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Così Maduro sta già annullando la vittoria dell’opposizione liberale in Venezuela

A dieci giorni dalla debacle elettorale del 6 dicembre il governo chavista del Venezuela appare tutt'altro che defunto. Negli ultimi giorni il governo ha inaugurando un Parlamento nazionale comunale che secondo diversi analisti potrebbe diventare un’Assemblea alternativa rispetto all’Assemblea nazionale oggi dominata dall’opposizione. Reportage da Caracas.

17 Dicembre 2015 alle 20:22

Così Maduro sta già annullando la vittoria dell’opposizione liberale in Venezuela

Nicolas Maduro (foto LaPresse)

Caracas. A dieci giorni dalla debacle elettorale del 6 dicembre – e nonostante la valanga di necrologi comparsi in ogni angolo del globo – il governo chavista del Venezuela appare tutt'altro che defunto. “In questo paese è in atto un golpe strisciante e continuato – ripete quasi quotidianamente il presidente Nicolás Maduro – Non permetteremo che diciassette anni di conquiste rivoluzionarie vengano spazzate via con un semplice colpo di spugna”. Negli ultimi giorni il governo ha annunciato una manovra spregiudicata, inaugurando un Parlamento nazionale comunale che secondo l’opposizione e diversi analisti potrebbe diventare un’Assemblea alternativa, e compiacente, rispetto all’Assemblea nazionale oggi dominata dall’opposizione. Annunciando la costituzione del nuovo parlamento, Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea nazionale, ha detto che il Parlamento nazionale comunale sarà “un potere che permetta al popolo di disporre di mezzi, cariche, prese di decisioni, leggi”.

 

A Caracas il clima è sempre più teso. Il perché lo spiega al Foglio, quasi a mezza voce, uno dei capi dell'ufficio stampa di Unidad, la coalizione di centrodestra: “Maduro ha perso le elezioni – dice – ma la maggior parte dei nostri concittadini è e resta chavista”. Le statistiche parlano chiaro: rispetto alle ultime consultazioni, i consensi collezionati dall'opposizione restano grosso modo invariati. La vera differenza l'ha fatta il cosiddetto “voto castigo” – ovvero l'astensione – che è costato ai governativi quasi due milioni di suffragi. Stremati da oltre due anni di crisi economica devastante, sfiancati dall'inflazione e dalla penuria di prodotti alimentari, i venezuelani si sono rifiutati di premiare l'esecutivo – ma ciò non significa che abbiano ripudiato “la revolución”. Maduro ne è cosciente, e perciò può permettersi di tenere alti i toni.

 

Negli ultimi giorni, l'erede di Hugo Chávez ha dato vita a una vasta opera di restyling istituzionale: per la prossima settimana è previsto un ampio rimpasto ministeriale, che dovrebbe relegare nel dietro le quinte alcune tra le figure più “chiacchierate” del regime – specie per quanto riguarda la corruzione. Decine di ufficiali dell'esercito verranno allontanati dai dicasteri, dove – non sempre meritatamente – avevano occupato diverse posizioni chiave. L'obiettivo è rinsaldare le fila in attesa della prossima battaglia, quella decisiva. Il 6 gennaio la nuova Assemblea nazionale entrerà ufficialmente in funzione: forti di una maggioranza schiacciante (112 deputati su 167), i delegati dell'opposizione potranno convocare una nuova assemblea costituente e indire un referendum per la destituzione di Maduro.

 

“Il presidente dovrebbe farla finita con i proclami bellicosi – ha dichiarato negli scorsi giorni uno dei dirigenti di Unidad, Henrique Capriles – Lo esortiamo alla responsabilità e chiediamo che si metta al servizio della nuova Assemblea”. Le sue parole, tuttavia, sembrano già cadute nel vuoto. Sabato scorso, durante un infiammato discorso alle Forze armate, Maduro ha esortato i militari a “tenersi pronti”, perché “il paese è vittima di una guerra non convenzionale, economica, finanziaria, criminale e psicologica”. Fin da ora, l'esecutivo può contare sull'appoggio incondizionato dei “colectivos” chavisti, armati con fucili da guerra, bombe e granate, e particolarmente attivi nei barrios di periferia. Già all'indomani del voto – stando a diverse indiscrezioni – l'ala più intransigente della compagine governativa avrebbe sondato l'umore delle forze armate in vista di una possibile soluzione di forza. Sarebbe stato il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, a calmare i compagni di partito: niente colpi di testa per il momento.

 

Se Maduro volesse forzare la situazione, del resto, potrebbe farlo in modo molto meno teatrale, semplicemente appellandosi alla legge. L'esecutivo ha infatti la facoltà costituzionale di sciogliere l’Assemblea, nel caso in cui quest'ultima “metta a repentaglio” “la stabilità del paese”. Si tratterebbe di una mossa piuttosto estrema, ma buona parte del popolo chavista non avrebbe probabilmente granché da eccepire. Il problema, a questo punto, passa nelle mani dell'opposizione. Il compito è tutt'altro che facile: risanare la disastrata economia nazionale, lasciando tuttavia intatto – per quanto possibile – il vasto dispositivo di garanzie sociali edificato durante diciassette anni di chavismo. E' diventato improvvisamente celebre, in questi ultimi giorni, un documento redatto la scorsa estate dalla Confindustria venezuelana – “Compromiso en libertad” – che prevede una serie di radicali riforme in senso liberista: flessibilizzazione del mercato del lavoro, abolizione del controllo statale sui prezzi dei beni di prima necessità, riformulazione della legge contro i monopoli. Se l'opposizione dovesse attenersi a tali direttive, il governo avrebbe gioco facile a denunciare il tradimento della rivoluzione e a esasperare gli animi. “E' necessario che all'interno della nuova Assemblea si instauri un clima di dialogo e collaborazione – ha detto Henry Falcón, uno dei leader dell'alleanza anti-madurista – Solo così potremo assicurare la pacificazione del paese”.

 

Tra i dirigenti di spicco di Unidad, figurano diversi politici di origine italiana: gli “alcaldes” di Valencia e San Diego, Michele Cocchiola ed Enzo Scarano, che subito dopo aver sbaragliato la concorrenza chavista sono stati colpiti da una lunga serie di procedimenti penali, ma soprattutto l'ex sindaco della capitale, Antonio Ledezma, figlio di migranti campani, che attualmente si trova agli arresti domiciliari nel suo appartamento di Caracas. “Antonio è stato incarcerato il 19 febbraio scorso, con l'accusa di aver partecipato a un complotto per rovesciare il governo di Nicolás Maduro – racconta al Foglio la signora Ledezma, che sta conducendo una intensa campagna mediatica per la liberazione del marito – Ha trascorso due mesi in una prigione militare, dopodiché si è ammalato ed è stato trasferito a casa. In Venezuela ci sono oggi circa novanta prigionieri politici, a cominciare dal principale leader dell'opposizione, Leopoldo López. Quando verranno liberti? Solo dio lo sa”. Le ultime udienze di scarcerazione sono state rimandate. Interpellato sul punto, Maduro ha risposto così: “Una amnistia? Neanche per sogno”.

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