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Se questa è liberté. Eric Zemmour condannato per islamofobia

Il giornalista del Figaro è accusato per istigazione all’odio contro i musulmani

18 Dicembre 2015 alle 16:48

Se questa è liberté. Eric Zemmour condannato per islamofobia

Eric Zemmour

Parigi. In Francia, nel 2015, basta un’intervista per essere cacciato dalla propria rete televisiva, essere condannato a migliaia di euro di multa, subire il tiro al bersaglio mediatico e la pressione da parte dei tuoi datori di lavoro affinché il tuo pensiero sia meno insubordinato e più genuflesso dinanzi a certe categorie. La caccia a Eric Zemmour, giornalista vedette del Figaro e mosca bianca del dibattito intellettuale francese, ed è una vecchia intervista rilasciata al Corriere della Sera nell’ottobre 2014 a creargli gravi scompensi. Ieri il tribunale correzionale di Parigi ha condannato Zemmour a 3.000 euro di multa per istigazione all’odio contro i musulmani. La “provocation à la haine envers les musulmans”, per la quale era stato accusato dalle due associazioni più note dell’antirazzismo istituzionale, Sos racisme e la Licra, notoriamente vicine al Partito socialista (il fondatore di Sos Racisme è Julien Dray, uomo d’apparato Ps dagli anni Mitterand), è stata individuata in questi passaggi dell’intervista: i musulmani “hanno il loro codice civile, è il Corano”, “vivono tra di loro, nelle banlieue. I Francesi sono obbligati ad andarsene”, “Penso che ci stiamo dirigendo verso il caos. Questa situazione di popolo nel popolo, dei musulmani nel popolo francese, ci porterà alla guerra civile”, “Milioni di persone vivono qui in Francia, ma non vogliono vivere alla francese”.

 

Le polemiche isteriche che lo scorso anno scaturirono da queste dichiarazioni, gonfiate furbescamente dal leader dell’ultrasinistra Jean-Luc Mélenchon, spinsero la direzione di i-Télé all’incredibile decisione di cancellare Zemmour dal palinsesto. Ma ieri è arrivata la seconda botta, con un’altra multa salata e il marchio infamante di “islamofobo” che campeggia su numerosi siti. Nonostante il giornalista del Figaro abbia sostenuto e cercato di far capire durante l’udienza che nell’intervista parlava di “musulmani nelle periferie che si organizzano e che sono in via di secessione”, quindi di un gruppo circoscritto, nella requisitoria, il procuratore Annabelle Philippe ha giudicato le dichiarazioni di Zemmour “stigmatizzanti”, “senza sfumature”, che mirano “l’insieme della comunità musulmana”. Le dichiarazioni di Zemmour, “recidivo”, “molto ascoltato”, ha sottolineato il magistrato, hanno “per obbiettivo principale quello di opporre i musulmani ai francesi”. Poi il colpo finale: “Ci si può domandare se non abbia per caso come obiettivo quello di crearla questa guerra civile, di far di tutto affinché possa scoppiare”.

 

Ora Zemmour è l’appestato da isolare che oltre ai 3.000 euro di multa per istigazione all’odio contro i musulmani (si legge “islamofobia”) dovrà risarcire anche le due associazioni che lo hanno portato davanti al giudice, Sos Racisme e Licra. Sabrina Goldman, avvocato della Licra, si è detta entusiasta per la sentenza che “riconosce ancora una volta che Eric Zemmour è un propagatore d’odio”. A fargli eco Dominique Sopo, presidente di Sos Racisme, più che soddisfatto per il verdetto del Tribunale correzionale perché “la libertà d’espressione non è la libertà di propagare l’odio”. Per ora Paris Première e Rtl hanno deciso di mantenerlo, ma nel futuro prossimo niente è da escludere. Da quando al governo è salita la gauche, Zemmour si è visto ridurre gli appuntamenti mattutini su Rtl, con la sua trasmissione “On n’est pas forcement d’accord”, da cinque a due, e lo scorso anno, in seguito all’intervista controversa del Corriere della Sera, alcuni suoi colleghi hanno pubblicato un comunicato per prendere le distanze dalle sue posizioni che “offuscano i valori difesi” dall’antenna.

 

Per ora soltanto il sito di opinioni liberali Boulevard Voltaire ha lanciato una petizione in difesa di Eric Zemmour, invitando tutti i francesi a far sentire la propria voce contro la sentenza emessa dal Tribunale correzionale (http://www.bvoltaire.fr/zemmour). Nessun’altra voce del panorama intellettuale, tranne Philippe de Villiers, si è fatta attualmente sentire. Eppure basterebbe inforcare gli occhiali e varcare il périph anche solo per un giorno per rendersi conto della sostituzione etno-culturale in corso in interi quartieri del Seine-Saint-Denis, dove si vive seguendo i precetti di Maometto, gli imam sostituiscono gli insegnanti, e i politici locali scendono a patti con gli islamisti per garantire la “pace sociale” nominando i “grands frères” nella funzione pubblica e assecondando tutte le loro richieste in cambio di un voto nelle urne (il clientelismo elettorale che domina nelle periferie è stato denunciato da un coraggioso deputato Ps come Malek Boutih). Renaud Camus lo ha chiamato “grand remplacement”, e solo chi non vuole vederlo continua a negarlo.

 

Prima dello scrittore francese anche Michèle Tribalat, demografa eterodossa, aveva parlato di “sostituzione di popolazione” nei suoi numerosi lavori votati a sfatare il mito goscista dell’immigrazione quale risorsa per la Francia. Recentemente, lo ha ammesso pure il Monde, turandosi il naso: “L’islam irriga la vita sociale delle cités”. Gilles Kepel, non certo catalogabile tra gli “infrequentabili reazionari” (collabora con il Monde, New York Times, il País e Repubblica), denuncia la realtà delle banlieue abbandonate all’islam da più di dieci anni. Politologo e tra i massimi esperti di islam e di mondo arabo in Francia, Kepel ha pubblicato una miriade di saggi sulla situazione nefasta delle periferie francesi. Il primo libro sulle periferie in via di islamizzazione lo scrive nel 1987, “Les Banlieues de l’islam. Naissance d’une réligion en France”, quando Zemmour era appena sbarcato al Figaro e iniziava a mostrare la sua vena polemica da giornalista politico esperto di destra francese. Nel 2012, Kepel pubblica uno dopo l’altro “Banlieue de la République. Société, politique et religion à Clichy-sous-Bois et Montfermeil” e “Quatre-vingt-treize” e l’analisi si fa ancora più aspra: “Gli islamisti salafiti hanno halalizzato interi quartieri di Francia”.

 

[**Video_box_2**]Zemmour riverbera le stesse formule di Kepel, ne recupera i concetti per rafforzare la sua analisi sulle periferie abbandonate dalla République dove non si è più in Francia, ma l’autore di “Le suicide français” non fa parte dei “presentabili”. E la regola, si sa, è sempre: dàgli all’islamofobo.

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