. Qual è la strategia alla base della violenza ispirata allo Stato islamico? Jihadisti di tutti i tipi cercano di creare discordia, provocando scontri tra musulmani e non musulmani in occidente, e musulmani sciiti contro musulmani sunniti in oriente. L’ideologia teocratica dell’islamismo prospera grazie alle divisioni, alle polarizzazioni e alle affermazioni di vittimismo dei musulmani.

 

I leader dello Stato islamico insistono a dire che gli Stati Uniti e l’occidente stanno portando avanti una guerra contro tutto l’islam e i musulmani. Questa è ovviamente un’assurdità, tuttavia per una combinazione di provocazioni e profezie che si autoavverano, lo Stato islamico sta facendo il possibile per renderla una realtà, con l’aiuto, ahimè, dell’incitazione di Donald Trump per una “completa e totale chiusura delle frontiere a tutti i musulmani in arrivo negli Stati Uniti”. L’obiettivo dello Stato islamico è di non lasciare ai musulmani sunniti, in Europa, America e medio oriente, alcun rifugio che non sia lo stesso Califfato, autodichiarato dal gruppo terroristico nelle regioni fuori legge di Siria e Iraq.

 

Secondo quanto dichiarato dallo Stato islamico nella sua rivista Dabiq, lo scopo è eliminare le cosiddette “zone grigie”, l’area intermedia tra teocratici islamisti e bigotti anti musulmani, così che tutti siano costretti a prendere una posizione. In tal modo, lo Stato islamico spera di mettere non-musulmani contro musulmani e, una volta concluso questo processo, ovvero quando tutti noi inizieremo guardarci l’un l’altro solo attraverso limitate lenti religiose, dare il via a una guerra religiosa globale.

 

Mi sento in parte personalmente responsabile per questo sforzo di eliminare la zona grigia, di promuovere l’idea che i musulmani non possano sentirsi a casa in occidente. Da giovane musulmano nel Regno Unito sono stato per più di un decennio uno dei leader di un gruppo islamista globale che promoveva il ritorno al Califfato, anche se non attraverso il terrorismo. Le mie attività mi portarono poi in Egitto, dove a 24 anni fui incarcerato come prigioniero politico e condannato a 5 anni nella prigione di Mazra Tora. Solo una volta in prigione, dopo che Amnesty International si interessò al mio caso, mi dedicai a rileggere, rivedere e riapprezzare ogni mio pensiero. A seguito del processo di “deradicalizzazione” che ho attraversato nei successivi 5 anni, ho concluso che l’islam, la mia fede, viene sfruttata per un progetto politico totalitario e deve essere tolta dalle mani dei teocrati. Ho passato gli ultimi 8 anni facendo proprio questo, co fondando un’organizzazione per contrastare l’estremismo.

 

Questa battaglia può essere vinta, ma non sarà facile. Negli ultimi anni, indagine dopo indagine, sono emerse tendenze preoccupanti nel Regno Unito. Secondo un sondaggio di febbraio condotto da ComRes per la Bbc, un quarto dei musulmani britannici simpatizzava con la sparatoria di Charlie Hebdo a Parigi. Un sondaggio del 2008 di YouGov ha riscontrato che un terzo degli studenti musulmani crede che uccidere per la propria religione possa essere giustificato e il 40 per cento vuole l’introduzione della Sharia come legge nel Regno Unito. Un altro sondaggio, condotto nel 2007 da Populus, ha evidenziato che il 36 per cento dei giovani musulmani britannici ritiene che gli apostati dovrebbero essere “puniti con la morte”. Non dovrebbe quindi sorprendere, in questo contesto, che circa 1.000 musulmani britannici si siano uniti allo Stato islamico, un numero maggiore di quelli che si sono arruolati nelle riserve dell’esercito britannico.

 

Il vero contingente dell’esercito dello Stato islamico è probabilmente una via di mezzo tra le stime della Cia, di circa 32.000, e quelle curde di 200.000. Secondo il Soufan Group, un’agenzia di intelligence privata con sede a New York, il numero di stranieri che arrivano in Siria e Iraq per unirsi allo Stato islamico e altri gruppi islamisti è raddoppiato negli ultimi 18 mesi, nonostante gli sforzi dell’occidente, e potrebbe aggirarsi ora intorno a 31.000 unità.

 

L’ultimo sondaggio condotto da Pew, in 11 paesi a forte presenza musulmana, ha riscontrato un diffuso disprezzo verso lo Stato islamico, ma allo stesso tempo allarmanti livelli di sostegno. Solo il 28 per cento degli intervistati in Pakistan disapprova il gruppo, e il 62 per cento non si è espresso in merito. In Nigeria, il 14 per cento degli intervistati aveva una visione positiva dello Stato islamico; in Malesia e in Senegal questa percentuale era dell’11 per cento; in Turchia dell’8; nei territori palestinesi del 6. Quindi non c’è affatto una maggioranza a sostegno dello Stato islamico tra gli 1,6 miliardi di musulmani nel mondo, ma queste cifre sono comunque preoccupanti.

 

Dopo gli attacchi di Parigi, Papa Francesco ha dichiarato che ci troviamo nel mezzo di una guerra mondiale combattuta “a pezzi”. E’ più preciso dire che siamo di fronte a un’insurrezione jihadista globale. Lo Stato islamico è l’ultima incarnazione di questa insurrezione, ma era in preparazione da decenni, incoraggiata dai movimenti sociali islamisti che hanno riempito il vuoto lasciato dagli errori dei troppi governi a maggioranza musulmana. Caratterizzare lo Stato islamico come parte di un’insurrezione è importante poiché, come imparato dalla dura lezione del Vietnam, sconfiggere un’insurrezione, portata avanti con la guerriglia, è cosa diversa dal vincere una guerra convenzionale. La lotta alla guerriglia si basa sull’assunto che il nemico abbia sufficiente sostegno dalle comunità nelle quali recluta membri. Lo scopo delle strategie di controguerriglia è di negare al nemico alcuna vittoria propagandistica che possa fomentare il reclutamento. Gli insorti devono essere isolati dalle comunità ospitanti su cui vogliono far presa. Questo richiede una combinazione di guerra psicologica, fisica ed economica, tutte con lo scopo di minare le capacità ideologiche, operative e finanziarie degli insorti. La parte fondamentale di tale strategia deve essere la formulazione del messaggio. Nel combattere lo Stato islamico dobbiamo evitare il linguaggio che esso usa per promuovere la propria visione del mondo e allo stesso tempo dobbiamo fornire una narrativa alternativa convincente. Solo così potremo contrastare l’abilità odierna degli islamisti e dei jihadisti nel fare presa sul pubblico musulmano. (…)

 

Per quanto riguarda le comunità musulmane, se ritengono che l’islamismo non abbia “niente a che fare con l’islam”, allora c’è poco da discutere perché chiaramente non è così. Questa posizione mina i coraggiosi teologi islamici riformisti, quali Usama Hasan, nel Regno Unito, Javed Ahmad Ghamidi in Pakistan e Abdullahi Ahmed An-Na’im in America, i quali stanno urgentemente tentando di gettare le basi di una teologia che rifiuti l’islamismo e promuova la libertà di parola e i diritti di genere, indebolendo così il messaggio degli insorti. Questa posizione negazionista tradisce inoltre le numerose voci ex musulmane assediate, quali ad esempio lo scrittore pachistano-canadese Ali A. Rizvi, che lottano per il diritto di essere accettate dalle loro stesse comunità musulmane. Tutti questi riformatori necessitano di un linguaggio che distingua l’islam dalla versione distorta e politicizzata che proviene dagli islamisti e dai jihadisti.

 

Così come non è necessario essere di colore per interessarsi alla lotta contro il razzismo, e non è necessario essere gay per preoccuparsi dell’omofobia, allo stesso modo non si deve essere musulmani per pronunciarsi contro i teocrati musulmani. Considerando la storia della loro fondazione, gli americani sono particolarmente adatti ad esprimersi sul perché le teocrazie non fanno mai bene all’umanità. Possono inoltre aiutare gli europei a gestire la sfida di creare nuove identità nazionali post migratorie. Molti dei musulmani come me hanno resistito all’appello di rifiutare l’islamismo in maniera diretta. Domandano perché dovrebbero chiedere scusa per qualcosa con la quale hanno poco o niente a che fare. Tuttavia, come i musulmani si aspettano solidarietà da altri contro l’intolleranza anti-musulmana, come quella causata dalle affermazioni assurde di Donald Trump, noi dobbiamo ricambiare questa solidarietà esprimendoci contro gli islamisti. Quale potrebbe essere una strategia di controguerriglia nella concreta attuazione della politica estera? Il presidente George W. Bush potrebbe essersi buttato a capofitto nella trappola jihadista quando occupò l’Iraq, ma Obama e la comunità internazionale stanno camminando come dei sonnambuli verso un altro precipizio in Siria. Nonostante sia vero che un nostro intervento in Siria verrebbe utilizzato dallo Stato islamico per fomentare più reclute, il nostro mancato intervento è stato manipolato come prova del fatto che il mondo ha abbandonato i siriani.

 

[**Video_box_2**]Il mio viaggio nei gruppi radicali non è iniziato quando il mondo è intervenuto in un conflitto straniero, ma piuttosto quando non è intervenuto nel genocidio bosniaco. Io ero contrario all’invasione americana dell’Iraq, ma la passività può essere altrettanto pericolosa di un’invasione. Fin tanto che gli islamisti controllano la narrativa tra i giovani musulmani colmi di rabbia, sia la nostra azione sia la nostra inerzia potranno essere utilizzate per radicalizzarli. Il mondo sta affrontando un’insurrezione jihadista globale, che si adopera per promuovere una strategia operativa ben pensata, nutrita dalle convinzioni ideologiche islamiste, che sono ancora attraenti per alcuni musulmani. Dopo Parigi e San Bernardino, la politica dell’Amministrazione Obama verso lo Stato islamico si sta disintegrando. Dal paragonare lo Stato islamico a una “squadra di riserve” lo scorso gennaio, fino a dire, un giorno prima degli attacchi di Parigi, che lo Stato islamico era stato “contenuto”, Obama è rimasto sempre un passo indietro rispetto alla prevedibile ascesa del gruppo.

 

Un elemento chiave della nostra risposta contro l’insurrezione dovrebbe coinvolgere i curdi iracheni e siriani, dando loro un ruolo di rilievo. Ciò sarà scomodo per i nostri alleati in Turchia, e metterà in agitazione i reggenti in Iraq. Ma i curdi si sono ripetutamente dimostrati l’unica forza in campo efficace contro lo Stato islamico. Se questo significa creare uno stato curdo, così sia. Oltre all’esperimento in corso in Tunisia, nel nord Africa, uno stato curdo potrebbe divenire l’unico stato democratico e laico a maggioranza musulmana nel medio oriente. Potrebbe diventare un punto di riferimento politico e religioso per la regione. La nostra diplomazia ha sino a ora imperdonabilmente trascurato le possibilità che questo rappresenta. I bombardamenti aerei contro lo Stato islamico devono anche essere sostenuti da una forza internazionale in loco, di almeno qualche migliaia di unità, e guidata dagli arabi sunniti. Questi dovrebbero essere appoggiati da una squadra internazionale di forze speciali e da personale di supporto, tutti focalizzati a rimuovere lo Stato islamico dalle sue roccaforti di Mosul e Raqqa. Per quanto riguarda Assad, come parte di un accordo con la Russia e l’Iran, il regime siriano deve rimanere intatto, ma Assad deve essere rimosso. Queste azioni potrebbero indebolire le capacità operative dello Stato islamico, ma non sconfiggeranno la sua attrazione ideologica.

 

L’estremismo islamista, che ha ispirato prima al Qaida e ora lo Stato islamico, continuerà a ispirare altri. Lo Stato islamico non ha radicalizzato da solo i circa 6.000 europei che vi si sono recati per arruolarsi. Così tante reclute non sono venute fuori dal nulla. (…) In effetti, decenni di propaganda islamista avevano già preparato questi giovani musulmani a bramare una teocrazia. Lo stesso sondaggio YouGov, menzionato in precedenza, ha riscontrato che il 33 per cento dei giovani musulmani britannici ha espresso il desiderio di veder risorgere un Califfato globale. Lo Stato islamico ha semplicemente colto i frutti piantati tanto tempo fa da altri gruppi islamisti operativi in tutta Europa. Per invertire questa campagna ci vorranno decenni di lavoro da parte di musulmani e non, il risultato finale deve essere di rendere l’ideologia dell’islamismo intellettualmente e socialmente obsoleta.

 

Maajid Nawaz è fondatore e direttore di Quilliam, un’organizzazione di lotta all’estremismo con sede a Londra. E’ autore di “Radical: My Journey Out of Islamist Extremism”.
Qui pubblichiamo stralci di un suo articolo apparso sul Wall Street Journal. Traduzione di Chiara Salce.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi