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Perché nella guerra al terrore Hollande rischia di essere un uomo solo

La Francia si ritrova a fare i conti (e prendere la mira) con una small war dal doppio fronte, interno e esterno. Il primo riguarda la sicurezza dei propri cittadini in patria; il secondo è l’attacco al territorio occupato dalla gang dei tagliagole di Isis.

17 Novembre 2015 alle 13:59

Perché nella guerra al terrore Hollande rischia di essere un uomo solo

Il presidente francese Francois Hollande (foto LaPresse)

La Francia è in guerra. E Francois Hollande è un uomo solo. Venerdì 13 novembre 2015 Parigi ha cambiato il suo status: non più un paese che partecipa qua e là a “operazioni di polizia internazionale” e promuove blitz per far cadere il dittatore di turno (Libia), ma una nazione che risponde a un attacco armato sferrato dentro i propri confini, nella capitale. E’ un rovesciamento totale di prospettiva. Così mentre la schiera di penne intelligenti a prescindere si chiede di fronte a un calice di champagne come possa Parigi sopportare il costo di una guerra, il primo ministro Manuel Valls presenta un fatto concreto e ineludibile: la Francia oltrepasserà i limiti del deficit imposti dalle regole dell’Unione europea. Si può fare la guerra con il patto di stabilità? No, non si può fare. Cannoni e mitragliatrici fanno a pezzi qualsiasi dogmatismo contabile. La guerra costa. I raid contro Isis, il dislocamento della portaerei Charles De Gaulle al largo delle coste mediorientali, il lancio dei missili su Raqqa e dintorni hanno bisogno di un propellente: il denaro. L’Europa dov’è? Stampa etichette per bollare i prodotti di Israele. Sì, oggi l’Unione europea ha detto sì alla richiesta di assistenza militare avanzata alla Francia in base all’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione, Federica Mogherini ha esultato, ma in realtà è un semaforo verde ad accordi bilaterali e il rebus su chi bombarda, chi mette gli stivali sul fronte (e chi paga) resta sul tavolo. Serve a salvare una parvenza d’Europa, ma la crisi è evidente. Perché lo scenario francese provoca lo straniamento degli altri paesi europei (tranne il Regno Unito, che è fuori dall’Eurozona) e non a caso la discussione in sede Nato (in base all’articolo del Trattato di Washington) è in stand by, nonostante il Presidente abbia parlato esplicitamente di “atto di guerra”. Si gioca a scacchi mentre là fuori sparano granate.

 

Hollande è un uomo solo. Salito all’Eliseo perché “normal” si ritrova oggi a prendere decisioni in una dimensione maledettamente “exceptionnel”. Basterebbe questo a chiamare al contributo solidale tutta l’Europa, ma le leadership sono quello che sono: inadeguate. Perfino Angela Merkel, un gigante tra i nani, da venerdì notte brancola in un buio di dubbi. E’ un leader per la pace, non per il tempo di guerra. Così l’asse franco-tedesco sembra essere evaporato di fronte all’assalto di Isis. C’è la solidarietà parolaia, il cordoglio in servizio permanente effettivo. Non costa niente. Si fa bella figura in società, con le lacrime del lutto istituzionale. Ma non si comprano il carburante e i missili per i raid dei Mirage in Siria, non si paga l’esercito schierato a Parigi, non si finanzia una robusta e operativa intelligence.

 

Sorpresa dall’attacco multiplo su Parigi e dalla strategia di attacco all’estero di Isis, l’Europa si ritrova senza un esercito e con la spesa per la difesa al lumicino (la Francia spende l’1,6% del Pil, contro il 4.7% degli Stati Uniti e il 2.5% del Regno Unito). Hollande è un uomo solo, gli alleati si dileguano. Resta la domanda: come finanziare la guerra? Il primo passo obbligato è quello di abbattere il totem del patto di stabilità: difendere i propri confini è più importante che far sorridere il presidente della commissione, Jean Claude Juncker, esperto di paradisi fiscali, non dell’arte della guerra del generale Carl Von Klausewitz. E poi, ancora, come si finanzia la guerra? Se lo chiese John Maynard Keynes nel 1940 e la risposta fu un saggio intitolato How to pay the war. Keynes si poneva il problema del come un paese di 40 milioni di abitanti (il Regno Unito) potesse contrastare l’avanzata meccanizzata e aerea di una nazione con 80 milioni di abitanti (la Germania). La demografia, allora come oggi, aveva un peso, come lo stato di salute (e potenzialità) del sistema industriale e la disponibilità finanziaria dello Stato. Neppure con la piena occupazione gli inglesi sarebbero riusciti a sostenere lo sforzo economico. Keynes applicò i suoi principi alla teoria del conflitto e propose una maggiore imposizione fiscale per evitare un bilancio negativo e l’aumento dell’inflazione. Sono trascorsi settant’anni e i problemi sul tappeto non cambiano. La storia prima o poi ha sempre tra i suoi protagonisti un ministero delle armi e munizioni che spara al nemico e brucia cassa. Che fare? Parigi va sul fronte con il bilancio in deficit e poi si vedrà. Aux armes.

 

[**Video_box_2**]Hollande è un uomo solo. E la Francia si ritrova a fare i conti (e prendere la mira) con una small war dal doppio fronte, interno e esterno. Il primo riguarda la sicurezza dei propri cittadini in patria; il secondo è l’attacco al territorio occupato dalla gang dei tagliagole di Isis. Entrambi dovrebbero avere la collaborazione di Stati Uniti e Europa, ma Obama continua a negare la validità della dottrina della guerra preventiva (non l’ha inventata George W. Bush, ma è una costante storica della Casa Bianca, leggere sul tema Surprise, Security and the American Experience, di John Lewis Gaddis) nonostante il fallimento della sua politica estera e della sua maldestra “guerra per conto terzi” sperimentata in Siria, mentre il Vecchio Continente dimostra di essere vecchio in tutti i sensi:  anziano, senza credo, senza coraggio e senza esercito. L’Europa del patto di stabilità non va alle armi. Hollande oggi è un uomo solo.

 

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