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Non solo boots on the ground. Contro la passività dell'occidente

L’affermazione sulla scena politica internazionale di un fenomeno terrorista così atipico come quello di Isis-Daesh ha determinato una discussione sia sulle sue caratteristiche di fondo sia sull’islam in quanto tale.

14 Dicembre 2015 alle 13:45

Non solo boots on the ground. Contro la passività dell'occidente
L’affermazione sulla scena politica internazionale di un fenomeno terrorista così atipico come quello di Isis-Daesh ha determinato una discussione sia sulle sue caratteristiche di fondo sia sull’islam in quanto tale. Certamente Isis-Daesh mette in questione tutti gli schemi tradizionali perché, per ragioni storico-politiche assai stringenti e attinenti non tanto alla sua nascita (che deriva comunque dalla estremizzazione religiosa-ideologica-politica di una corrente del fondamentalismo islamico, quello sunnita-wahabita), quanto alla sua successiva propagazione in Iraq e anche in Siria, esso si è sviluppato in modo assolutamente straordinario rispetto ad una formazione “terrorista” di tipo “classico”. Alle origini di tutto c’è il fatto che a suo tempo i servizi occidentali, in primo luogo la Cia, non si sono accorti sul piano dell’analisi culturale prima che sul piano informatico-spionistico, del salto di qualità avvenuto nel fondamentalismo islamico, per cui sono stati presi di sorpresa in primo luogo dalla nascita e dallo sviluppo di al Qaida che portò alle estreme e più sconvolgenti conseguenze un terrorismo “totale” di stampo tutto verticistico e cospirativo, che produsse così l’attacco alle Torri Gemelle. Nello spazio di pochi anni, però, ci fu il passaggio da quel terrorismo proiettato nel colpire l’occidente sul suo territorio (vedi Stati Uniti, Spagna, Inghilterra, etc.) a un terrorismo che invece partiva oltre che dalla sua scelta religiosa di stampo radicale anche dal suo insediamento territoriale nel cuore del medio oriente, prima in Iraq, poi in Siria, a causa delle concrete vicende storico-politiche di quei paesi, paradossalmente provocate proprio dall’intervento americano (Iraq) o dall’assenza di esso (Siria). Infatti in Iraq Bush Jr, sciogliendo l’esercito di Saddam Hussein e il partito Baath e favorendo la formazione di un governo sciita, quello di Al-Maliki, assai settario e che perdipiù si collegava immediatamente all’Iran, ha contribuito a determinare la fondazione di Isis. Infatti c’è stata una durissima reazione sunnita a tutto ciò che prima ha prodotto un terrorismo parcellizzato e di “base”, e poi, appunto, la aggregazione di Isis-Daesh, con un terrorismo che si radicava sul territorio, che dava vita ad un esercito e che si faceva ‘stato’ perché conquistava il controllo di una parte dell’Iraq. Isis-Daesh è costituito da quattro componenti: un clero fanatizzato che lancia messaggi fortissimi e devastanti a un’area militante dislocata in loco e anche ai foreign fighters; un nucleo dirigente di quadri militari, politici, mediatici, costituito dall’intelaiatura di dirigenti baathisti e di ufficiali dell’esercito di Saddam Hussein e dei suoi servizi; le tribù sunnite oppresse dal governo di Nuri al Maliki e poi perseguitate dalle milizie sciite inviate dall’Iran. A sua volta Obama, passando dall’unilateralismo interventista di Bush Jr ad un unilateralismo di segno opposto ma altrettanto dissennato, fondato  sul ritiro a tutti i costi delle truppe, ha fornito a Isis-Daesh un altro incentivo alla sua propagazione perché anche il nuovo governo iracheno di al Abadi e specialmente il suo esercito non erano e non sono in grado di contrastare efficacemente quell’autentico esercito terrorista (vedi l’uso sistematico di trappole esplosive e di camion kamikaze) di matrice sunnita messo in piedi da Isis-Daesh. Però adesso, per ammissione del Pentagono, c’è stata da parte americana una sottovalutazione del fenomeno e, aggiungiamo noi, anche un fraintendimento sul terreno dell’analisi perché Obama, fino a ieri, escludeva la natura islamica di Isis e lo definiva come un fenomeno criminale. In parallelo, in Siria il nucleo di potere alawita che ha come re travicello Bashar el Assad ha gestito lo stato in modo così autoritario e sanguinario da provocare circa 250.000 morti, milioni di profughi, e anche una forte rivolta portata avanti alla sua nascita da intellettuali, poveri, categorie economiche intermedie e da una parte dell’esercito, una rivolta di stampo laico-moderato che chiese, ma non trovò, l’appoggio dell’occidente (ricordiamo ancora i dinieghi degli Stati Uniti). Così il risultato della scelta astensionista fatta da Obama fu che la rivolta siriana cambiò largamente di segno in senso jihadista perché a sostenerla intervennero a loro volta il Qatar, l’Arabia Saudita e di fatto la Turchia, mentre a favore di Assad e del nucleo alawita intervennero la Russia e l’Iran con i suoi Hezbollah: a un certo punto Obama fu lì lì per intervenire in seguito all’uso delle armi chimiche da parte dell’esercito “regolare” di Assad, ma fu bloccato da un “fraterno” invito di Putin che così lo giocò due volte, subentrando agli Stati Uniti nel gran gioco del medio oriente e salvando il regime alawita da lui protetto. Di conseguenza, mentre l’Isis iracheno si formò come reazione all’eccesso di interventismo di Bush Jr e poi si sviluppò per la ritirata precipitosa di Obama, invece l’Isis siriano si è coagulato come reazione a un regime sanguinario e al vuoto politico provocato dall’assenza degli Stati Uniti. Di conseguenza l’Isis iracheno e quello siriano si sono saldati facendo saltare ben due stati e producendo così un terrorismo di tipo nuovo perché ha potuto conquistare un territorio, ha fondato un esercito, ha acquisito una forte dimensione politica, mediatica e finanziaria proprio attraverso l’esercizio di una sconvolgente violenza e grazie a essa ha fatto anche proselitismo nell’occidente con i foreign fighters e poi, passando dal “leninismo” al “trotskismo”, ha praticato anche il terrorismo d’esportazione sia per destabilizzare altri stati arabi (vedi attentati in Tunisia ed in Egitto) o per insediarsi in essi (Libia) o per colpire qualunque nazione o gruppo politico che osasse intervenire militarmente sul suo territorio.

 

Alcuni osservatori hanno sostenuto che comunque si tratta di “terrorismo” mentre Hollande e il governo francese dopo il 13 novembre hanno affermato che si è in guerra. Ora a superare queste differenze interpretative ci aiuta non tanto la fraseologia usata dal Pentagono quanto un’espressione insieme suggestiva e assai incisiva fatta da Papa Francesco quando ha parlato di “terza Guerra mondiale a pezzettini”. È esattamente quello che sta facendo Isis-Daesh che sta mettendo in atto la cosiddetta guerra asimmetrica, per cui in Siria-Iraq c’è una guerra guerreggiata, in altri paesi c’è una guerriglia strisciante, in altri ancora vengono compiuti atti di terrorismo “classico”, nel cuore dell’Europa, in Francia, è stata scatenata un’autentica operazione di guerriglia urbana, per dare il senso a tutti della “geometrica potenza” di fuoco di questa nuova realtà politica di stampo terrorista che è anche in grado di colpire gli infedeli sul loro territorio, perdipiù nel corso della loro vita quotidiana. Ora si può discutere all’infinito, ma non c’è niente da fare: alla fine di un percorso assai complesso, con mille passaggi intermedi, per smontare un fenomeno così aggressivo, invasivo e violento occorre l’intervento militare di aria e di terra di una grande coalizione di nazioni occidentali, arabe, della Russia e della Cina, che smonti il fenomeno Isis nel suo insediamento territoriale fondamentale in Siria e in Iraq. Si tratta della condizione essenziale anche per togliere l’acqua ai “pesci” che nuotano sott’acqua nei paesi dell’occidente. Certamente, nell’immediato, la costruzione di questo schieramento richiede un grande lavoro politico, diplomatico e culturale anche perché oggi esso non esiste. Ora non ci sentiremmo di attribuire oggi alla Francia di Hollande rispetto a Isis in Siria lo stesso tragico errore fatto dalla Francia di Sarkozy in Libia. Allora Sarkozy si mosse animato dalle ambizioni tipiche di un “imperialismo straccione” (Lenin) che voleva soppiantare l’Italia in Libia approfittando dell’estrema debolezza del governo Berlusconi. Invece oggi Hollande reagisce a un’autentica operazione di guerra fatta sul suo territorio e per evitare che per effetto di questo vulnus la Francia entri in una crisi senza sbocchi ha reagito con il diretto l’intervento militare in Siria. Questa iniziativa di Hollande ha però messo in evidenza lo stato della questione: gli Stati Uniti sono in una fase di profondo travaglio, l’Unione europea, tanto per cambiare, è solidale con la Francia ma poi i singoli stati vanno ognuno per conto proprio, mentre la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan sono nettamente contrapposti fra di loro, in nome di progetti imperiali assai pericolosi e inaccettabili. La Russia, prima ancora della lotta all’Isis intende sostenere Assad e il nucleo di potere alawita; la Turchia, che è la punta di diamante dei sunniti, vuole spazzare via Assad per affermare la sua indiretta egemonia sulla Siria. Entrambi ricorrono a tutti i mezzi possibili: Putin bombarda più i rivoltosi autonomi che l’Isis, a sua volta Erdogan bombarda i curdi e finora ha sostenuto l’Isis in vario modo. Il fatto che adesso Putin evochi addirittura la possibilità di un uso della bomba atomica dà la misura dell’avventurismo del personaggio e anche il fatto che egli, come Trump, usa una fraseologia estrema per galvanizzare la sua opinione pubblica. In ogni caso, consentire a Putin di usare una vicenda, quella siriana - nella quale interviene non per il suo buon cuore ma perché è vivamente interessato a giocare questa carta geopolitica, e a mantenere al potere Assad - addirittura per smontare senza contropartita le sanzioni per la vicenda ucraina, significherebbe per gli Stati Uniti e per l’Unione e uropea non solo essere “cornuti e mazziati”, ma anche dare un colpo durissimo alla Nato che giustamente deve tutelare la Polonia, la Lituania, l’Estonia, la Danimarca, la Norvegia, la stessa Svezia dall’esplicita aggressività russa.

 

In questo quadro, qualora esistesse, non condivideremmo affatto una iniziativa italiana che rimettesse in questione l’automatismo delle sanzioni per i prossimi sei mesi.

 

[**Video_box_2**]Alla luce di tutto ciò, quando Renzi parla della necessità di una “strategia” forse cerca anche di prendere tempo, ma non dice una cosa insensata vista l’esistenza di queste e altre contraddizioni assai profonde. Di conseguenza, chi oggi attacca Renzi per assenza di una autentica visione internazionale forse ha anche qualche ragione, ma dimentica però un elemento fondamentale: dall’8 dicembre in poi, l’Italia è al livello massimo dell’esposizione con il Giubileo. Di conseguenza è francamente comprensibile che Renzi non cerchi di aumentare l’esposizione dell’Italia oltre a quella che già ci sarà per forza di cose. Quelle che invece non sono condivisibili sono le inutili battute polemiche nei confronti della Francia. Per altro verso, al governo italiano si può imputare la timidezza avuta nei confronti dell’Onu rispetto alla Libia. Il governo italiano ha dato fino alla fine un eccessivo credito a un personaggio chiaramente inattendibile quale si è rivelato Bernardino León, per di più accettando una discriminazione da parte del segretario generale dell’Onu a proposito del passato coloniale dell’Italia: al contrario l’Italia ha con i libici, tutti i libici di buona volontà sia di Tobruk sia di Tripoli, dei rapporti profondi e quindi poteva benissimo esprimere un negoziatore plenipotenziario dell’Onu e tuttora può svolgere un ruolo essenziale in quel paese. Infine, qualche riflessione sulla paradossale discussione apertasi sul rapporto fra islamismo e terrorismo. Noi non condividiamo le due opposte tesi che si sono contrapposte, specie nei talk show: quella secondo la quale ci sarebbe una sorta di identità, suffragata da ampie citazioni coraniche (vedi anche l’Adonis citato dal Foglio) fra l’islam, una religione di per sé aggressiva e guerriera, e il terrorismo. Invece, secondo la opposta tesi buonista, sostenuta anche da Obama, bisognerebbe parlare di terrorismo tout court senza fare riferimento all’islamismo.

 

L’islam e il mondo musulmano sono segnati, al netto della stessa dialettica fra sunniti e sciiti, da molteplici correnti, ognuna delle quali si può avvalere di citazioni coraniche (basta mettere a fronte appunto le citazioni del Corano fatte da Adonis con quelle di opposto segno contenute nel documento dei “saggi” dell’Università di al Azhar). Quello però che più conta è la molteplicità delle esperienze storiche, che caratterizzano i vari paesi islamici e i molti gruppi religiosi e politici all’interno del mondo musulmano.

 

A questo punto sarebbe indispensabile combinare insieme un forte attacco politico-militare a Isis-Daesh con una mediazione di alto livello fra i sunniti e gli sciiti. Su un altro terreno è indispensabile un piano Marshall per il medio oriente allo scopo di favorire lo sviluppo di paesi come l’Egitto, la Tunisia, la Giordania, l’Algeria, il Marocco e altri. Iniziative del genere, quella militare, quella politica e quella economico-sociale, dovrebbero essere svolte sia dagli Stati Uniti sia dall’Unione europea superando le attuali passività.

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