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Belgio o Israele, tertium non datur

Democrazia sotto assedio. L’eventuale distruzione della capitale del Califfato non cancellerebbe l’estremismo islamico dalle nostre società. Che fare, dunque? Due modelli.

17 Novembre 2015 alle 17:05

Belgio o Israele, tertium non datur

La guerra senza stivali non è guerra, lo abbiamo scritto e argomentato per settimane. Continueremo a farlo perché la guerra “pulita” dall’alto dei cieli è un pannicello caldo, incapace di sradicare per davvero centri logistici e simboli evocativi dello Stato islamico cui fanno riferimento i terroristi. Terroristi, è bene ricordarlo, spesso nati e cresciuti in Europa. Quest’ultimo aspetto apre come noto un secondo fronte della guerra al terrore: non a Raqqa in Siria o chissà dove, ma nei quartieri di Parigi e delle altre capitali europee. Non è solo questione di buona gestione securitaria. Il punto è che l’eventuale distruzione della capitale dello Stato islamico, per essere chiari, non cancellerebbe l’estremismo islamico dalle nostre società. Che fare, dunque? Ieri su queste colonne abbiamo indirettamente evocato due modelli di possibile coesistenza della democrazia con l’ideologia islamista più o meno diffusa. Uno è quello belga, tornato agli onori della cronaca nel momento in cui si scopre che a qualche chilometro dagli algidi palazzi dell’Unione europea si possono impunemente organizzare attentati in paesi limitrofi. E questo mentre magari si vive grazie al welfare pubblico e si gode di una certa tranquillità garantita dalla scarsa dimestichezza delle forze dell’ordine con quegli stessi quartieri. Il tutto sancito ufficialmente dal multiculturalismo di stato che informa sia la distribuzione di fondi pubblici alle varie comunità, sia il dibattito pubblico più largamente inteso, anestetizzato dalla spasmodica ricerca di limitare le presunte “offese” a questa o a quella sensibilità.

 

L’altro modello di coestistenza tra democrazia e terrorirmo, diametralmente opposto, è quello israeliano. Gerusalemme è la capitale di una democrazia capitalistica armata, non solo metaforicamente. Ieri Ayaan Hirsi Ali, islamica eretica che è stata costretta ad abbandonare l’Europa dopo l’omicidio del regista Theo Van Gogh, ha scritto sul Wall Street Journal che le nostre democrazie hanno molto da imparare da Israele: “Certo, oggi i terroristi islamici in quel paese usano coltelli e armi per i loro attacchi, ma ciò è dovuto al fatto che attacchi come quelli della settimana scorsa a Parigi sono semplicemente impossibili da organizzare a Gerusalemme e dintorni”. Non basta dire “più intelligence”. Ci vuole convinzione ideale, in primis, e poi la capacità di rafforzare la stessa di attributi legali. Come quelli utilizzati ieri dal premier Benjamin Netanyahu per mettere fuori legge un gruppo islamista accusato di fomentare l’odio. Israele, per esempio, usa la detenzione amministrativa come mezzo speciale per sgominare le cellule in sonno, coniugando privacy e sicurezza; Israele non ha la pena di morte ma non esita a impiegare le esecuzioni extragiudiziarie per eliminare i capi del terrore; Israele ha messo fuori legge le ong che finanziano il jihad. Noi europei siamo troppo presi a marchiare le merci israeliane, così avvicinandoci pericolosamente alla distopia belga.

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